Carte truccate, mariti traditi

Al Filarmonico di Verona, Stravinskij e Menotti in un inedito dittico datato 1936

SN

30 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura

Amelia al Ballo (Foto: Ennevi)
Amelia al Ballo (Foto: Ennevi)

Verona, Teatro Filarmonico

Jeu de cartes & Amelia al Ballo

25/10/2026 - 01/11/2026

Carte da giocare e carte da scoprire, bluff e tradimenti: il gioco è il filo rosso, sottile ma efficace, che unisce Jeu de cartes di Igor Stravinskij e Amelia al ballo di Gian Carlo Menotti, accostati al Teatro Filarmonico di Verona in un dittico che mette insieme due lavori accomunati dalla data del debutto, il 1937. Le affinità non vanno cercate nella forma, radicalmente diversa fra balletto e opera, ma nel gusto per il meccanismo teatrale, per l'imprevisto e per la parodia delle convenzioni. Da una parte una partita a poker diventa una contesa coreografica; dall'altra una moglie infedele scompagina le regole della rispettabilità borghese pur di non rinunciare a una serata mondana.

Jeu de Cartes (Foto: Ennevi)
Jeu de Cartes (Foto: Ennevi)

Stravinskij compose Jeu de cartes per l'American Ballet, in collaborazione con il coreografo George Balanchine, che firmò la prima rappresentazione al Metropolitan Opera House di New York, con il compositore sul podio. Il balletto è articolato in tre mani di poker, nelle quali il Jolly, convinto di essere invincibile perché può assumere il valore di qualsiasi carta, tenta di manipolare gli equilibri della partita. Fra combinazioni fortunate, imbrogli e rovesciamenti, la sua presunta onnipotenza finisce per soccombere a una scala reale di cuori. Stravinskij trasforma così un gioco di strategia e fortuna in una partitura di citazioni e ironie, dove il materiale musicale viene trattato con la stessa libertà con cui le carte vengono rimescolate: affiorano e si deformano echi di Rossini, Čajkovskij e Johann Strauss, in un raffinato gioco di rimandi stilistici.

La coreografia di Matteo Levaggi si allontana dalla tradizionale iconografia del tavolo verde per approdare a una dimensione astratta. Due enormi mani che distribuiscono le carte dominano lo spazio, mentre otto regine di cuori disegnano geometrie collettive destinate a incrinarsi con l'arrivo del Jolly, interpretato da un acrobatico Davide Buffon. In contesa con la squadra delle regine di cuori, il Joker attraversa le loro simmetrie introducendo un elemento di seduzione e disordine. La rilettura privilegia il contrasto fra controllo e imprevisto, con un impianto che guarda alla lezione balanchiniana senza rinunciare a una dimensione visionaria. Più che raccontare una partita, la danza ne restituisce le dinamiche attraverso il movimento e le figure del gioco.

Jeu de cartes (Foto: Ennevi)
Jeu de cartes (Foto: Ennevi)

Di tutt'altra natura Amelia al ballo, prima opera di Menotti, anche librettista, tenuta a battesimo all’Opera di Filadelfia. L’opera buffa in un atto condensa in una trama esile e paradossale i cliché del melodramma e della commedia degli equivoci. Amelia, moglie annoiata di un uomo facoltoso, vuole a ogni costo partecipare al primo ballo della stagione. Quando il marito scopre il tradimento e pretende il nome dell'amante, la situazione precipita: il vicino viene smascherato, il marito tenta di sparargli, Amelia lo colpisce con un vaso e, all'arrivo della polizia, riesce a far arrestare l'amante spacciandolo per un ladro. Il commissario, galante, si offre infine di accompagnarla alla festa.

Filippo Tonon firma regia, scene e costumi di entrambe le produzioni, adottando però soluzioni radicalmente diverse, che non cercano punti di contatto visivi e viaggiano su binari autonomi. Se Jeu de cartes punta sull'astrazione, con le sue mani monumentali e una coreografia costruita su geometrie e contrasti, Amelia al ballo si affida invece a un immaginario cinematografico. La vicenda viene trasferita nella New York degli anni Trenta, fra grattacieli, interni Art Déco e un ascensore fuori servizio, pretesto per un vortice di entrate e uscite da commedia hollywoodiana nel lussuoso appartamento al 101° piano. La scena elegante e la profusione di eleganti costumi d'epoca evocano una produzione di dimensioni maggiori, mentre una pletora di personaggi secondari e un ascensore fuori uso alimenta la comicità della vicenda.

Alla guida dell'Orchestra della Fondazione Arena, il direttore Francesco Ommassini affronta Stravinskij con gesto energico e chiarezza, restituendo la mobilità ritmica e l'ironia della partitura. In Menotti asseconda invece le accattivanti melodie tardo-pucciniane, senza perdere di vista la rapidità dell'azione.

Amelia al ballo (Foto: Ennevi)
Amelia al ballo (Foto: Ennevi)

Eleonora Bellocci è un'autentica mattatrice nei panni di Amelia: brillante, spiritosa e disinvolta sul piano vocale, domina la scena con una protagonista che fa del capriccio un'arte. Gëzim Myshketa dà autorevolezza e spessore attoriale al marito tradito, trattandolo con leggerezza anziché come una semplice caricatura. Leonardo Cortellazzi interpreta l'amante con slancio e ironico distacco. Nicolò Donini è un commissario divertente, mentre Ana Victoria Pitts, nei panni dell'amica, si inserisce con discrezione nell'affollato gioco comico. Azzeccato l'intervento del coro nel finale, che allarga la dimensione privata della farsa a un teatrino collettivo.

Il pubblico, non numerosissimo alla seconda recita, ha applaudito calorosamente questo accostamento che lascia convivere due lavori diversi per linguaggio e impostazione scenica, accomunati dal gusto per il gioco e per il rovesciamento delle convenzioni.