Neil Young Archives, 10 ascolti dalla biblioteca di Babele

Neil Young ha messo online tutto il suo catalogo, in streaming ad altissima qualità: 10 brani per cominciare l'esplorazione

Neil Young, Neil Young Archives
Foto di Gary Burden
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Neil Young negli ultimi anni ha avuto un rapporto peculiare – diciamo così – con la sua musica, passata, presente e futura. Fra le sue ossessioni preferite, la qualità del suono, e – allo stesso tempo – la lotta alle grandi corporation, tipo la Monsanto (oggetto di un disco dedicato). Quando le due cose si sommano – la qualità del suono e le grandi corporation – le scintille sono garantite.

Fra le grandi battaglie recenti di Neil Young, molte sono state rapidamente archiviate come bizzarrie: è il caso di A Letter Home, disco di cover registrato usando tecnologia degli anni Quaranta. O come Pono, il rivoluzionario lettore di musica digitale dalla insensata fattura (un prisma? Giallo?), lanciato da Young come concorrente dell’iPod nel 2015 e fallito definitivamente nell’aprile di quest’anno. 

Nello specifico – e il caso Pono lo dimostra – ciò che più sembra turbare Young è il fatto che i fan possano ascoltare musica (ma nello specifico la sua musica) perdendosi qualcosa. I Neil Young Archives, lanciati l’altro giorno in concomitanza con il nuovo disco di Young con i Promise of the Real, The Visitor, sono la nuova risposta e la nuova idea.

Il mito dell’archivio è ben presente della musica rock: da Prince e dalle voci (confermata) sul caveau di massima sicurezza a Paisley Park a quei musicisti che hanno inondato il mercato di bootleg per fregare i pirati, i musicisti rock hanno avuto sempre un rapporto stretto, forse morbosamente eccessivo, con quanto da loro prodotto, scarabocchi compresi. Ma Neil Young, ancora una volta, è andato oltre: i Neil Young Archives sono un sito, dalla bizzarra interfaccia vintage (in pieno stile Young), in cui sono disponibili streaming ad alta qualità di tutto il catalogo del musicista (tutto o quasi: mentre scriviamo, alcuni dischi non sono disponibili, o non lo sono ancora). Insieme, memorabilia, fotografie, video, documenti, testi autografi, curiosità… Una specie di biblioteca di Babele di Neil Young, per il momento disponibile gratuitamente (da giugno prossimo, invece, sarà accessibile dietro una piccola somma).

Una bizzarria destinata a fare l’amara fine del Pono? Un monumento imperituro alla memoria del cantautore canadese? Il futuro? Oppure il passato, visto che le pratiche di ascolto sembrano ormai andate molto oltre la visione di Young, uomo del secolo scorso come pochi ce n’è? (Perfino la ECM ha ceduto, come ha ben raccontato Enrico Bettinello).

In attesa di scoprirlo, fare binge-listening nella Biblioteca di Babele permette di scoprire e riscoprire alcune perle. Eccone 10 da cui partire per la vostra esplorazione.

Neil Young Archives
L'interfaccia dei Neil Young Archives

 

1. 23 luglio 1963, “Aurora”

Neil Young nel 2008 apre una lettera che si è scritto e inviato il 7 novembre del 1963: è bollata e chiusa. Contiene la partitura di "Aurora", brano suonato con gli Squires, il suo primo gruppo, in Canada. Il tutto è documentato da un curioso video incluso tra i materiali extra. (Attenzione: è su YouTube, ma non è indicizzato. Come in ogni labirinto che si rispetti, ci si arriva solo dagli Archives). "Aurora" è un rocchettino strumentale sul modello un po’ dei Ventures o dei Champs (la voce di Neil Young, alla fine ,pronuncia solo la parola “Aurora” – un po’ tipo “Tequila”, appunto). La canzone era il lato b di “The sultan”, primo 45 giri del gruppo (e dunque di Neil Young) e piccolo successo locale. Stessi ingredienti più un curioso gong (a evocare il sultano del titolo? Probabilmente sì).

