Un incubo senza risveglio nella città morta
Allo Staatstheater Mainz Angela Denoke si misura con la regia lirica nel capolavoro di Erich Wolfgang Korngold
19 dicembre 2025 • 3 minuti di lettura
Staatstheater (Großes Haus), Mainz,
La città morta
18/10/2025 - 11/01/2026Da qualche tempo Angela Denoke affianca alla sua lunga e prestigiosa carriera di soprano quella di regista lirica, mostrando una predilezione per letture fortemente introspettive e psicologiche. La sua nuova produzione di Die tote Stadt di Erich Wolfgang Korngold allo Staatstheater Mainz conferma questa direzione: uno spettacolo coerente, compatto, ma anche volutamente “di parte”, che, pur non rinunciando a una dimensione astrattamente poetica, si concentra sull’ossessione feticista e necrofila del protagonista Paul. Per l’opera di Korngold, Denoke sceglie infatti una chiave dichiaratamente psicoanalitica, che filtra l’intera vicenda come un lungo e soffocante percorso mentale del protagonista senza via d’uscita possibile. In quest’ottica, il finale scelto dalla regista rovescia il posticcio lieto fine dell’opera originale – già distante dall’esito tragico del romanzo di Georges Rodenbach – per approdare a una conclusione cupa e senza catarsi, del tutto coerente con una lettura che nega la possibilità di guarigione o risveglio. La “città morta” non è Bruges, ma la psiche di Paul, imprigionata in un lutto patologico da cui non c’è possibilità di riscatto.
La scenografia essenziale di Timo Dentler e Okarina Peter, che firmano anche i costumi, rafforza questa impostazione: tre sezioni di una casa dalle linee sghembe, inclinate e instabili, evocano direttamente l’estetica dei vecchi film espressionisti. Lo spazio è cupo e claustrofobico, illuminato pochissimo da luci molto fioche e di taglio disegnate da Frederik Wollek, come in un incubo ricorrente. Coro e figuranti – vestiti di nero e con il volto coperto da maschere come in una visione onirica cara al pittore belga James Ensor – trasformano la scena in una processione allucinata di fantasmi interiori. L’effetto è efficace sul piano visivo, anche se a tratti penalizza il movimento scenico e appiattisce il contrasto tra realtà e allucinazione, ben presente nell’opera di Korngold.
Sul podio, Gabriel Venzago debutta come direttore musicale del teatro di Mainz. La sua direzione rivela una evidente fascinazione per il talento di orchestratore del giovane Korngold: la Philharmonisches Staatsorchester Mainz è trattata (e risponde) come un organismo lussureggiante, ricchissimo di colori e dettagli, con sonorità spesso sontuose e avvolgenti. Questa scelta, però, va a scapito di una distribuzione vocale con più di una fragilità, messa in difficoltà da volumi orchestrali eccessivi. Ne soffre soprattutto il comparto maschile che vede nel ruolo impervio e fortemente spinto da “Heldentenor” di Paul, Corby Welch in possesso un mezzo vocale in parte compromesso e di un fraseggio piuttosto povero di sfumature nonché interprete poco versato nel restituire la complessità psicologica del personaggio. Piuttosto deludente anche Brett Carter: un Fritz poco espressivo e non troppo in sintonia con la natura quasi operettistica del suo personaggio, che rivela i limiti interpretativi soprattutto nel celebre Lied “Mein Sehnen, mein Wähnen” del secondo atto, quasi del tutto privo di quel nostalgico abbandono che lo rende uno dei momenti più accattivanti dell’opera. Decisamente migliore la componente femminile, con in testa la riuscita prova di Nadja Stefanoff, che regala una Marietta/Marie di grande classe scenica, sensuale e inquietante, anche se talvolta costretta a forzare per emergere sulla massa orchestrale. Molto convincente anche la Brigitta di Karina Repova, sensibile e partecipe al dramma di Paul, musicalmente molto curata. Corretti tutti gli altri, elegantemente vestiti come in un cabaret berlinese dei “roaring 1920s”, una scelta che aggiunge un ulteriore tocco di decadente ambiguità all’allestimento.
Pubblico numeroso e molti applausi hanno salutato tutti gli interpreti alla fine dello spettacolo, con punte di entusiasmo per Venzago, l’acquisto più recente del teatro.