Conoscere la liturgia dell'opera

L'intervento di Francesco Ernani, sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, alla tavola rotonda "Per un'idea condivisa e sostenibile della produzione lirico-sinfonica nei teatri italiani"

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Nel Foyer Respighi del Teatro Comunale di Bologna si è svolta il 17 marzo la tavola rotonda "Per un'idea condivisa e sostenibile della produzione lirico-sinfonica nei teatri italiani. (Le nuove norme per il "rilancio" delle fondazioni lirico sinfoniche, delle attività musicali sovvenzionate e dello spettacolo dal vivo contenute nel d.l. 8 agosto 2013, n. 91 e nella legge di conversione 7). Pubblichiamo il testo dell'intervento di Francesco Ernani, sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, intitolato "Conoscere la liturgia dell'opera per il suo riordinamento":

Va subito ricordato che il Teatro Comunale di Bologna, situato nel centro della cittadella universitaria, è uno dei punti forti di produzione culturale nel territorio nazionale dal quale irradiano straordinarie energie capaci di allargare l'orizzonte indefinito di quella materia chiamata "cultura". Riflettendo sul mio impegno, in qualità di dirigente, da oltre 40 anni al servizio di storici Teatri d'opera del nostro Paese, come la Scala, l' Opera di Roma, il Maggio Musicale Fiorentino, il Carlo Felice di Genova, l'Arena di Verona ed ora Bologna, sento doveroso sottolineare l'importanza della conoscenza, per chi lavora come dirigente in un Teatro d'Opera, del termine greco liturgia: lei-tourgia che come attestano i classici di Platone e Aristotele è un servizio reso alla cosa pubblica o in pubblico. Un Teatro d'Opera pertanto che è chiamato a realizzare un servizio culturale d'interesse sociale, nel rispetto della nostra Carta Costituzionale, deve saper bene percorrere i riti collegati al servizio cui è tenuto. La qualità del servizio, invero, dipende dalla comunione dei riti delle prove di scena, delle prove di sala delle distinte categorie professionali e poi dei riti in palcoscenico con tutte le categorie fino all'apertura del sipario, con il pubblico in sala. I vari dettagli legati alla produzione musicale, vocale e scenotecnica dell'opera indicata nel programma di sala, assumono così specifici significati. La qualità della musica, degli interpreti e degli esecutori può giungerci, come spettatori, sino alla soglia della nostra anima e, a volte, riesce a farla germogliare, se si è ben rispettata la corretta liturgia.

Nel 1816 Santorre di Santa Rosa, personaggio storico del nostro Risorgimento, che andrebbe ben ricordato rileggendo i suoi scritti, riportò nel suo diario un verso della poetessa Diodata Saluzzo Roero "Italia, Italia, il mio dolore ti noma" e poi aggiunse "a difetto di ferro, la mia penna ti servirà". Ora siamo nel 2014 sono passati quasi due secoli e per rimanere nel mio campo professionale, sento di dovermi avvalere anch'io delle parole della poetessa di cui sopra "Italia, Italia, il mio dolore ti noma". Il mio dolore è vedere che la nostra vita musicale con riguardo al suo passato e vista nel presente per un futuro migliore, trova persone che non ne riconoscono i valori ed i benefici ed operano senza rispetto per la sua vita. Oggi ascolto e leggo troppe parole "semolino" e quello che è più grave, come sovrintendente, sono chiamato ad applicare norme "intruse" cioè, norme che provocano guasti in un campo diverso da quello che dovrebbe essere direttamente normato per guidare il futuro verso la crescita con chiare responsabilità gestionali. Sulla Rivista londinese "Opera", del febbraio 2014, è stato pubblicato l'articolo dell'editore John Allison sulla crisi dei Teatri d'opera in Italia, partendo dalla situazione dell'Opera di Roma, per poi concludere con parole in italiano «... Più le cose cambiano, più restano le stesse ...». Ma da dove dovremmo ripartire per riformare i nostri Teatri d'opera? La mia risposta è che i Teatri devono essere riformati da una specifica normativa capace di riordinare il settore in una visione di concorrenza sempre più internazionale affidata a persone che dovranno assumere la responsabilità della loro gestione. Un marinaio, per esempio, deve avere almeno una mappa e un compasso, la prima per aiutarlo a stabilire la destinazione, il secondo per dargli l'orientamento. Per analogia, nel nostro settore chi è chiamato a dirigere un Teatro d'opera deve conoscere i principi guida generali che gli servono come mappa e compasso, solo così il cambiamento, con l'impegno delle diverse componenti artistiche e tecniche, sarà capace di pervenire al superamento della sua attuale crisi e a realizzare la sua necessaria crescita. Il Sovrintendente di un Teatro d'opera deve ben conoscere la situazione del personale che vi lavora e che costituisce la dotazione delle diverse categorie, artistiche, tecniche e amministrative. Ciò, in quanto il fattore umano ne rappresenta sempre il perno della qualità produttiva. Occorre avere chiara consapevolezza della struttura dei complessi artistici che sono incentrati sull'eredità ricevuta e sull'emancipazione richiesta, nel presente quadro, dalla massima coesione tra i soggetti che costituiscono le diverse file, ad esempio nell'orchestra, le diverse sezioni ad esempio nel coro, ed i diversi ruoli ad esempio nel corpo di ballo. Già nella fase progettuale della produzione artistica di un Teatro, si deve conoscere e fare riferimento alla flessibilità dell'organizzazione del lavoro delle distinte categorie per ottenere il migliore risultato possibile collegato ad un prodotto che non sarà frutto della struttura gerarchicizzata, bensì delle prestazioni di ciascun operatore artistico o tecnico legato allo spettacolo offerto al pubblico. Ho letto di recente, nella rivista canadese The Whole Note un'interessante studio sulla categoria degli artisti del coro dal titolo The One and the Many, ove si è presentato l'enigma della differenza tra il cantare nel coro di un Teatro d'Opera ed il cantare in un coro. Ho trovato molto interessante le diversità segnalate nella miscela del canto ed i suoi diversi suoni, tra interprete di coro lirico e artista cantore.

