Scenografi alla Scala

Da Savinio a Titina Rota: le pubblicazioni degli Amici della Scala

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Vittoria Crespi Morbio, nel presentare nel foyer della Scala le sue nuove monografie su scenografi e costumisti (pubblicate dagli Amici della Scala), ha offerto come sempre l'opportunità di riscoprire artisti rimasti un poco in ombra, già collaboratori del teatro milanese e di altri, e ottenere precisazioni su nomi noti. È il caso del volume fresco di stampa su Alberto Savinio che firmò negli anni Quaranta due famosi allestimenti scaligeri di Oedipus Rex e L'Uccello di fuoco di Stravinskij, ma anche il balletto tragicomico da lui composto Vita dell'uomo. Nel descriverne la straordinaria poliedricità, il figlio Ruggero presente all'incontro ha raccontato come suo padre avesse ricevuto dalla Scala la proposta di collaborare a un Sansone e Dalila, ma l'avesse rifiutata per via della sua scarsa simpatia per Saint-Saëns, mentre poco dopo avesse accettato con entusiasmo I racconti di Hoffmann (ampiamente illustrati nel volume), sia per amore dello scrittore sia di Offenbach. In questo intrecciarsi di documenti e ricordi famigliari, Davide Mengacci ha invece rievocato gli anni del primo dopoguerra al seguito della madre Ebe Colciaghi (costumista dello storico Arlecchino servitore di due padroni e del Rake's Progress alla prima mondiale alla Fenice), quando da bambino viveva praticamente dietro le quinte del teatro di via Rovello dove nel pomeriggio faceva i compiti di scuola oppure alla sera era costretto a entrare nel costume del bassotto del Signor Bonaventura messo in scena da Sergio Tofano. Tra le tante preziose riproduzioni nel volume dedicato a Ebe Colciaghi, i bozzetti dei costumi per la Traviata firmata da Strehler nel 1947, che segnò l'inizio della lunga collaborazione del regista con la Scala. Un altro titolo della collana testimonia il lavoro di Umberto Brunelleschi, scenografo, costumista di grido nella Parigi della prima metà del Novecento (famosi i suoi spettacoli alle Folies Bergères), che avrebbe dovuto figurare nel cartellone della prima scaligera della Turandot nel 1926, ma che non consegnò in tempo i disegni. Mentre, come testimonia la monografia a lui dedicata, fu Mario Cito Filomarino a partecipare alla Turandot del 1930 all'Opera di Roma, dove l'anno prima aveva realizzato scene e costumi per un'opera buffa a noi sconosciuta, Il gobbo del Califfo di Franco Casavola. È nello sfogliare quei figurini spiritosissimi e di assoluta eleganza, che verrebbe voglia di riesumare la partitura alla quale erano destinati, perché forse non meritava d'essere dimenticata.

Accando ai quattro titoli c'è poi il pezzo grosso (anche per formato), che per tradizione viene pubblicato dagli Amici della Scala per l'inaugurazione della stagione il 7 dicembre; quest'anno tocca a Titina Rota (1899-1978), cugina del compositore. Entrata alla Scala come apprendista costumista, partecipò poi a un'infinità di film all'epoca dei "telefoni bianchi" e a Giuseppe Verdi di Carmine Gallone del 1938; collaborò con la compagnia teatrale di Tatiana Pavlova, ambasciatrice del metodo Stanislavskij, con Max Reihardt prima del suo esodo negli Usa. Collaborò anche nel 1937, in pieno tripudio colonialista, a un Edipo Re di Sofocle nel teatro romano di Sabratha in Libia.

Stefano Jacini

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