Chailly nella dinastia di Lipsia

Nel numero di marzo 2014 in edicola recensiamo le nuove registrazioni di Riccardo Chailly con la Gewandhausorchester di Lipsia, dedicate a Brahms. Ripubblichiamo alcuni brani dell'intervista che Valeria Andreani gli fece un anno dopo il suo arrivo nella città tedesca, nel 2006

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Maestro Chailly, perché Lipsia?
«Avendo avuto per tanti anni impegni sia sinfonici che operistici l'idea era di espandere e di coniugare queste due esperienze all'interno di un'unica istituzione. L'Orchestra della Gewandhaus rappresenta il più grande Klangkörper del mondo e l'Opera di Lipsia ha una tradizione altrettanto solida e storica. Inoltre sin da ragazzo ho avuto una gran predilezione per Bach. Lipsia è il centro mondiale della musica bachiana e la Gewandhausorchester coniuga quotidianamente il repertorio sinfonico con la musica barocca di Bach».
Quando e come è iniziato il contatto con Lipsia?
«Negli anni '80 lavoravo regolarmente al Festival di Salisburgo per desiderio di Karajan, che mi propose un concerto con la Gewandhausorchester nel 1986. Naturalmente conoscevo l'orchestra attraverso le incisioni discografiche. Benché fossi direttore alla Radio di Berlino Ovest, non l'avevo mai ascoltata dal vivo: erano gli anni del Muro. L'incontro con la Gewandhausorchester fu una folgorazione reciproca, rimasi colpito dalla fiamma che inonda il modo di fare musica di questa orchestra, dal suo enorme calore umano e musicale, dalla bellezza del suono, un suono scuro, che io definisco un bronzo antico. Tornai a Lipsia nel 2001, e fu allora che mi venne proposta la doppia carica di Generalmusikdirektor dell'Oper Leipzig e di Gewandhaus Kappelmeister. Vi rimarrò, per contratto, fino al 2010».
Come giudica la preparazione dell'orchestra?
«Molto buona. L'orchestra ha coscienza del suo valore, della fama e di essere una delle più importanti madri di tutte le orchestre. I musicisti suonano con un gran senso di responsabilità, consapevoli che la preparazione individuale prelude al lavoro collettivo».
A quale livello vorrebbe portare la scena musicale lipsiense?
«Maestri quali Nikisch, Walter, Furtwängler hanno già dato degli impulsi fortissimi. Cerco di amplificare tale fama con i mezzi moderni, soprattutto con la discografia».
Riscontra differenze tra le orchestre italiane e quelle tedesche?
«Sì, certamente. È un fatto prima di tutto di cultura sinfonica e poi di suono. Ho sempre diretto orchestre che si riconoscono da sole già alla terza battuta; quella della Gewandhaus è una di queste: ha una unicità di suono, negli archi c'è un colore scuro... tipico della scuola sassone. Le orchestre latine hanno un valore sinfonico indiscutibile ma una timbrica diversa».
Come giudica il pubblico tedesco?
«Il pubblico di Lipsia è considerato conservatore, e forse anche a giusta ragione. "Conservatore" significa mantenere il meglio di una tradizione, conservare la memoria che va oltre le generazioni. Tuttavia è un pubblico aperto e attento ai rinnovamenti, mostra una partecipazione formidabile a tutti i concerti, con un tutto esaurito alle prime di musica contemporanea e uno slancio di applausi straordinario».
Crede che un direttore possa dirigere qualsiasi tipo di musica?
«Sì certamente, se ha studiato e se è bravo. Non amo le specializzazioni in quanto sinonimo di limitazioni».
Una musica che non dirigerebbe mai?
«Ci sono tanti autori che avvicino da ascoltatore ma non da interprete, come Sibelius, di cui dirigo solo il Concerto per violino».
E un compositore che vede come traguardo?
«Certamente Bach, che ho già diretto tante volte. Interpretare Bach mi sembra un po' una lotta all'infinito perché non esiste una versione interpretativa definitiva».
(articolo pubblicato su "il giornale della musica" 229, settembre 2006)

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