La settimana pucciniana del Ravenna Festival

E Muti dirige Anna Netrebko

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Con un'appendice autunnale, il Ravenna Festival 2015 chiude il cartellone nel nome di Puccini, autore poco frequentato nelle passate edizioni. Una coincidenza di eventi raduna in sette giorni, dal 9 al 15 dicembre, una ideale "trilogia pucciniana" che fa eco a due precedenti trilogie verdiane: quella dedicata nel 2013 alle opere shakespeariane (Macbeth, Otello, Falstaff), e quella dell'anno precedente incentrata sulla cosiddetta trilogia popolare (Rigoletto, Il trovatore, La traviata). Ma ben diversa è la delineazione del cartellone di quest'anno: un solo titolo operistico sarà in scena, una Bohème (9, 12, 14 dicembre) inserita significativamente sui binari di un corso preferenziale che il classico spettacolo d'opera si troverà sempre più spesso a dover percorrere. Da un lato le forze giovani - l'Orchestra Giovanile "Luigi Cherubini" in primis, chiamata a sostenere un altrettanto giovane cast vocale - dall'altro soluzioni sceniche in grado di abbassare consistentemente i costi dell'allestimento. Se l'opera si è sempre affidata ai giovani artisti, specie in quella che una volta si chiamava "la provincia teatrale", è altrettanto indubbio che dietro ai nomi nuovi e sconosciuti si celano in nuce le star di domani, capaci ben spesso di prestazioni di alto livello, talvolta superiori a quelle offerte da artisti affermati, tanto più in un'epoca come quella presente in cui - tolta una manciata di nomi - il divismo operistico sembra essersi notevolmente ristretto, a favore di un professionismo diffuso di buon livello medio. Fenomeno più recente è invece la dematerializzazione dell'allestimento scenico: superata l'epoca dei catafalchi in cartapesta, sperimentata da tempo la scena vuota animata da pochi ed essenziali oggetti simbolici, lo spazio si rianima oggi attraverso la luce e la proiezione di virtuali scenografie su pareti neutre, capace di creare con poca spesa ambientazioni fin sontuose e sostituibili una all'altra con un semplice click. Cristina Mazzavillani Muti, sempre più attiva come regista, anche in questo caso promette col suo collaudato team un allestimento high-tech, ispirato però non tanto al bozzettismo belle époque solitamente collegato alla Bohème quanto piuttosto alle immagini visionarie di quel simbolista ante litteram che fu Odilon Redon, annullando così nell'opera quel tanto di leggero e brillante che in molti passi la contraddistingue, in un'inedita ottica pessimistica: «Laddove c'è lo scherzo io sento il beffardo, dove c'è il farsesco avverto la cattiveria sottile; dove c'è il pianto sento l'urlo e dove c'è amore intravedo invece incomprensione, mentre dove c'è amicizia sento anche incomunicabilità».

Ancor più innovativa sarà la lettura che sempre di Bohème offrirà Alessandro Cosentino in Mimì è una civetta (10. 13, 15 dicembre), presentato come un pluristilistico divertissement à la bohémienne con i personaggi dell'opera che cantano le linee originali pucciniane e il tessuto orchestrale arrangiato per band, con la partecipazione della tromba di Fabrizio Bosso e della fisarmonica di Simone Zanchini. Di adattamenti, riscritture e riduzioni d'ogni genere, l'opera si avvale sempre più spesso negli ultimi anni. E sembra essere questo il risultato congiunto di varie esigenze, dove convivono sia il desiderio di innovare, là dove di veri titoli nuovi e duraturi si sente sempre più la mancanza, sia la necessità di produrre qualcosa di più agile dello spettacolo operistico classico, adeguandosi alle esigenze di pubblici alternativi (e non sarà un caso se alle scuole ravennati sarà riservata questa riscrittura piuttosto che l'originale). Con Puccini l'operazione dovrebbe essere più semplice (e giustificata) che non con Verdi o Mozart, partendo dall'assunto che proprio da Puccini prende le mosse tanta musica del Novecento, specialmente quella diffusasi fuori dai teatri d'opera.

Al centro della settimana pucciniana spicca l'evento: l'11 dicembre, a Forlì, nell'ampio spazio del Palacredito di Romagna, Riccardo Muti assumerà una volta ancora le vesti di accompagnatore al pianoforte, per una finalità benefica. La memoria va al concerto ravennate del 1982, con le voci irripetibili di Freni, Carreras, Bruson e Ghiaurov, e ad altre occasioni analoghe susseguitesi negli anni. Il riferimento dichiarato è comunque il concerto con Luciano Pavarotti del 1995, nel medesimo luogo, a venti anni esatti di distanza: si doveva allora raccogliere urgentemente un sostegno per la comunità fondata da Don Dario Ciani a Sadurano, che accoglie persone gravemente disagiate; si ricorda oggi il suo fondatore, scomparso la scorsa estate, con un analogo concerto di solidarietà. Attrazione vocale della serata tutta pucciniana (pagine da Tosca, Madama Butterfly, La Bohème, Manon Lescaut e Turandot) sarà questa volta il soprano Anna Netrebko, fra una recita e l'altra della Giovanna d'Arco al Teatro alla Scala. Con lei il tenore azerbaigiano Yusif Eyvazov, già Cavalier Des Grieux accanto alla Netrebko nelle Manon Lescaut con Muti a Roma, e il soprano Elena Buratto, reduce dal Falstaff di Muti al Ravenna Festival nella scorsa estate e da altre importanti apparizioni con il maestro.

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