Male Teste, ironia, seriosità e anarchia
I canti anarchici riletti dall'ottetto di Stefano Risso al FolkClub di Torino.
02 aprile 2017 • 2 minuti di lettura
Folkclub Torino
«Quando l’idea di fare un progetto sui canti anarchici è nata – spiega il contrabbassista Stefano Risso al pubblico del FolkClub – io ho subito insistito per avere un gruppo piccolo, per non essere paragonati alla Liberation Orchestra». Proposito subito venuto meno: le Male Teste, dal nucleo iniziale di trio più voce (con il contrabbasso di Risso, la batteria di Mattia Barbieri e il sax alto di Simone Garino, oltre alla cantante Elena Urru) si sono anarchicamente espansi fino a un ottetto, con nutrita sezione fiati (Marco Tardito al baritono, Tolga Bilgin alla tromba, Alberto Borio al trombone) e un pianista (Fabio Gorlier). Soluzione certo più dispendiosa e impegnativa (ammettiamolo: non è che oggi i festival italiani facciano la fila per ingaggiare ottetti di jazzisti dediti ai canti anarchici…) ma che fa emergere al meglio l’originalità del lavoro di scrittura di Risso. I suoi arrangiamenti brillano soprattutto nelle parti pianoless affidate al quartetto di fiati, che evocano nei fraseggi e nelle armonie – forse – più alcune cose di area Blue Notes / Ogun, o talvolta quei fiati alla Éthiopiques, che non l’orchestra di Charlie Haden.
Il repertorio si concentra sui versanti spagnolo e italiano del repertorio anarchico, con qualche licenza poetica: da un lato “A las barricadas”, una energica versione de “L’estaca” di Luis Llach, “Gallo rojo, gallo negro”. Dall’altro, “Amore ribelle” (con un bellissimo arrangiamento di fiati e la partecipazione del coro “residente” del FolkClub, l’Union des Amis Chanteurs), una versione vagamente psichedelica di “E anche al mi’ marito”, una rilettura destrutturata e ironica del classico “Il galeone”. Più “Quei briganti neri” (che da un canto anarchico deriva) e una coda molto caciarona con “Bella ciao”.
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Il concerto al FolkClub (ottima l’affluenza di pubblico) ha mostrato che il progetto delle Male Teste funziona, pur non inventandosi nulla. Qualità di scrittura e ottimo livello degli strumentisti a parte, funziona anche per la bella voce di Elena Urru (anche al violino), lontanissima da ogni birignao da “cantantejazz”, pulita nella dizione e sufficientemente distaccata da poter interpretare credibilmente la lingua (spesso arcaica e non così musicale) dei canti anarchici senza trasformarli in polpettoni melodrammatici, o standard senz’anima su cui esercitare uno stile.
E funziona perché le Male Teste, in fondo, riescono (quasi sempre) a mantenere un buon equilibrio fra la seriosità di fondo dell’operazione – sempre di canti che parlano di morte e sopraffazione si tratta – e un’ironia, una leggerezza, un divertimento sul palco (un’anarchia?) che alleggeriscono il tutto. Attendiamo il disco.