Ravenna per Mandela

Il Ravenna Festival dal 13 maggio, intervista a Franco Masotti

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Sono diversi gli spunti e le suggestioni offerte dalla ventisettesima edizione di un Ravenna Festival che, in questo 2016, ci riporta alla storia del Novecento grazie a un cartellone il quale, snodandosi tra il 13 maggio e il mese di luglio in differenti rivoli tra musica, teatro e danza, viene dedicato a uno dei maggiori protagonisti del “secolo breve” come Nelson Mandela. “Ho camminato sulla lunga strada per la libertà”, questa la frase scelta per evocare uno degli uomini che meglio hanno saputo incarnare i valori della libertà, della non violenza e dell’uguaglianza, la cui vita viene distillata in alcune tappe fondamentali raccontate in “Mandela Trilogy” (9, 10, 11, 12 giugno), produzione della Cape Town Opera presentata in prima nazionale al teatro Alighieri, scritta da Michael Williams (che ne è anche regista) con musiche di Mike Campbell e Peter Louis van Dijk.

Ma sono tanti gli appuntamenti previsti nell’ambito di una manifestazione che – oltre all’ormai consolidata appendice rappresentata dalla “Trilogia d’autunno” prevista per ottobre, questa volta titolata “Lungo il Danubio” – da quest’anno vuole coltivare in modo particolare la speciale relazione con una città che, tra l’altro, vanta otto monumenti riconosciuti patrimonio Unesco. Ed ecco che, per tutta la durata del festival, un doppio appuntamento scandirà quotidianamente le giornate in due tra i luoghi più significativi della città: gli Antichi Chiostri Francescani adiacenti la Tomba di Dante, che ogni mattina alle 11 ospiteranno un momento di spettacolo ispirato al grande poeta, e la Basilica di San Vitale, nella quale ogni pomeriggio alle 19 si rinnoverà l’appuntamento musicale con i Vespri. Per comprendere meglio lo spirito che contraddistingue questa edizione abbiamo posto un paio di domande a Franco Masotti, impegnato (assieme a Cristina Mazzavillani Muti e ad Angelo Nicastro) nella direzione artistica del festival.

In questa edizione del festival viene posto al centro il tema della difesa dei diritti civili: in quest’ottica, cosa vi ha guidato nella scelta delle proposte artistiche?
«Talvolta la musica è stata la colonna sonora, il ‘megafono’ delle lotte che hanno costellato la seconda metà del secolo scorso per i diritti civili. La natura stessa della musica dovrebbe esprimere libertà e dovrebbe anche potersi esprimere liberamente, il che non sempre accade. La musica può essere rivoluzionaria oppure può anche essere asservita – così come purtroppo è stato – ai totalitarismi. Quest’anno il nostro festival ha voluto rendere omaggio a una straordinaria figura che esprime in sé l’anelito alla libertà e all’uguaglianza, un’icona, assieme a quella di Martin Luther King, della lotta contro l’apartheid per l’uguaglianza. Quella lotta era accompagnata dal canto di Miriam Makeba, di Ladysmith Black Mambazo, dalla tromba di Hugh Masekela. Noi vogliamo riproporre i suoni di quella grande stagione di lotta di liberazione con alcuni di quei protagonisti. E poi la diaspora del jazz sudafricano che ha innervato e rinvigorito il British Jazz in quella che è stata la sua stagione irripetibile. E Louis Moholo mantiene quella stessa energia: la libera e inesorabile pulsazione del suo drumming che potremo udire in due occasioni, assieme a Five Blokes e a Minafric Orchestra, con la straordinaria partecipazione di Keith e Julie Tippet.
E poi un grande affresco, Mandela Trilogy, che narra in modo corale, né potrebbe essere altrimenti, le vicende di Madiba, la sua lotta per la liberazione e poi per la pacificazione. In questo senso anche la partecipazione di Joan Baez è estremamente rappresentativa di una stagione passata ma i cui echi non si sono ancora spenti. Forse è necessario che ancora una volta la musica torni a sottolineare l’ansia di libertà, contro le chiusure, contro i muri, per la libera circolazione delle genti. Non furono forse le trombe a far crollare le mura di Gerico? E’ necessaria così un’altra stagione di impegno, un impegno che contraddistinse anche il percorso d’arte e di vita di Luigi Nono, a cui il festival dedica un piccolo me intenso omaggio, sempre sulle vie della libertà…».

Il cartellone 2016 spazia tra tradizione del passato e tendenze espressive contemporanee, tra teatro, musica, danza e altro… Oltre al tema di cui sopra, qual è l’anima di questo Ravenna Festival?

«Tra grande musica sinfonica, alcune tra le migliori compagnie di danza internazionali, interpreti ed artisti straordinari penso che forse il festival quest’anno più che un’anima ne avrà almeno cento: sono quelle dei 100cellos, il progetto concepito da Giovanni Sollima e Enrico Melozzi, che vedrà Ravenna invasa pacificamente da giovani e giovanissimi violoncellisti provenienti da ogni dove per una grande e gioiosa festa della musica, anche questa una contagiosa ed incontenibile espressione di libertà. Grandi interpreti come – oltre allo stesso Sollima – Monika Leskovar, Mario Brunello, Massimo Polidori, Ernst Rejiseger, che si esibiranno nelle basiliche bizantine, in piazza, negli ospedali o nell’antico porto di Classe, o nei chiostri danteschi per un omaggio al grande poeta. E poi una grande chiusura ‘danzante’ nella rocca veneziana della città, un trascinante percorso sulla musica da ballo dalla passacaglia alla techno del Terzo Millennio con un titolo che vuole essere un omaggio al Duca Bianco: “Let’s Dance!”»

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