Chamoisic, il circolo delle musiche

Da Romitelli a Jon Balke, torna la rassegna di Giorgio Li Calzi

Foto Marco Lucchesi
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Recensione
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Chamoisic Chamois
23 Luglio 2017

ChamoiSic, pregevole, sempre più consolidata, preziosa manifestazione valdostana, giunta quest’anno all’ottava edizione e – diretta dal trombettista torinese Giorgio Li Calzi – sembra configurarsi ormai come una sorta di virtuoso circolo delle musiche: in scena, senza pregiudiziali barriere, molte delle vie possibili ispirate dall’antica musa. Tra le svariate gemme, abbiamo potuto ascoltare ammirati l’aostana Selene Framarin eseguire al clarinetto una delle sequenze di Luciano Berio (la nove), con le sue intense alternate serie intervallari dai diversi registri; ci siamo persi nelle morbide danze circolari di un irish folk trio tutto scozzese (perché “l’altra musica in alta quota” non può che essere anche musica popolare conformata ai territori), capitanato da un superlativo violinista come Iain MacFarlane; abbiamo potuto stupirci di fronte alle interferenze distorte e alle “scomposte” sferzate elettriche del chitarrista Gilbert Impérial, abilissimo nell’eseguire Trash Tv Trance, un’entusiasmante composizione colta (tutta annotata) per chitarra elettrica (quanto di più lontano ci possa essere dall’accademia) ad opera del troppo spesso dimenticato Fausto Romitelli; ci siamo divertiti con ardite sperimentazioni elettroniche (una delle cifre della rassegna di Li Calzi), grazie alle idee di un agguerrito terzetto dell’underground torinese (i Pugile: Matteo Guerra, Elia Pellegrino, deus ex machina della band, Leo Leonardi), capace di sviluppare un calibrato set “acusticotronico”, intriso di suoni campionati analogicamente, perso tra psichedelia, trip pop, jazz, e intuizioni gabrieliane; seguito dalla suggestiva e “polifonica” digital live performance del tedesco Markus Popp (alias Oval), storico pioniere del glitch (l’errore digitale), e dello stratificato taglia e cuci a “discreta” emissione sonica. Infine siamo stati rapiti dall’ambizioso e composito progetto orchestrale Siwan (ovverosia bilanciamento tra molteplici provenienze) del rinomato, in specie ormai in ambito world, pianista compositore norvegese Jon Balke (affermata stella dell’ECM di Manfred Eicher), il quale da buon vichingo ha da tempo deciso di seguire le orme dei suoi antenati navigatori, per perdersi nelle musiche del Mediterraneo, sulle tracce di quella Spagna medioevale e andalusa, all’interno della quale tradizione araba e cristiana (ma non solo) sono spesso e volentieri riuscite a trovare punti di incontro, determinando un vero e proprio sincretismo mistico, poetico e religioso, sospeso tra due affacciati continenti. Una performance (quella di Balke), resa possibile dalla presenza di un affiatato ensemble tutto barocco (il Barokksolistene), di una cantante marocchina dalla voce flautata e sensuale (Mona Boutchebak) alle prese con la “cantillazione” di antichi versi sufi (il monachesimo islamico), di un violinista turco di Costantinopoli (Derya Türkan), virtuoso assoluto del kemence, e di un tambureggiante sofisticato percussionista iraniano (Pedram Khavarzamini Tumbak). Un concerto (il loro) che si è tra l’altro inserito nell’ambito di una più generale attenzione quest’anno rivolta dal festival alle nobili vicende del jazz nordico e in specie del tipico suono “angelico” dei fiordi norvegesi, tra gli elementi fondanti di un’autonoma moderna concezione europea del jazz. Tanto che ad aprire la prestigiosa rassegna montana avrebbe dovuto addirittura essere il sontuoso sperimentale duo Sidsel Endresen/Stian Westerhus, purtroppo mancato per sfortunati problemi logistici. Invece, a impreziosire e suggellare il pacchetto di un programma davvero nutrito e ben confezionato, ci hanno poi pensato le serate jam con il trio torinese di Diego Borotti, sorprendente “saxophone colossus” del panorama jazzistico italiano.

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