Il fascino di Shirley Verrett

La scomparsa della cantante americana

Articolo
classica
Shirley Verrett, la "voce nera" per eccellenza, si è spenta il 5 novembre nella sua casa di Ann Arbor. Statunitense di nascita (New Orleans, 31 maggio 1931), europea per carriera, a cominciare dalla Carmen di Spoleto nel 1962 che la segnalò alla pubblica attenzione, dopo cinque anni americani nell'ombra, anche a causa delle discriminazioni razziali di cui fu vittima da principio. Quarant'anni sulle scene, durante i quali ha cantato di tutto senza divenire specialista di nulla: la sua cronologia artistica spazia da Britten a Gluck, da Rossini a Verdi, dal liederismo al musical, dal contralto al soprano, spesso con approcci occasionali e non ripetuti a questo o quel personaggio. Fanno eccezione pochi titoli: accanto a Carmen, quel Macbeth alla cui fortuna moderna ha contribuito in modo determinante, con le ripetute rappresentazioni alla Scala nello spettacolo indimenticabile di Strehler e Abbado, dal 1975 in poi, e successivamente un film con D'Anna e Chailly. Fu proprio a contatto con la parte al limite dell'eseguibilità di Lady Macbeth che la sua vocalità ibrida e ambigua trovò massima realizzazione: la grana scura del timbro, l'ampiezza voluttuosa della cavata melodica, la taglienza dell'accento sconfinante nell'asprezza, tratti tipici di tante "voci nere", rendevano a perfezione la natura vocale e psicologica del personaggio. Per lo stesso motivo, Eboli nel Don Carlo sembrava parte scritta appositamente per lei: un mezzosoprano spinto frequentemente verso gli estremi acuti, cui si richiede però anche la leggerezza del canto vocalizzato e la forza tigresca delle più accese invettive drammatiche. Al contrario, Orfeo e Dalila erano forse troppo contraltili per lei, Tosca e Norma forse troppo sopranili, Rossini e Donizetti forse troppo belcantistici. Il tutto, va da sé, sempre e comunque attestato al livello di un'altissima professionalità musicale e di un'affascinante presenza scenica. Al punto che il suo nome in locandina, anche in parti non protagonistiche, finiva per attribuire automaticamente allo spettacolo un tocco di classe e d'eccellenza. Più che le ripetute Aide e le Azucene, spiccano dunque nella sua cronologia operistica le esecuzioni di titoli meno inflazionati e del tutto disattesi dalla discografia ufficiale, invero assai limitata: Les Troiens di Berlioz sopra tutti, dove interpretava contemporaneamente Cassandra e Didone, ma anche Alceste e Iphigénie en Aulide di Gluck, Moïse et Pharaon di Rossini oppure L'Africaine di Meyerbeer, tutte opere in cui il personaggio affidatole vive in quella indeterminatezza d'estensione nella quale Shirley Verrett riusciva ad esprimere il meglio di sé. Non la ricorderemo infatti come un modello vocale da imitare, ma come l'eccezione difficilmente ripetibile, e in quanto tale carica d'ineguagliato fascino.

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

classica

Intervista al regista Barrie Kosky, dal 2012 alla guida della Komische Oper di Berlino

classica

Il Saggiatore ripropone la raccolta di pezzi di critica musicale del pittore e poeta

 

classica

Firenze: parla il direttore artistico Domitilla Baldeschi