La fiaba di Hoffmann

Arrivati a Lione Les Contes d'Hoffmann messi in scena da Michieletto

AT

19 dicembre 2025 • 4 minuti di lettura

Les Contes d'Hoffmann (Foto Paul Bourdrel)
Les Contes d'Hoffmann (Foto Paul Bourdrel)

Opéra de Lyon

Les Contes d'Hoffmann

16/12/2025 - 05/01/2026

Arrivati infine a Lione Les Contes d'Hoffmann per la regia di Damiano Micheletto, una coproduzione prestigiosa che riporta l’opera d’Offenbach nella città francese undici anni dopo l'ultima ripresa dell'allestimento di Laurent Pelly, con una nuova versione creata dal regista italiano nel 2023 all’Opera Australia di Sydney e poi passata alla Fenice di Venezia e al Covent Garden di Londra. C’è qualche cantante che ritorna, è il caso del il tenore peruviano Iván Ayón Rivas che ha sostituito Joshua Guerrero, originariamente previsto a Lione per la parte di Hoffmann, che ha già cantato il ruolo a Sydney e a Venezia, e anche adesso a Lione si è fatto ammirare per la bella voce tenorile piena, morbida, chiara, solo nell’ultimo atto un po’ affaticata e con gli acuti quindi un po’ spinti, ma nel complesso davvero piacevolissimo da ascoltare e dal gioco interpretativo molto naturale. A Lione la messa in scena ed i suoi interpreti sono stati accolti con applausi calorosi anche per la direzione di Emmanuel Villaume che però non si è distinto per raffinatezza con, ad esempio, la dinamica della celeberrima barcarolle qui eseguita in modo approssimativo. Il maestro francese si alternerà sul podio con la giovane inglese Charlotte Corderoy quest’anno premiata come conduttore emergente dal Critics' Circle Awards. Michieletto sposta l’originale libretto fantastico più nel campo del fiabesco, del sogno poetico, e pure del circo con un trampoliere dalle gambe lunghissime e ballerini travestiti da topolini. Sono piaciuti al pubblico poi i riferimenti alla Parigi scintillante di piume e paillettes che danno fascino al diavolo in alcuni dei suoi travestimenti ed ai suoi assistenti ballerini effeminati, così come è stato molto ben accolto l’avere introdotto il mondo della danza nell’episodio di Antonia, qui una ballerina ridotta in sedia a rotelle. E’ piaciuta la regressione all’infanzia del protagonista che rivive i suoi tre amori collocandoli in tre diverse fasi della vita, dall’adolescenza all’età adulta, tracciando così una parabola esistenziale intrisa di sorrisi quanto di malinconia, che ci fa tornare bambini con la magia della borsa di Mary Poppins della Musa, qui divisa dal ruolo di Nicklausse, che sparge polverina magica, verde come le creaturine fantastiche dalle piccole ali e come Nicklausse che si accompagna ad un pappagallo. Le scene di Paolo Fantin inizialmente povere per la taverna, ma con un bel gioco di ombre, le belle luci sono di Alessandro Carletti, si arricchiscono di riquadri e sorprese, sono poetiche e sognanti, come i costumi di Carla Teti. E poco importa se del pappagallo, non previsto nel libretto, non se ne comprende il significato e il ruolo, ma è divertente a vedersi e ben integrato nello spettacolo. Per il resto, la regia di Michieletto ha il merito di essere chiara, anche se la complessa storia è stata modificata e contestualizzata diversamente. Dell’opera, come si sa non completata da Offenbach, esistono molte versioni e qui si è scelto di attingere a diverse, con aggiunte tanto quanto tagli. Quasi tutti i passaggi parlati sono stati tagliati e, come specifica Michieletto nelle note di regia, è stata creata “un'edizione su misura” per realizzare “una narrazione coerente con la nostra storia”, ma l’impressione è di trovarsi di fronte un po’ ad una partitura musicale un po’ a pezzi, con aggiunte come l’aria di Dapertutto “Scintille diamant” che non c’era nella versione incompiuta di Offenbach e oggi di solito non si inserisce più, non convincono sopratutto le scelte fatte per l’atto di Giulietta e il finale, che però visivamente si riscatta con l’idea di intrappolare Hoffmann nello specchio. Tornando alle voci, oltre all’ottimo Rivas, ci sono delle belle sorprese tra i giovani, tra cui alcuni solisti dell'Opéra Studio di Lione. E’ il caso del soprano di coloratura norvergese Eva Langeland Gjerde che interpreta Olympia alla perfezione, con padronanza tecnica nei vocalizzi e ben simulando le movenze di una bambola meccanica qui in un contesto di scuola d’infanzia, tra formule matematiche alla lavagna, numeri che piovono dall’alto e danzano al suo canto. Per il ruolo di Antonia è stata chiamata invece il già più noto soprano Amina Edris che da poco, lo scorso settembre, ha interpretato le tre donne del poeta all’Opéra-Comique di Parigi e qui è protagonista solo di quel terzo atto dove è richiesto un soprano lirico dalla voce particolarmente melodiosa e soave mentre la Edris ha le note più alte un po’ aspre, quindi da il meglio di sè nelle frasi più dolenti e nei pianissimo. Il ruolo della cinica Giulietta è affidato poi al giovane mezzosoprano Clémentine Margaine dalla voce sensuale e sontuosa; e anche il mezzo Jenny Anne Flory ben interpreta, con tanta dolcezza e ironia, sia la Musa che la Voce della madre. Merita una menzione speciale il mezzosoprano russo Victoria Karkacheva, recentemente ammirata in La Damnation de Faust alt Theatre des Champs-Elysees, che è qui pure un’ottimo Nicklausse, dall’interpretazione sicura e precisa, senza cedimenti, dall’inizio alla fine. Dopo un ingresso un po’ incerto, assume più sicurezza invece il basso croato Marko Mimica che incarna tutti e quattro i personaggi malefici: è Lindorf, Coppélius, Le docteur Miracle, il ruolo più riuscito che si avvantaggia della versione estesa scelta per i suoi interventi nell’atto di Antonia, e infine è anche Dapertutto. Anche il tenore Vincent Ordonneau assomma i ruoli, è Andrés, Cochenille, Frantz, qui riuscitissimo maestro di danza preso in giro dalle sue giovani ballerine, e Pitichinaccio. Meritano una citazione anche François Piolino come Spalanzani e Vincent Le Texier come Crespel, ma bravi in generale tutti gli interpreti, i ballerini e il Coro dell'Opéra di Lione.