Ecosistema contemporaneo

Riflessioni su Play it! 2014

Articolo
classica
Giusto in apertura della terza edizione (26 - 29 marzo al Teatro Verdi di Firenze), Play It ! riceve il premio Abbiati della critica musicale italiana con questa motivazione: «Play it! (nel senso di "Suonalo" e "Suona Italia") impegna l'Orchestra Regionale Toscana in una serie di concerti che in quattro giorni propongono lavori di autori italiani di diverse generazioni e poetiche, offrendo uno spazio prezioso alla musica di un paese in cui la maggior parte delle istituzioni tende a ignorare i compositori viventi». E anche stavolta la rassegna ideata da Giorgio Battistelli, nelle quattro serate sotto le bacchette di Fabio Maestri (nella foto), Carlo Rizzari, Tonino Battista e Francesco Lanzillotta, con la partecipazione dei solisti Mario Marzi, Alda Caiello, Francesco Dillon e Lorna Windsor, offre lo spaccato consueto, volutamente e dichiaratamente eterogeneo, di musiche diverse, ma tutte italiane, e gli affianca i dibattiti mattutini, in cui, alle provocazioni di un esperto su alcuni temi importanti proposti dallo stesso Battistelli, fa da contraltare la parola dei compositori e degli altri operatori (editori, direttori, interpreti).

E allora cominciamo mercoledì mattina parlando con Gianluigi Mattietti di "Ecosistemi della nuova musica": usciamo dall'archetipo romantico della società brutta e cattiva che pone limiti alle creatività e ai linguaggi che non accetta, e analizziamo come funzionano questi ecosistemi, i festival, le rassegne, la loro capacità di vivere in una sorta di biosfera sana perché c'è chi produce e chi consuma. Condizione di salute che è più facile trovare nei festival fuori d'Italia - Mattietti porta ad esempio Donaueschingen - dove la vitalità, la trasformazione e trasmissione dell'energia creatrice dall'autore all'interprete all'ascoltatore, è dimostrata dalle centinaia di persone che formano il pubblico, creano opinioni e interesse, formano una comunità che anno dopo anno si ritrova e si rinnova. Mentre in Italia, osserva Battistelli, la proliferazioni di tanti piccoli ecosistemi di nuova musica non coordinati fra loro è un fattore di debolezza che sottrae energie. E che spesso si traduce, come afferma Mattietti, in politiche di scambio - io suono te e tu suoni me - e nel perpetuarsi di festival grandi o piccoli ma ferreamente e inscindibilmente legati a persone o piccole cerchie sempre più asfittiche e autoreferenziali. D'altra parte, essendo l'ecosistema musicale italiano nella sua generalità dominato da "consumatori apicali" - Mattietti - o grandi predatori che dir si voglia, sembra indubbia la capacità di certe piccole associazioni di ottimizzare le scarne risorse residue grazie alla propria competenza, con l'abilità con cui in certe antiche comunità si faceva la captazione e il riciclo dell'acqua. A Firenze sono stati il Gamo, Firenze Suona Contemporaneo, il Festival Tempo Reale, Contempoartensemble, FLAMensemble, Nuovi Eventi Musicali, le stagioni di Villa Romana, con i loro piccoli budget, prima e meglio delle grandi istituzioni, a farci sentire note di Carter, Feldman, Reich, Lachenmann, Gubaidulina, Hosokawa, Grisey, Romitelli e tanti altri, a creare felici e spontanee interazioni con le altre arti, a far respirare la musica contemporanea in spazi come la Biblioteca degli Uffizi, la Stazione Leopolda, il cortile del Bargello, la Limonaia di Villa Strozzi.

