Il rock e la svastica
In This Ain’t Rock ‘n’ Roll: Pop Music, the Swastika and the Third Reich Daniel Rachel esplora il rapporto tra i musicisti pop e il nazismo
13 gennaio 2026 • 6 minuti di lettura
This Ain’t Rock ‘n’ Roll: Pop Music, the Swastika and the Third Reich è il nuovo libro di Daniel Rachel (White Rabbit Books), un racconto meticoloso ed esaustivo che esamina l’attrazione duratura e problematica del rock verso la svastica e il nazi-fascismo.
Daniel Rachel nasce come musicista per diventare poi uno scrittore vincitore di premi e gratificato dalle vendite. Tra i suoi libri precedenti si segnalano l’eccellente Too Much Too Young, the 2 Tone Records Story, Isle of Noises: Conversations with Great British Songwriters, Walls Come Tumbling Down e The Lost Album of the Beatles: What If the Beatles Hadn’t Split Up? Ha curato anche le note di copertina per molti artisti, tra cui The Kinks, Madness, Ocean Colour Scene, Ray Davies e Bryan Ferry.
Nell'arco degli ultimi sette decenni alcune delle figure più celebri del rock hanno flirtato con l'immaginario e la teatralità del Terzo Reich. In This Ain't Rock 'n' Roll Rachel naviga in queste acque turbolente e pericolose con prudenza, chiedendoci di guardare con occhi diversi agli artisti che ci hanno definito, ispirato e dato gioia, e di considerare perché così tanti siano stati attratti dall'estetica (a volte addirittura dai contenuti) di un’ideologia responsabile delle peggiori atrocità del ventesimo secolo.
Daniel Rachel ha scavato a fondo nell'ossessione duratura del rock e del pop per il nazismo. Perché continua ad accadere? In definitiva, il flirt con l'immaginario nazista non può essere separato dalla realtà dell'ideologia nazista e da ciò a cui ha portato... Speriamo che il rock, che dopotutto si è costruito sul potere della ribellione e sulla capacità di dire la verità in faccia al potere, sia all'altezza della sfidaThe Times (UK)
Come ha ricordato Billy Bragg nell’introduzione a questa importante esplorazione del rapporto tra musica rock e pop e Terzo Reich, Daniel Rachel sfida le motivazioni di quegli artisti che hanno cercato glamour e notorietà sfruttando l'immaginario nazista.
Così facendo, solleva ancora una volta la domanda che fu posta a Leni Riefenstahl dopo il 1945, quando sostenne che, pur essendo affascinata dal nazismo, era politicamente ingenua e ignorante del destino di sei milioni di ebrei: «Come potevi non sapere?».
Sebbene avessi familiarità con numerose informazioni, come quelle di John Lennon che scimmiottava Adolf Hitler, Keith Moon che amava sfoggiare pubblicamente uniformi naziste, Brian Jones in divisa nazista sulla copertina di un a rivista danese, Keith Richards collezionista di parafernalia del nazionalsocialismo, i punk che esibivano sul braccio la fascia con la svastica e anche le connotazioni problematiche che hanno accompagnato sia i Joy Division sia i New Order nel corso degli anni, in questo libro ho trovato molto di cui non ero a conoscenza o a cui non avevo pensato: un esempio tra tutti, la società di produzione dei concerti dei gruppi della Factory si chiamava Final Solution.
L'elenco di coloro che hanno giocato con l'immaginario nazista, o si sono addirittura spinti oltre il limite, è piuttosto lungo e include artisti come Jimmy Page, David Bowie, Madonna, Spear of Destiny, Bobby Gillespie, Kula Shaker e Fat White Family, solo per citarne alcuni.
Una curiosità: visto che ho già citato Lennon, segnalo che in origine nella copertina di Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band avrebbe dovuto comparire la sagoma di Hitler, poi coperta nella versione definitiva.
Nel corso di un’intervista l'autore ha sottolineato che qualunque sia la ragione per cui band e artisti lo abbiano fatto, che sia per ingenuità, per generare uno shock o un rozzo tentativo di sovversione, il rock ha tollerato queste associazioni in un modo non accettato da nessun'altra forma d'arte.
Hitler ha mantenuto tutte le sue promesse. Disse che avrebbe sterminato gli ebrei e li ha sterminati sul serio.Lemmy Kilmister dei Motörhead nella sua autobiografia, White Lines Fever ,del 2002
Da qui ne consegue una domanda: quanto dovrebbero essere responsabili i fan, i media e l'industria musicale per quella che è spesso sembrata una squallida attrazione per le perversioni eroticizzate di un regime fascista (interessanti a questo proposito le pagine dedicate a Salon Kitty di Tinto Brass e alla filmografia sado-nazi)?
