Vlad, profondamente italiano

Mauro Mariani ricorda il compositore

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Il 29 dicembre Roman Vlad avrebbe compiuto novantaquattro anni: era arrivato in Italia settantacinque anni fa, era inestricabilmente inserito nella vita musicale e culturale italiana, era diventato profondamente italiano eppure allo stesso tempo aveva qualcosa che rivelava la sua provenienza da un mondo dai confini più ampi e dichiarava la sua natura cosmopolita, così come il suo italiano perfetto aveva conservato un leggero ma incancellabile accento esotico. Era infatti nato a Cernauti, una cittadina della Bucovina, che appartiene a una geografia per noi fantastica, che conosciamo attraverso i romanzi e i racconti di Joseph Roth e degli altri scrittori del tramonto dell'impero asburgico. Proprio quando Vlad nasceva, Cernauti passava dall'Austria-Ungheria al regno di Romania. Nel 1938, si stava profilando un altro sconvolgimento geopolitico, da una parte con la trasformazione della monarchia costituzionale in regime autoritario e dall'altra con il profilarsi dell'intervento dell'armata rossa, e allora il diciottenne Vlad decise di partire, prima che fosse troppo tardi: la leggenda narra che, al momento di lasciare la casa che non avrebbe più rivisto, tornò indietro per suonare sul suo pianoforte un Preludio di Chopin. Un viaggio avventuroso attraverso mezza Europa lo condusse al Paese che aveva scelto come sua nuova patria e che ai suoi occhi di giovane artista era anche la patria del bello, dell'arte e della musica (bei tempi!). Arrivò a Roma e subito si presentò all'Accademia di Santa Cecilia per iscriversi al corso di pianoforte tenuto da Alfredo Casella, non sapendo che era a numero chiuso e che i posti erano già tutti occupati. Si sentì perduto, smarrito, ma quando Casella vide quel giovane con un fascio di spartiti di Busoni, Stravinsky e Schoenberg sotto il braccio, gli chiese incredulo: "Tu suoni queste musiche?" e, forzando il numero chiuso, lo accettò nella sua classe. La sua cultura ad ampio raggio gli permise di inserirsi rapidamente nella vita culturale romana di quegli anni, molto vivace nonostante il fascismo e la guerra, e di diventare sodale degli artisti più aperti dell'epoca, non solo musicisti come lo stesso Casella e Petrassi, ma anche De Chirico, Milloss e i giovani Guttuso e Argan. La leggenda dice che con i coetanei Gassman, Squarzina e Salce abbia cercato di rappresentare una rielaborazione dell'Opera da tre soldi di Brecht, che fu ovviamente proibita e gli procurò anche parecchi guai. Si narra anche che una sera avrebbe accompagnato in arie di Verdi due cantanti dilettanti, che rispondevano ai nomi di Giorgio Morandi e Eugenio Montale, conosciuti in casa di Cesare Brandi. Sono i miti fondanti di una storia che avrebbe fatto di Vlad un tramite fondamentale tra la musica, in Italia sempre relegata in un hortus conclusus, e il più ampio mondo culturale. È vero infatti che non si deve trascurare la sua attività di compositore - forse conosceva e amava troppo i grandi del Novecento per poter essere totalmente originale, tuttavia le sue composizioni non sono mai prive di interesse e molte di loro meriterebbero di essere eseguite meno sporadicamente - però gli siamo debitori soprattutto per quanto ha fatto come musicologo, divulgatore e organizzatore, ruoli in cui ha sempre agito per allargare gli orizzonti spesso provinciali e asfittici della vita musicale italiana. Come musicologo è stato autore di una delle prime monografie approfondite e complete su Stravinskij (1958), direttore della sezione musicale dell'Enciclopedia dello Spettacolo e condirettore della Nuova Rivista Musicale Italiana fin dall'inizio (1967). Come divulgatore ha curato trasmissioni televisive (memorabili le sue presentazioni di un ciclo dedicato dalla Rai a Benedetti-Michelangeli) e nel 1986 ha fondato il mensile "Musica e Dossier", un tentativo di conciliare la divulgazione con un serio approccio musicologico, che purtroppo ebbe una vita inevitabilmente breve. A questo bisogna aggiungere la partecipazione a congressi e seminari in tutto il mondo, i corsi tenuti alla Summer School of Music di Dartington, l'insegnamento in conservatorio. Come organizzatore ha esordito in qualità di direttore artistico dell'Accademia Filarmonica Romana dal 1955 al 1958, dove tornò dal 1966 al 1969, diventandone anche presidente dal 1994 al 2006. A Roma, la sua città d'adozione, è stato inoltre sovrintendente del Teatro dell'Opera. Ma la sua attività di organizzatore musicale si è estesa all'Italia intera. A Firenze è stato direttore artistico del Teatro Comunale dal 1968 al 1972, quando nominò Riccardo Muti direttore principale dell'orchestra: una delle tante prove del suo fiuto. A Torino è stato direttore artistico dell'Orchestra Sinfonica della Rai dal 1973 al 1989, a Milano direttore artistico della Scala dal 1995 al 1997, a L'Aquila presidente della Società Aquilana dei Concerti per un ventennio (1973-1992). Questa attività intensissima di organizzatore - cui bisogna aggiungere anche la presidenza della Siae dal 1987 al 1993 - ha assorbito per lunghi periodi la maggior parte del suo tempo ma è stata anche la via per cui ha dato il suo maggior contributo alla vita musicale italiana, che ha arricchito con la sua apertura culturale, la sua programmazione coraggiosa, le sue scelte oculate.

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