Il viaggio in Italia dell’OPV fra Rossini, Šostakovič e Mendelssohn

All’Auditorium Pollini di Padova si conclude la sessantesima stagione dell’OPV tra energia, ironia e brillantezza

SN

08 maggio 2026 • 3 minuti di lettura

L'Orchestra di Padova e del Veneto con Maurizio Baglini e Simone Lonardi
L'Orchestra di Padova e del Veneto con Maurizio Baglini e Simone Lonardi

Padova, Auditorium Pollini

Rossini, Šostakovič e Mendelssohn

07/05/2026 - 07/05/2026

La sessantesima stagione concertistica dell’Orchestra di Padova e del Veneto si chiude con un programma che, almeno sulla carta, potrebbe sembrare costruito per contrasti: l’estro teatrale di Rossini, l’ambigua ironia di Šostakovič, il lirismo solare dell’“Italiana” di Mendelssohn. In realtà, il concerto diretto da Francesco Ommassini trova proprio nella parola “Italia” il suo centro di gravità, un’Italia osservata da prospettive differenti, talvolta luminose, talvolta deformate da uno specchio ironico.

L’apertura affidata all’Ouverture de L’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini è subito una dichiarazione di stile: ritmo teatrale, brillantezza timbrica, gusto per il paradosso. Il direttore sceglie tempi sostenuti ma mai febbrili, lasciando emergere il gioco di chiaroscuri che rende Rossini molto più sofisticato di quanto una certa routinaria tradizione non lasci intendere. Gli archi dell’OPV rispondono con precisione e leggerezza, mentre i fiati costruiscono una tavolozza di colori vivace e mobile. Quello di Ommassini è un Rossini che non cerca l’effetto facile, ma la trasparenza del disegno.

Nel cuore della serata si colloca il Concerto per pianoforte, tromba e orchestra d’archi di Dmitrij Šostakovič, pagina che potrebbe apparire estranea all’asse “italiano” del programma e che invece ne rappresenta una sorta di inquieto rovescio. Šostakovič guarda infatti all’Italia attraverso il filtro del teatro, della maschera, della citazione ironica: il concerto è un caleidoscopio di allusioni, parodie, ammiccamenti stilistici. In filigrana si può leggere proprio quell’idea di italianità come spettacolo e gesto teatrale codificata da Rossini un secolo prima. Ma nel compositore sovietico il sorriso si incrina continuamente, trasformandosi in sarcasmo, in una danza nervosa sull’orlo dell’abisso. Qui emerge in pieno il sobrio virtuosismo di Maurizio Baglini, interprete di rara versatilità. Baglini affronta la scrittura di Šostakovič con pieno controllo tecnico, ma soprattutto con intelligenza teatrale: ogni passaggio, anche il più acrobatico, sembra trovare una precisa funzione narrativa. Il pianoforte diventa ora macchina percussiva, ora strumento lirico, ora caricatura volutamente deformata del concerto romantico. Colpisce soprattutto la naturalezza con cui Baglini passa dalla secchezza sarcastica di certe frasi alla morbidezza quasi elegiaca degli episodi più lirici e introspettivi. Accanto a lui, la tromba di Simone Lonardi agisce come un controcanto beffardo e lucidissimo, dialogando con il pianoforte in un continuo gioco di rimandi. Ommassini tiene insieme questa macchina complessa con slancio e lucidità. La sua direzione evita tanto il compiacimento ironico quanto la pesantezza “espressionista”: il gesto resta teso, nervoso, sempre proiettato in avanti.

Maurizio Baglini con l'Orchestra di Padova e del Veneto (Foto Nadia Hach)
Maurizio Baglini con l'Orchestra di Padova e del Veneto (Foto Nadia Hach)

È proprio questa energia a creare il ponte ideale con la Sinfonia n. 4 “Italiana” di Felix Mendelssohn-Bartholdy, pagina conclusiva che riporta il concerto verso una luce mediterranea. In questa sinfonia Mendelssohn trasforma il viaggio nel nostro Paese in una celebrazione della vitalità mediterranea. Ommassini ne sottolinea soprattutto il carattere mobile, quasi febbrile: il primo movimento pulsa con energia elastica, il celebre saltarello finale evita ogni oleografia turistica per diventare una corsa irresistibile e frenetica. Anche qui l’OPV mostra il suo volto migliore: compattezza sonora, precisione ritmica, attenzione al dettaglio.

Con sorprendente coerenza, il programma presenta un Rossini che apre le porte dell’Italia teatrale e scintillante, uno Šostakovič che ne offre un riflesso deformato, ironico e inquieto, e un Mendelssohn che chiude il cerchio trasformando l’Italia in mito romantico. Tre modi diversi di guardare allo stesso paese, tre immagini che il concerto dell’OPV ha saputo legare in un unico percorso narrativo, grazie all’energica e decisa direzione di Ommassini e alla prova magistrale di Maurizio Baglini in Šostakovič.

Un finale di stagione brillante e pensato con intelligenza musicale, salutato da calorosi applausi.