Melech Mechaya, klezmer alla portoghese
Uno splendido disco (Felmay) per il gruppo lusitano, che va ben oltre i cliché del genere.
07 settembre 2017 • 2 minuti di lettura
Melech Mechaya
Aurora
Non sempre gli annunci un po' trionfalistici sulle nuove uscite discografiche colgono nel segno: un po' d'enfasi mercantilistica va bene, ma spesso l’ascolto e il riascolto correggono il tiro di certe affermazioni un po' perentorie. A volte però succede anche il contrario, ed è il caso di questo splendido cd, che festeggia tra l’altro un importante traguardo: i dieci anni di attività filata dei Melech Mechaya.
Si tratta del più significativo gruppo di klezmer operante in Portogallo, e il radicamento in terra lusitana fa bene a una musica che già in origine ha vissuto e s'è sviluppata (fin quando ha potuto: poi sono intervenute le orde hitleriane) nella più vertiginosa contaminazione di spunti, idee, estetiche musicali, pur mantenendo sempre una sua immediata riconoscibilità.
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Dunque Aurora, nuovo disco in studio, marca il decennale per i “re della festa”, come suona il nome tradotto: e chiariamo subito che l’aggettivo “sorprendente” usato per gli annunci calza come un guanto sulla nuova creatura sonora, che peraltro vede dietro il banco dei missaggi mani e orecchie ben attente. Ci s'è messo Tony Harris, l’uomo che ha costruito più d'un bel suono finale a gente come i R.E.M. o Sinead O' Connor. “Sorprendente”, perché chi crede di ritrovare qui il consueto alternarsi di dolentissime curve melodiche alternate a ultra veloci brani per la danza in salsa ebraica si sbaglia.
Il Klezmer c'è, e possente, a partire dalla maestosa ouverture con il brano che dà titolo, poi ripresa anche in chiusura. E ci sono anche le ballate, come "Boom", ospite Noisery alla voce. Che potrebbe trovarsi anche su un disco di Greg Brown, o di qualsiasi altro bravo autore contemporaneo di quelli che sanno reinventarsi melodie memorabili dal nulla, dalle consuete cadenze perfette. Poi c'è il piano eccellente di Filipo Melo, e l’altra notevole voce ospite quella di Lamari de Chambao. I guizzi in sede di arrangiamento sono però il pepe che insaporisce il tutto: ad esempio, "Poça de Dominó" sembra incorporare ben più d'un tratto di minimalismo arioso, come se i Melech Mechaya si fossero trovati a una jam sorridente con la Penguin Cafe Orchestra. E poi saettano sei ottavi poco canonici, ed echi tutt’altro che cartolineschi di fado, com'è giusto che sia. Comunque lo guardiate, Aurora è un gran disco. Il loro migliore, fino a prova contraria e futura.