Rachel pone domande essenziali su azioni spesso trascurate o sottovalutate, senza lanciarsi in giudizi generalizzati né offrendo facili risposte. Così facendo, ci chiede di valutare con atteggiamento diverso la storia del rock e getta nuova luce sui sinistri echi del Terzo Reich nella cultura popolare e sull'eredità della storia del ventesimo (e ventunesimo) secolo che ci definisce oggi.
Ma la fascinazione verso la svastica sottintendeva una qualche adesione all’ideologia nazista, era una forma di provocazione nei confronti delle generazioni precedenti che il nazismo l’avevano combattuto o, più semplicemente, era la conseguenza di superficialità e ignoranza (chi l’indossava diceva invariabilmente di essere cool e anti-establishment) ?
In Inghilterra si cominciò seriamente a collegare nazismo e Shoa molto più tardi che nell’Europa continentale; inoltre la popolazione inglese subì sì durissimi bombardamenti, ma non l’occupazione come avvenne in molti altri Paesi. Hitler era il nemico sconfitto e in quanto tale era ridicolizzato in buffe imitazioni in televisione e a teatro. Il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau era ancora poco conosciuto e per i Sex Pistols “Belsen fu divertente” (“Belsen was a gas”, dove gas sta per divertimento ma ammicca piuttosto chiaramente allo Zyklon B, gas a base di acido cianidrico impiegato nelle camere a gas dei campi di sterminio.
A proposito di gas, i Throbbing Gristle riescono nel difficile compito di spingersi oltre con il brano “Zyklon B Zombies”, comparso nel 1978 sul retro del loro singolo d’esordio “United”: mi limito a scrivere che il testo è disturbante.
La svastica fu anche la causa di una discussione tra due manager/teorici del punk con origini ebraiche, Malcolm McLaren dei Sex Pistols e il suo amico Bernie Rhodes dei Clash.
L'attivista, artista e cronista punk Caroline Coon ricorda le prove per il primo festival punk al 100 Club nel 1976: Malcolm iniziò a distribuire bracciali con svastiche che aveva fatto realizzare per l’occasione. Siouxsie Sioux ne indossò subito uno e alcuni dei Pistols sembrarono sul punto di fare altrettanto. Sconvolto, Rhodes sbottò che, se qualcuno avesse indossato svastiche sul palco, non avrebbe potuto usare gli strumenti dei Clash come previsto. I Clash lo appoggiarono: il concerto si tenne, almeno per quella sera nessuna svastica.
Il libro è ricco di episodi come quello appena ricordato e dettagli sorprendenti, quindi la lettura risulta piacevole e scorrevole. La dissonanza cognitiva tra l'uso ribelle dell'immaginario nazista da parte del rock e l'orrore reale del regime nazista costituisce il nucleo emotivo di questo libro, nel corso del quale Rachel non dà quasi mai giudizi, non esplora da dove provenga il fascino musicale di questi personaggi, una discussione che l’avrebbe portato necessariamente abbastanza lontano dal rock, né suggerisce come affrontare l'estrema destra oggi.
Lascia parlare i musicisti, senza punteggiare ogni loro banalità con un commento editoriale: un atto di fiducia nei confronti dei suoi lettori, confidando che la loro posizione non sia dalla parte del razzismo e della crudeltà.
Un libro tempestivo che espone la storia complicata dell'uso dei simboli nazisti nella cultura della musica popolare dopo la Seconda Guerra Mondiale. Mentre i poteri in carica si dirigono verso un futuro di estrema destra, non c'è più nascondiglio per coloro che fingono di essere ignoranti sul vero significato del nazismo o che usano i suoi emblemi per il loro presunto fattore 'cool' o sovversivo. Hanno una scelta: ammettere la loro perversa fascinazione, senza cercare ridicole scappatoie, oppure scusarsi.Pauline Black, The Selecter
P.S. Ma i buoni, quelli che si sono opposti a questi atteggiamenti e al razzismo? Ci sono anche loro (due nomi tra tutti, quelli di Paul Weller e del già citato Billy Bragg) ma ho preferito occuparmi solo dei cattivi: inutile negarlo, il loro fascino sinistro è intrigante.
This Ain’t Rock ‘n’ Roll: Pop Music, the Swastika and the Third Reich è uno dei venti titoli selezionati per essere il Rough Trade Book of 2025.
This ain’t rock ’n’ roll, this is genocide.David Bowie, Diamond Dogs