Duilio Courir 1928-2010

Angelo Foletto ricorda il critico musicale

Articolo
classica
L'ottimismo della ragione, cioè la fiducia nell'intelligenza e la spontanea complicità con chi ha scelto la familiarità con l'arte come bussola quotidiana e chiave d'interpretazione della vita. Il profilo personale di Duilio Courir (Zara 1928 - Zurigo 2010) era tutt'uno con quello personale. Inutile cercare di sparigliare quello del critico d'arte (nei primi anni del Resto del Carlino, dove scrisse dal 1955 al 1972) dal musicista con solida preparazione accademica (con Eugenio Bagnoli e Gino Tagliapietra, a Venezia). Difficile dare conto dell'editore (dallo Spettatore musicale a Amadeus) senza ricordare l'uomo di spiccata vocazione politica solidale col mondo e le idee di Giovanni Spadolini e dei Crespi, o scindere l'impegno di militante e paladino della critica musicale -con la creazione del "Premio Abbiati" (1981) e dell'Associazione nazionale critici musicali che presiedette dal 1986 al 1993 - dal giornalista che alla vita musicale partecipò in prima persona con dedizione totale.
La sua presenza 'critica' di uomo di cultura d'azione, propositivo nell'esercitare il giornalismo con pragmatico e appassionato ottimismo, è stata una formula originale e vincente per rinnovare la professione: impegnandola sul fronte di linguaggi e tradizioni esecutive moderne, mettendone in luce l'attitudine a essere uno strumento adatto a sollevare le coscienze -e non solo il gusto estetico- dei lettori, e a suscitare dibattiti culturali. Oggi quella formula è di riferimento. Tale modo d'essere, oltre che di apparire (per spazi e rilevanza, le rubriche culturali dei quotidiani allora erano considerate e considerevoli), non sempre è stato condiviso e gli ha suscitato robuste inimicizie, anche fratricide: dopo aver cercato di liberarsene slealmente in precedenza, il 'suo' Corriere della sera (subentrato a Franco Abbiati, vi scrisse dal 1972 al 1993) allo scoccare dell'età pensionabile lo scaricò con rara villania personale e giornalistica. Ma in quei vent'anni, quasi presagendo l'attuale isolamento della critica musicale e volendosi scrollare di dosso l'immagine del recensore disinteressato alle sorti del mondo al di qua e al di là del sipario, Courir impose una figura di operatore culturale mai visto. Il critico scriveva di musica ma si "sporcava le mani": con la politica, con la difesa della Scuola di Fiesole o delle orchestre Rai, con l'aperta solidarietà all'avanguardia, con l'appoggio anche personale a numerose iniziative pubbliche (dalle "Feste Musicali" a "Musica nel nostro tempo" e "Milano Musica"), con la severità nei riguardi delle istituzioni nazionali, con la provocatoria attenzione alle proposte dei festival europei. Intervenire sulla vita culturale per difenderne l'utilità e il futuro. Per questo, al di là d'una prosa talvolta iperbolica, retaggio del gusto metaforico e caratteristico della critica d'arte e specchio della formazione culturale ricca e complessa, gli articoli di Courir erano un'occasione per riflettere, per prendere posizione, per dissentire. Dietro l'impostazione energica, e vagamente moralistica, bruciava la vocazione a sottolineare l'innovativo ruolo di intermediazione tra lettori e fatto musicale che la critica musicale doveva giocare. Così, nel momento privato (e non impulsivo) della scrittura, il giornalista di cultura e musica Courir non si limitò a blandire o censurare gli avvenimenti né a raccontare la bellezza del fatto artistico in sé: sentì la responsabilità di rimarcare quanto la consapevolezza intellettuale e la tensione ideale dei musicisti potenziasse l'interpretazione, facendo di ogni esecuzione - ma anche il luogo o la circostanza che la ospitava - un fatto sociale oltre che poetico irripetibile.
Le stesse motivazioni le ribadì con forza a voce, negli interventi pubblici scagliandosi ad esempio contro l'incompetenza (e assenza) musicale della classe politica. In tali occasioni l'indole passionale e l'intransigenza culturale lo portarono a essere meno compassato difendendo con forza e con un disinteresse che non era ingenuità un'idea ottimistica di vita e collettività musicale: moderna, sensibile e preparata al bello, capace di organizzarlo nelle forme migliori e senza pregiudizi. Dando voce a un prototipo di giornalismo civile e di servizio, anche nel campo dell'arte, che rimane il suo lascito professionale più autentico.

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