Renzetti: dalla musica leggera a Karajan
Una carriera, quella di Renzetti intensa e variegata, dalla musica leggera alle percussioni alla Scala alla direzione dei maggiori teatri internazionali
23 giugno 2026 • 4 minuti di lettura
«Sono arrivato a 108 titoli: sono tanti, anche perché si portano dietro prove e tanto lavoro di preparazione. E’ un bel traguardo per una carriera che ho costruito con calma e rigore».
Parole di Donato Renzetti, uno dei maggiori direttori italiani del nostro tempo, attualmente impegnato al Carlo Felice di Genova dove ha da poco diretto Bohème.
Renzetti è da sei anni direttore emerito del Carlo Felice: «A Genova sono particolarmente legato. Sono arrivato qui la prima volta nel 1981: diressi il secondo Concerto di Brahms con Campanella solista. Poi ho diretto diverse opere: ricordo L’elisir d’amore, scene di Luzzati, Luciana Serra protagonista e, l’ultima, Turandot con l’indimenticabile Daniela Dessì. Mia moglie, il soprano Silvia Baleani, scomparsa pochi anni fa, ha cantato qui tante volte».
-Come è diventato direttore d’orchestra?
«E’ stato il mio obbiettivo sin da bambino, ma ho fatto un percorso decisamente particolare e ho dovuto faticare sin da subito per arrivare dove sono arrivato…».
-Si è dedicato, tra l’altro, anche alla musica leggera…
«Ho fatto parte dei 4 + 4 di Nora Orlandi, ho scritto canzoni con mio cugino Maurizio Fabrizio, tra cui Come il vento, ho partecipato al Festival di Sanremo come autore. Suonavo la batteria. Mio padre lavorava come bigliettario sui tram milanesi ed era collega del padre di Carla Fracci. E poi faceva il percussionista in una banda. Nel 1956 aveva partecipato al concorso per un posto di percussionista alla Scala ma la scelta aveva privilegiato strumentisti provenienti da altre orchestre. L’anno dopo fu mia madre a convincerlo a ripresentarsi, lui era scettico. In commissione c’era Cantelli che rimase impressionato dalle qualità di mio padre, lo scelse e se lo portò anche in tournée in Sud Africa. Purtroppo proprio nel 1957, poco dopo aver firmato il contratto con la Scala per la direzione, Cantelli morì in un tragico incidente aereo e mio padre rimase choccato. Io bambino lo ricordo ancora piangere alla notizia di quel disastro».
-L’iscrizione al Conservatorio di Milano è stato naturalmente determinante…
«E ho cominciato presto a suonare in orchestra. Erano anni particolari. Arrivavano i nuovi compositori che facevano ampio uso delle percussioni. E io come batterista ho iniziato a lavorare e a fare esperienze importanti. Nel 1963, a 13 anni, ero nella banda della Bohème diretta alla Scala da Karajan. Una delle recite si svolse il martedì di carnevale. E quando calò il sipario sulla scena del Caffè Momus, la banda (allora era molto numerosa) uscì addirittura dal Teatro e fece il giro della piazza fra lo stupore dei passanti. Stare in orchestra, comunque, serve davvero molto. E’ stata un’esperienza fondamentale anche perché si conoscevano direttore straordinari. Quando ero giovane, ero circondato da grandi vecchi, da Kleiber a Abbado a Sawallisch e ricordo anche Gavazzeni alla Scala quando ero appunto lì come percussionista. Oggi ci sono tanti giovani, ma mancano artisti di quel calibro ed è un vuoto pesante”.
-Accanto alle percussioni, naturalmente lo studio della composizione con Bettinelli e della direzione d’orchestra. La svolta arriva nel 1980…
«E’ legata ancora una volta al nome di Cantelli. Avevo già suonato le percussioni al Concorso intitolato a questo grande direttore; nel 1980 vi ho partecipato come concorrente e l’ho vinto. Arrivavo da altre affermazioni: il "Diapason d'Argento" nel 1975 e nel 1976 al Gino Marinuzzi di San Remo, l'Ottorino Respighi nel 1976 all'Accademia Chigiana di Siena, la medaglia di bronzo nel 1978 al Primo Concorso Ernest Ansermet di Ginevra. Il Cantelli mi ha cambiato la vita».
-Ha citato prima alcune grandi bacchette del passato. Qualcuno ha costituito un modello?
«In tanti mi hanno insegnato qualcosa. Kleiber per il fuoco che aveva dentro, Ferrara è stato il mio grande maestro, Abbado aveva una preparazione straordinaria, Pretre stupiva per la fantasia. E poi non posso dimenticare la cultura profonda di Gavazzeni».
-Abbiamo già ricordato il numero di opere dirette. Ci sono titoli che non ha ancora affrontato e che vorrebbe portare in scena?
«Proprio qui a Genova pochi mesi fa ho diretto il mio primo Tristano e Isotta che era un mio sogno da tempo. Vorrei ancora fare Boris Godunov e Il cavaliere della Rosa. Fra i miei impegni più vicini, invece, c’è l’inaugurazione della nuova stagione della Fenice con Fedora».
-Da anni accanto all’attività artistica svolge anche l’insegnamento formando nuovi giovani direttori d’orchestra: quale consiglio può dare a chi intraprende oggi la carriera?
«Innanzitutto di non ascoltare in disco la partitura che deve dirigere, prima di averla studiata. La si approfondisce, si costruisce una propria idea interpretativa e poi si può andare ad ascoltare altre interpretazioni, scegliendo possibilmente quelle dei grandi vecchi del passato che con la loro esperienza possono sempre insegnare qualcosa. La formazione di un direttore d’orchestra è anomala rispetto a quella relativa a qualsiasi strumento musicale. Nel caso di uno strumento si fa lezione, si torna a casa e si applica subito quel che il docente ti ha insegnato. Nella direzione questo non può avvenire. E poi gli studenti dovrebbero avere accesso libero alle prove nei teatri perché sono quei momenti estremamente formativi per chi sta studiando».
-In una carriera così densa, ci saranno certamente episodi divertenti che ricorda in maniera particolare…
«Sono naturalmente tanti. Me ne viene in mente uno. Ero ancora molto giovane e il protagonista dell’opera che dovevo dirigere era uno dei maggiori divi del tempo, ormai quasi a fine carriera. Avevo un certo timore reverenziale a rapportarmi con lui. C’era un passaggio in cui avrei voluto una soluzione espressiva un po’ diversa e durante una prova mi permisi di dirgli: “Maestro, in questa battuta io prenderei un respiro”. E lui con un sorriso benevolo mi rispose: “Lo prenda, Maestro, lo prenda”».