Rinascimento ad Abu Dhabi

I vent'anni dell'Abu Dhabi Festival, parla la fondatrice Hoda Ibrahim Al Khamis Kanoo

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L'Orchestre de Paris nell'Auditorium dell'Emirates Palace di Abu Dhabi

E' ossequiata e si muove quasi come una regina nel dorato mondo di Abu Dhabi, la fondatrice e direttrice artistica dell'Abu Dhabi Festival, che quest'anno celebra il ventennale della sua fondazione: Hoda Ibrahim Al Khamis Kanoo. Nata a Beirut, studi all'American College di Parigi, sposata nell'emirato con un noto artista e uomo d'affari, Mohamed Abdul Latif Kanoo, animata da un proverbiale spirito filantropico, nel '96 fonda l'Abu Dhabi Cultural Fundation, da cui prenderà il via una brillante carriera internazionale di ambasciatrice culturale del suo paese. La incontro nella vasta terrazza che si affaccia sul mare, dello sfarzoso Hotel Emirates Palace, con la sua ampia cupola, le volute, i marmi, simbolo di questo festival, dove ci celebrano tutti gli eventi e gli incontri. Sullo sfondo i grattacieli dalle forme bizzarre, i giochi di luci sui palazzi che all'imbrunire si fanno più vivaci; ella vuole che conversiamo passeggiando, mentre, in questa promenade, ci seguono amabilmente consiglieri e collaboratori.

Perché un festival di musica ad Abu Dhabi, cosa vi ha mosso in questa direzione?
«Il nostro scopo è quello di creare il maggior numero di possibilità alle nuove generazioni, per stimolare il più possibile la loro creatività e il loro approccio all'arte. Questo per l'umanità e per il nostro futuro: questo è il motivo per il quale faccio quello che faccio. Perché la musica? Perché non c'è nessuna forma di arte che abbia il suo potere».

Che sta accadendo su questa sponda del golfo Persico? Sta sorgendo un particolare interesse verso la tradizione classica occidentale? L'Oman si è dotato di un grandioso teatro d'opera, a Dubai si sta ultimando il progetto di un teatro altrettanto faraonico, qui questo festival...
«Per me è inevitabile dirigere l'attenzione nei confronti della musica classica, perché essa possiede qualcosa in più rispetto all'arte visiva e poi è così importante per la storia dell'umanità. E' importante per noi, che abbiamo tutta una tradizione poetica e narrativa che è essenzialmente orale, perché fa parte di una tradizione scritta. E quindi era inevitabile che si verificasse questa attenzione. E se mi chiede: “perché ora?”, Perché questo è il momento nel quale qui sta fiorendo un Nuovo Rinascimento, affine a quello che è stato il vostro spirito rinascimentale».

C'è quindi qui un nuovo interesse per la musica classica occidentale?
«Sicuramente, interesse e investimenti, assieme ad una forte spinta per incentivare commissioni. Da Abu Dhabi abbiamo già commissionato, incrementando la nostra attività, diversi lavori in collaborazione con altre istituzioni, come con la Walt Disney Hall, con la quale abbiamo coprodotto una Ma mère l'oye di Ravel: per noi non ci sono limiti, non ci sono territori preclusi».

Come pensa sia possibile un incontro tra le culture per questo tipo di lavoro che voi state facendo, tra culture occidentali, orientali, arabe?
«Certo è possibile perché prima di tutto la musica è la forma d'arte che ha un potere più unificante di tutte le arti. Sì, penso che sia possibile, se la musica tocca il tuo cuore, se stabilisce una connessione, se ti parla direttamente».

Ricordo che anni fa in un festival nella mia città, a Verona, riuscii a far suonare insieme musicisti arabi con musicisti ebrei, pensa sia possibile qui una cosa del genere?
«Naturalmente, assolutamente. Io già lo feci molti anni fa, perché no! Deve sapere che nell'Islam vengono inclusi tutti i profeti che hanno preceduto Maometto, incluso Mosè: noi non abbiamo problemi. Possiamo sicuramente suonare insieme, vivere insieme: questo è quello che la gente desidera. Sono i politici che devono diventare migliori! A questo proposito mi ricordo di quando tre anni fa, a Roma, partecipai ad un evento memorabile, quando papa Benedetto invitò a Castelgandolfo Daniel Barenboim, con la sua Western-Eastern Orchestra, con giovani musicisti, palestinesi, ebrei, di ogni razza: indimenticabile! Mi creda tutto è possibile per fare in modo che i popoli stiano insieme, per vivere in armonia e la musica è il luogo di questo possibile incontro!».

Come nasce l'Abu Dhabi Festival?
«Quando iniziai, quando diedi il via all'Abu Dhabi Festival, lo fondai per un motivo: per poter poter, anche noi, avere la possibilità di godere dei tesori della musica e dell'arte, perché la gente si potesse incontrare e godere della bellezza di tutte le forme artistiche. E questo fu possibile: partimmo con un progetto ed un budget molto modesti ed oggi eccoci qui. La gente ci segue se sei onesto, se sei animato da buone intenzioni, la gente ci segue se gli dai la possibilità di toccare con mano l'arte, da vicino».

Per il futuro?
«Posso dire che potremo solo migliorare e coinvolgere un numero sempre maggiore di persone, per allargare i nostri orizzonti e dare alla gente la possibilità di mettere in comune i loro valori».

L'edizione di quest'anno guarda con un occhio di riguardo la Francia, in vista della prossima apertura di una sezione del Louvre in quest'isola degli Emirati Arabi. Concerti, spettacoli di danza, musica araba tradizionale e jazz, inoltre mostre, laboratori per tutto il mese di aprile. Spiccano tra gli ospiti d'oltralpe Natalie Dessay, l'Orchestre de Paris; quindi Lang Lang. Un calendario quello del Festival 2016 sicuramente ricco di eventi, con la prospettiva di estendere in futuro la sua programmazione. Forte di una rete di relazioni commerciali e politiche internazionali del piccolo emirato, la Fondazione sta quindi ramificando tali relazioni, estendendo i suoi rapporti con ben 25 organizzazioni culturali nel mondo, per entrare direttamente dentro la co-produzione di allestimenti: quest'anno con la Los Angels Philarmonic una Ma mère l'oye. Quindi commissioni a compositori arabi ed europei, come al musicista degli Emirati, Faisal Al Saari, allo svizzero Luzia von Wy, e al pianista afro-tarab (una forma di jazz afro americano che si coniuga con la musica araba), Tarek Yamani; e ad incentivare la produzione di musica che si collega alla tradizione araba c'è la commissione di una sinfonia al compositore Mohammed Fairouz, che verrà presentata nel 2020. E' quella del piccolo emirato il tentativo dettato dal crescente bisogno di dare al mondo un'immagine il più possibile accattivante di sé, per occultare i problemi di rispetto dei diritti umani e di democrazia, o il tentativo reale di aprirsi attraverso gli strumenti e i contenuti della cultura? Noi auspichiamo che questo “Nuovo Rinascimento”, che la signora Kanoo vede come inevitabile in questa fetta di mondo arabo, sappia realmente costruire prospettive culturali e una sostanziale apertura a quell'umanesimo integrale e filantropico di cui si fa portatrice, che non sia solamente l'occasione di una nuova vetrina per i suoi scintillanti palazzi e grattacieli.

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