Confini musicali

Luisa Cottifogli mattatrice nella prima giornata di CHAMOISic

Recensione
oltre
Chamoisic 2014 Chamois
07 Agosto 2014
Nella prima giornata della quinta edizione di CHAMOISic, rassegna valdostana dedita al dialogo fra jazz, musica sperimentale ed elettronica, a cura dell’Associazione Insieme a Chamois, con la direzione artistica di Giorgio Li Calzi, è stata Luisa Cottifogli la gran mattatrice. La cantante, romagnola di adozione, si è presentata alla guida del suo Youlook trio, di recente formazione, con l’ottimo Aldo Mella al basso elettrico a sei corde (nelle sue mani uno strumento armonico, oltre che ritmico) e Gigi Biolcati alla batteria e percussioni (arioso ed elegante nelle sue evoluzioni). I tre hanno proposto i brani del loro primo incalzante lavoro [i]Desert Island[/i], pubblicato di recente dall’Up Art Records: una sorta di raccolta da isola deserta. La Cottifogli è una cantante appassionata e appassionante, dalla splendida luminosa voce (un soprano colorito, drammatico), intrisa di forza e generosità, oltre che duttile, malleabile, capace di muoversi su un ampio registro dinamico, e di sgranare le più svariate sfumature timbriche. La sua idea di musica, trasversale, viscerale, sentita, ma anche molto pensata, il suo istinto per il palco, l’espressività, l’interpretazione e la sperimentazione, la sua ricca preparazione, anche teatrale, oltre che accademica, la portano a coniugare armoniosamente più mondi. Nel suo canto convivono la lezione vocale del jazz e del rock (si ascoltino le sue cover di Pink Floyd e Rolling Stone), anche il più “artistico” (si pensi agli equilibrismi armonici sulle corde vocali di Demetrio Stratos, o agli “azzardi” sonori della voce di John De Leo), con un anima più etnica (la “Afro Blue” di Coltrane, il Sud America, il Brasile di Lenine, il musicista più rock del panorama carioca, l’aggiunta di emozionanti “ghirigori” microtonali, di estrazione più orientale, indiana per esempio), con (ancora) una sensibilità per la musica popolare (tutta da riarticolare), il suo portato storico (“archeologico” persino), narrativo, e i colori del dialetto, quello romagnolo soprattutto, opportunamente rivificato. Note oltre le linee di confine le sue. Straripante.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

oltre

La prima di Atlas 101 del compositore veneziano al Teatro Comunale di Treviso, una spy story onirica fra jazz-rock e contemporanea

oltre

Debutto italiano per il capolavoro di Mozart in versione multietnica

oltre

Kamasi Washington vs. Arca a Club to Club 2017, alla ricerca della musica del futuro