A proposito di Grisey e Romitelli: sono tra gli autori di cui i compositori e gli operatori parlano di più nell'incontro interessantissimo e segnato da un dibattito fervido e intenso sul "pensiero musicale di oggi", che vede come propositore principale dei temi un critico autorevole della nuova musica come Paolo Petazzi. Il "pensiero forte" sulla musica è un tema ricorrente per Battistelli, ma forte in che senso ? Battistelli in passato, ad esempio da direttore della Biennale di Venezia, è stato accusato casomai di eclettismo e di maglie troppo larghe nel definire le sue proposte, dunque né lui, né tanto meno i compositori, sembrano nutrire alcun rimpianto per gli astratti rigori del tempo che fu, che producevano pensieri forti nel senso di coerenti e inattaccabili sul piano argomentativo, quanto probabilmente sbagliati. E allora, il pensiero degli spettralisti come nuova fondazione "naturale" della musica, naturale nel senso di scientifica e basata sull'acquisizione di conoscenze fisico-aucustiche e sull'avanzare delle neuroscienze, in risposta alle costruzioni astratte delle vecchie avanguardie ? Certamente in molti pezzi ascoltati nei concerti serali si è colta la traccia potente del pensiero e anche dello charme spettralista, ad esempio in certe originali rimappature di territori già esplorati, come la soglia continuo-discreto, e l'uso peculiare del mezzo elettroacustico. Ma in definitiva cos'è, questo pensiero musicale oggi ? Più che cos'è, possiamo dire com'è, come deve essere: multipolare, segnato di complessità e differenze (Petazzi), perfino, udite udite, eclettico. Che dicono i compositori e gli operatori ? "Il pensiero musicale è quando ascolto un pezzo di qualcuno e riconosco la sua mano e la sua impronta, è l'espressione artistica individuale" (Alessandra Ravera), è "il processo creativo come trasformazione consapevole di una cosa in un'altra" (Gilberto Bosco), è cercare la propria individualità anche quando si è inseriti dalle proprie vicende professionali in un mainstream molto definito (Carlo Emanuele Cella, che lavora all'Ircam), casomai cercare pensieri oltre la musica per fondare la propria poetica, come Romitelli che trova in Wittgenstein il suggello filosofico della sua capacità di riconoscere e illuminare il particolare nell'universale (Marcello Filotei). Si tratta di elaborare una koiné che oggi ci manca per parlarci, e anche di uscire dalla "gestione dei dieci minuti", dieci minuti di musica, tipica di queste pur preziosissime occasioni (ancora Cella). E allora, giusto per varcare questi famosi dieci minuti: accanto all'operazione veramente meritoria che fa Play it ! nel seguire l'evolversi della scrittura di un compositore anno dopo anno, scommettendo su di lui e lasciandolo lavorare un po' come un compositore in residence, sarebbe importante anche seguire il destino di lavori presentati qui a Firenze come sunti o anteprime o corti o riscritture di parti di opere più ambiziose e più vaste, già scritte o in corso di scrittura (ad esempio il "corto d'opera" L'aurea d'amore di Carla Magnan e Carla Rebora visto e sentito nell'ottobre 2012 a Play It ! 2° edizione, è nel frattempo diventato un lungo con possibilità di approdare prima o poi alla scena ?).

E venendo finalmente a quanto ascoltato nei quattro concerti, pensiero sarà, magari, capacità di cogliere e tradurre in suoni, con abilità persuasiva ma anche con finezza e misura, l'energia e il valore di un'immagine generatrice o di qualcosa che ha lasciato una forte traccia. Qualcosa dalla poesia, per esempio. Come nella raffinata materializzazione e delicata saturazione timbrica dei lunghi suoni di Stasis in the Darkness. Then the Blue di Daniela Terranova, meditazione su Sylvia Plath per orchestra (prima assoluta, commissione Ort, 13 minuti), e soprattutto in Finito ogni gesto per sei strumenti di Francesco Filotei (2010, prima italiana, 12 minuti), il cui titolo riecheggia un verso del Novissimum Testamentum di Sanguineti e che tra cromatismi e rumorismi delicati e un po' spettrali si muove in intima consonanza con il lirismo profondo e eterodosso che di Sanguineti è una delle facce, degli approdi. Ma c'è un bel terreno di confronto anche nella "musica pura", come si diceva un tempo, con generi, forme e strutture musicali apprese e incarnate nel gesto compositivo. Come la variazione, nell'elegante Blooming per nove strumenti di Andrea Manzoli (prima assoluta, commissione Ort, 10 minuti). O il concerto come arcata formale e dialogo fra solista e orchestra. Ciò che avviene in Trama di Luca Francesconi per sassofono (Mario Marzi) e orchestra in prima italiana (pensare che è un pezzo del 1987 !), venti minuti in cui la narrazione è chiaramente incardinata su un dialogo solista-orchestra sorretto da idee e figure ben definite, con grande energia ritmica ed estrosità timbrica, e anche in Voce per violoncello (Francesco Dillon) e orchestra di Matteo Franceschini (2012, prima italiana, 16 minuti). Continuando a spigolare qua e là, abbiamo apprezzato il vigore ritmico ma anche la mascherata un po' spettrale dei timbri di In the Dark di Marco Lena (prima assoluta, commissione Ort, 8 minuti), riscrittura strumentale dell'ultima scena di un più ampio lavoro di teatro musicale, Othellosexmachine, e il gioco ludico, di presa immediata ma anche di grande nitore di segno, di Allegro con bocca per ensemble ed elettronica di Emanuele Casale (2011, prima italiana, 11 minuti), in un rifrangersi di rimandi veloci come nell'hoquetus medievale e con un'elettronica che ci è sembrata di concezione particolarmente originale e piccante. Continua ad affascinarci, ma senza capirne del tutto l'orientamento, la nervosa e vibrante finezza di segno di Giovanni Verrando in Travelling Icon on Rabbit Skin Glue per ensemble (prima assoluta, commissione Ort, 9 minuti), ma anche questa è una riscrittura, o per dirla con Verrando una "miniatura", di un pezzo precedente per percussioni e orchestra. E' un buon bilancio, sul totale dei venti pezzi proposti da Play It ! 2014 ? Probabilmente sì, se ne consideriamo la formula di una mietitura annuale, inevitabilmente esposta a ciò che c'è e alla riuscita singola dei compositori di cui si segue l'evoluzione. E anche questa edizione si è chiusa rendendo omaggio con il Premio Play It ! a un maestro, Azio Corghi, il cui ... Her Death ! (Ritratto di Sarah) per attrice-cantante (che era la sempre brava Lorna Windsor) e orchestra su testo di Quirino Principe, 2005, ha chiuso quest'edizione, ancora una volta resa possibile dall'impegno e dalla convinzione dell'Orchestra della Toscana e delle sue ottime prime parti.

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