Patton-Caine, genio o pastrocchio?

A Modena per AngelicA il duo Mike Patton - Uri Caine, con repertorio di canzoni, divide il pubblico

Patton - Caine Angelica
Foto di Rolando Guerzoni
Recensione
oltre
Modena, Teatro Comunale
Mike Patton + Uri Caine
25 Maggio 2018 - 26 Maggio 2018

Alla fine il rischio è che raccontare e commentare il progetto Forgotten Songs presentato da Mike Patton e Uri Caine a Modena per il festival AngelicA (in coproduzione con L'Altro Suono) sia una di quelle imprese in cui, volendo scegliere un solo punto di osservazione, è probabile non si riesca a cavare il proverbiale ragno dal proverbiale buco.

Forse più interessante è assecondare la natura caleidoscopica e multiprospettica del tutto, la sua sostanziale irriducibilità a un giudizio (per quanto opinabile) più o meno univoco – “ha suonato bene/non ha suonato bene” – e fornire qualche chiave di accesso al concerto, accettandone l’allegra noncuranza del  fondamentale principio di non contraddittorietà.

PAtton- CAine
Foto di Rolando Guerzoni

Già, perché all’uscita del Teatro Comunale (io ho assistito alla serata del sabato, quella del venerdì aveva un repertorio differente e un mood vagamente diverso, ma il risultato finale non cambia), era palpabile una certa delusione da parte di colleghi critici e di qualche spettatore aduso ad altre complessità nel cartellone di AngelicA.

Forse non mi è chiarissimo cosa si attendessero, dal momento che il recital di canzoni allestito da Patton e Caine accostava dichiaratamente sapori molto eterogenei (da Cage a Buscaglione, dagli Slayer a Nino Rota, dai Beach Boys a Celentano, mancavano solo le Alpi, le Piramidi, il Manzanarre e il Reno – direte voi) e che quindi era piuttosto chiaro che il pastiche canzonettaro andava preso come veniva. Fuori dal Teatro Comunale il passante poteva agevolmente scorgere anche una nutrita folla di vecchi fan dei Faith No More attendere adorante all’uscita artisti, a riprova che Patton continua a essere una figura molto seguita indipendentemente da quello che fa (gli applausi scroscianti per ogni strillo, borgorigmo, sputo o dito medio lo hanno testimoniato in modo ingenuamente caloroso) e che quindi la vis attractiva della rockstar sposta comunque gli equilibri emozionali della serata.

Il ruolo di Caine in tutto questo è rimasto efficacemente fantasmatico: accompagnatore certo, ma anche di sicuro responsabile di molte scelte di arrangiamento, cui il suo eclettismo un po’ novelty consente una lettura multistrato e giocosa della forma canzone.

Si fida molto di Caine e si affida, Patton. Sopra il suo pianoforte può declinare la voce come crede: da ironico crooner, da borbottante avanguardista, condensando la polifonia dei Beach Boys di "Wonderful" in un falsetto velato di malinconia, maliziosamente omettendo da "Short People" di Randy Newman il bellissimo bridge che contraddice (momentaneamente) il feroce assunto contro le persone piccole, nasalizzandosi per Stevie Wonder, scorticando l’aria con un microfono da volante della polizia. 

Il pubblico si infervora per una cover degli Slayer o "Retrovertigo" dei Mr. Bungle (se vi fosse rimasto ancora qualche dubbio sulla “provenienza” di un bel po’ di fan), se la spassa con la “sigaretta” di Buscaglione e il bambinesco "Bevete più latte!" di Nino Rota giocato in un bis, si commuove un po’ con una bella resa di "How Sad, How Lovely" della dropout Connie Converse. Tutto fila via senza grandi infervoramenti né intoppi, qualcosa funziona, qualcosa no, come è naturale in questo approccio che in un certo senso va contro le affinità algoritmiche cui ormai siamo assuefatti. 

In fondo Patton questa canzoni le ama davvero, le sente sue, la fa – comunque la sia pensi – sue. 
Poi però si trova di fronte a una parte della platea che sarebbe lì anche se facesse il repertorio di Toto Cutugno, che è lì solo per lui, e un’altra parte della platea che probabilmente si aspetta qualcosa di più organico, di più significativo sotto l’aspetto della progettualità.

Il problema è che hanno ragione entrambi e questo non basta perché i pezzi dei puzzle, se messi insieme, danno un esito cubista che lascia un po’ interdetti. Probabilmente l’unico che ha gli occhiali per vedere come davvero appaia questo puzzle è Patton stesso (e Caine con lui), e questo in fondo aggiunge un pizzico di romanticismo a una serata che no, nemmeno io trovo tra le più riuscite che abbia mai ascoltato, ma che mi ha divertito senza annoiarmi e faremmo certo un torto a AngelicA (che con Patton e Caine ha un rapporto sincero da anni) se liquidassimo il tutto come un pastrocchio mal riuscito e un torto a noi stessi se non riuscissimo a attivare ancora una volta la capacità di leggere le imperfezioni nella loro, naturale e perdonabile, utilità.

Patton - Caine - Foto di Rolando Guerzoni
Foto di Rolando Guerzoni

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

oltre

Ad Amsterdam il Tanztheater Wuppertal nella prima produzione post-Bausch, un provocatorio Gesualdo da Venosa e musiche per altri mondi...

oltre

A Bologna tre serate hanno presentato esperienze inedite e interessanti, anche orientali, di un genere ormai codificato ma in continua evoluzione

oltre

Due serate curate da Tempo Reale all’interno del Festival del Maggio Musicale Fiorentino