Nel Teatro d'opera è, quindi, importante far sentire la cultura del positive work place al fine che siano riconosciute le qualità personali di interpreti ed esecutori, emancipando lo status del dipendente o di scritturato, verso lo status più partecipativo possibile. Anche uno storico Teatro d'opera, per mantenere la meritata fama, deve perseguire la stabilità e la continuità del personale appartenente alle diverse categorie che sono essenziali per la qualità della produzione. Non si devono disperdere i patrimoni umani che vanno tutelati gestendo al meglio anche le diversità senza mai creare squilibri nel lavoro. Quirino Principe sul Sole 24Ore dell'8 dicembre 2013 ci ricorda «... un teatro d'opera, per definizione produttore di cultura, di idee, di significati che danno senso alla nostra vita e trasmettono idee simboliche, archetipiche e fondamentali, dovrebbe essere valutato primariamente in relazione con le idee, con la coltivazione della coscienza e dell'identità culturale, eccetera. E' scandaloso che i Italia i teatri d'opera siano valutati quasi esclusivamente come costi, come problemi fastidiosi che sarebbe meglio rimuovere.» Così, lo dobbiamo dire con chiarezza, i Teatri d'opera in Italia anziché essere considerati " Tesori " del Paese, vengono spesso presentati all'opinione pubblica non come centri essenziali di produzione artistica e di posti di lavoro nel campo delle arti e della musica bensì come mucchio di macerie da eliminare. Non si evidenziano le eventuali deficienze e responsabilità manageriali ma pretese "necessità oggettive" per infliggere sofferenza alla realtà sociale. Vengono così dimenticati i nostri giovani che stanno coltivando lo specifico talento frequentando le Scuole di Musica, i Conservatori, le Scuole di Danza e le diverse Scuole d'arte.

Mi avvio a concludere richiamando la conclusione di uno studio che ho trovato in un libro di Gaspare Scuderi dal titolo "Musica: Campo di Agramante" ove sono raccolti interessanti articoli aventi valore di documenti ma che non possono non interessare anche il giovane musicista del presente che voglia tentare l'assalto alla babelica situazione del nostro mondo musicale. L'articolo si concludeva con le seguenti parole «... Quando il teatro lirico non sarà più soltanto un magnifico museo, ma tornerà palestra di giovani energie; quando i Conservatori riprenderanno la loro antica funzione; quando negli istituti di cultura l'educazione musicale verrà considerata alla pari d'ogni disciplina - storica o filosofica - elemento necessario alla formazione spirituale della gioventù;quando insomma l'arte musicale italiana sarà difesa in ogni settore, solo allora potrà riconquistare il primato tenuto per secoli nel mondo con infinito vantaggio spirituale ed economico.» L'articolo è stato pubblicato nel 1936; non ho cambiato neanche una parola per mettere in luce la sua l'attualità dopo quasi un secolo.

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