A Verona la “Wunderharfe” di Dresda nel segno del Romanticismo

Al Teatro Filarmonico la Sächsische Staatskapelle inaugura con grande successo il «Settembre dell’Accademia» con due concerti dedicati a Mahler, Beethoven e Brahms

SN

10 settembre 2026 • 4 minuti di lettura

La Sächsische Staatskapelle di Dresda al Teatro Filarmonico (Foto Mascalzoni)
La Sächsische Staatskapelle di Dresda al Teatro Filarmonico (Foto Mascalzoni)

Verona, Teatro Filarmonico

Settembre dell'Accademia

08/09/2026 - 09/09/2026

È un viaggio lungo quasi un secolo dentro il sinfonismo romantico quello con cui il «Settembre dell’Accademia» inaugura la sua edizione numero 35. Al Teatro Filarmonico di Verona, la Sächsische Staatskapelle di Dresda è protagonista di due concerti, con Mahler nella prima serata e Beethoven e Brahms nella seconda. Una partenza all’altezza della rassegna organizzata dall’Accademia Filarmonica, istituzione fondata nel 1543 e considerata la più antica accademia musicale d’Europa ancora in attività.

In trentacinque anni il «Settembre dell’Accademia» ha portato sul palcoscenico veronese oltre 130 orchestre, ensemble e cori, e quasi 200 solisti, confermandosi uno degli appuntamenti più autorevoli del calendario concertistico nazionale. L’orchestra sassone ne rappresenta quasi idealmente la vocazione internazionale. Fondata nel 1548, possiede una fisionomia sonora inconfondibile: Richard Wagner la definì «Wunderharfe», l’arpa meravigliosa. Archi morbidi, legni di rara qualità, compattezza e trasparenza degli impasti ne costituiscono ancora oggi la cifra.

Alla sua guida, Daniele Gatti, attuale direttore principale, sembra porsi come l’ultimo grande “conservatore” di questa tradizione. Non nel senso della semplice fedeltà a un modello, ma nella scelta di preservare un’idea del suono e del fraseggio fondata su eleganza, fusione e continuità. È una prospettiva che si rivela con particolare chiarezza nel primo concerto, interamente dedicato alla Sesta Sinfonia di Gustav Mahler, la «Tragica»: una partitura che Gatti legge soprattutto alla luce del grande sinfonismo romantico tedesco, più che come soglia spalancata sulle inquietudini del Novecento.

Fin dall’Allegro energico, alla marcia ostinata e al suo drammatico contrasto con il tema lirico si impone una concezione attentissima alla continuità del discorso e alla bellezza degli impasti. Le asperità, le deviazioni, le apparenti «sgrammaticature» con cui Mahler incrina dall’interno la grande forma sinfonica vengono ricondotte a una sostanziale compostezza. Anche nello Scherzo, nonostante i tempi fortemente contrastati e il carattere nervoso della danza, i bagliori pre-espressionistici restano in secondo piano: le storture vengono smussate dalla magnificenza del suono.

Non è un caso che il momento più convincente risulti l’Andante moderato, il movimento meno sgrammaticato e più vicino alla sensibilità romantica. Qui la Staatskapelle può dispiegare al meglio la propria straordinaria qualità timbrica, fra archi vellutati, legni luminosi e impasti di trasparenza quasi cameristica. Ma proprio questa bellezza lascia avvertire un’assenza: manca in parte il senso di nostalgica lontananza, la percezione di un mondo ormai destinato a finire e irrimediabilmente perduto. È proprio questa consapevolezza del mondo perduto, più che il semplice lirismo, a dare all’Andante la sua vertiginosa profondità.

Nel Finale Mahler porta all’estremo la dialettica fra slancio e disgregazione, costruendo una forma che sembra continuamente ricomporsi e subito dopo mettersi in discussione. I tempi fortemente contrastati ne accentuano il carattere franto, ma le fratture restano assorbite dalla solidità dell’impianto e dalla ricerca del bel suono. Persino i celebri colpi di martello del destino, anziché irrompere come una catastrofe, appaiono inscritti in una costruzione drammatica attentamente governata. Ne emerge un Mahler nobile e magnificamente orchestrato, ma meno problematico e profetico della musica del XX secolo che pure sta annunciando.

Daniele Gatti sul podio della Sächsische Staatskapelle di Dresda (Foto: Mascalzoni)
Daniele Gatti sul podio della Sächsische Staatskapelle di Dresda (Foto: Mascalzoni)

Il giorno successivo il percorso torna alle sorgenti del Romanticismo con Beethoven, per approdare alla sua piena maturità con Brahms. L’Ouverture dell’Egmont concentra in pochi minuti il contrasto fra oppressione e slancio liberatorio, mentre il Quarto Concerto per pianoforte e orchestra mette in gioco un rapporto particolarmente intimo fra solista e orchestra, già nel dialogo sommesso dell’attacco. Ma qui l’intimità non significa affatto pacificazione: nella lettura di Beatrice Rana la partitura acquista una mobilità e una tensione che la tengono lontana da qualsiasi idea di classicismo imbalsamato.

La pianista salentina, già applaudita lo scorso anno al Filarmonico con il Terzo Concerto beethoveniano, offre un’interpretazione tecnicamente sicurissima, sostenuta da un controllo del tocco e da una qualità del fraseggio di rara naturalezza. Sfolgorante la prima cadenza, dove la precisione del virtuosismo non ostacola ma alimenta un fraseggio rapinoso; e trascinante è l’agogica, fortemente sbalzata, che accentua i contrasti e le improvvise accensioni della partitura. Più che alla compostezza classica, il suo Beethoven guarda così a un’irrequietezza quasi Sturm und Drang, sempre però governata da una lucidissima consapevolezza formale.

Beatrice Rana in concerto con la Sächsische Staatskapelle (Foto: Mascalzoni)
Beatrice Rana in concerto con la Sächsische Staatskapelle (Foto: Mascalzoni)

A chiudere la serata è la Seconda Sinfonia di Johannes Brahms, pagina solo apparentemente più serena. Brahms parlava della propria composizione come di un lavoro dalla «tenera gaiezza», salvo contraddirsi con Clara Schumann, parlando di tono «del tutto elegiaco» per il primo movimento, e con Elisabeth von Herzogenberg, suggerendo che «la partitura deve risultare a lutto». Esagerazioni? Forse. Ma colgono una verità profonda di questa sinfonia brahmsiana.

È proprio questo Brahms nostalgico, attraversato dalla malinconia sotto la superficie luminosa, a emergere nella lettura di Gatti. L’Adagio non troppo ne diventa il centro espressivo, mentre il successivo Scherzo e il Finale non cancellano le ombre ma le trasformano progressivamente in movimento e luce. Ancora una volta l’orchestra offre al direttore la sua tavolozza ideale: morbidezza degli archi, legni di straordinaria personalità, ottoni radiosi (questa volta impeccabili) e soprattutto una compattezza che non sacrifica la trasparenza. Il risultato è un Brahms intimo, elegiaco, più incline al ricordo che alla celebrazione.

Molti gli applausi al termine della seconda serata, coronata dal Preludio del terzo atto dei Meistersinger von Nürnberg di Wagner, bis che sembra quasi chiudere il cerchio. Proprio Wagner, del resto, aveva definito la Staatskapelle la sua «Wunderharfe». Gremita in entrambe le serate, la sala del Filarmonico saluta così festosamente l’avvio di questa edizione del «Settembre dell’Accademia».