 

2. 15 dicembre 1965, “The Rent Is Always Due”

C’è stato un momento in cui Neil Young voleva essere Bob Dylan (e poi, per fortuna, è diventato Neil Young). È il 1965, Dylan è Dio (anche se si è da poco trasformato in Giuda per molti dei suoi fedeli, dopo aver imbracciato una Stratocaster sul palco del Newport Folk Festival). Young ha appena compiuto vent’anni e registra alcuni demo chitarra e voce, a New York City, per la Elektra. Ad esempio “The Ballad of Peggy Grover” (ballad sociale e strappalacrime in stile “The Lonesome Death of Hattie Carroll”), o la non memorabile “The Rent Is Always Due”, dylaniana fin dallo strumming della chitarra, e che contiene i versi (questi sì, memorabili) “Just put your blue jeans on / Grab your guitar / And sing a song”. Praticamente la vita di Neil Young. (Il brano ricomparirà nel repertorio live dei Buffalo Springfield).

Neil Young Archives

3. 7 gennaio 1966, “Flying on the Ground is Wrong”

Young arriva a Los Angeles con Bruce Palmer, conosciuto durante l’esperienza con un altro gruppo, i Minah Birds. Insieme a Stephen Stills, Richie Furay e Dewey Martin formeranno i Buffalo Springfield. Il gruppo diventerà famoso poco dopo con la canzone “For What It’s Worth”. “Flying on the Ground is Wrong” aprirà il lato del primo disco del gruppo, Buffallo Springfield, in un arrangiamento con le classiche armonie vocali e le chitarre elettriche cristalline dei Buffalo, quasi beatlesiana o byrdsiana. La canzone tornerà spesso nei live degli anni successivi, nei Neil Young Archives la si ascolta in versione demo, chitarra e voce con il solo Neil Young. L’inizio è davvero molto simile a quello di “Harvest Moon”, del 1992… Corsi e ricorsi della biblioteca di Babele.   

4. 23 agosto 1968, “Everybody Knows This Is Nowhere”

Versione acustica del classico dal repertorio elettrico dei Crazy Horse, title track del secondo album di Neil Young – Everybody Knows This Is Nowhere, appunto, che uscirà nel maggio del 1969. Si tratta – a giudicare dai memorabilia inclusi – di una versione demo registrata a Hollywood, con Jim Messina al basso e George Grantham alla batteria (entrambi saranno poi nei Poco). Versione asciutta e con pochi ingredienti (non ci sono ancora i famosissimi “la la laaa” di risposta nel ritornello, e la canzone ne perde). Oltre alla chitarra acustica, Young ci mette un improbabile assolo di una qualche tastiera (che suona a metà tra un corno e un flauto dolce), tanto incongruo quanto affascinante.

Neil Young Archives

5. 7 luglio 1969 , “Helpless”

“Slow folk beat – with much feeling” dice la partitura autografa di “Helpless” inclusa nei memorabilia (probabilmente scritta ai fini di un qualche deposito della canzone): “Helpless” è il falsetto di Neil Young allo stato puro. Questa versione demo, più scarna e con un solo di armonica in apertura, è inclusa nel quarto disco del box The Archives Vol. 1 è incisa con Crosby, Stills e Nash a San Francisco.

6. 19 gennaio 1971, “The Needle and the Damage Done”

“Quanto ho lasciato il Canada, ormai cinque anni, ho scoperto molte cose… Alcune buone, alcune cattive”: così Neil Young introduce “The Needle and the Damage Done”, brano sulla dipendenza, in questo emozionante live in solo alla Massey Hall di Toronto nel gennaio del 1971. Sul foglio autografo del testo, riportato fra i documenti, compare – dopo l’ultimo verso – la scritta “Bel Air Blues”. Gli esegeti si scatenino.

Neil Young Archives
© http://www.neilyoungarchives.com

7. 10 marzo 1971, “Ohio”

Un video live alla Music Hall di Boston di Crosby, Stills, Nash & Young: all’attacco della canzone – “Tin Soldiers and Nixon comin’” – il pubblico parte in un boato. Quattro voci, quattro chitarre acustiche, splendida versione.

8. 21 settembre 1984, “Are You Ready for the Country?”

Nel mezzo degli anni Ottanta di Trans e altri dischi spesso dimenticati dalla discografia ufficiale (secondo molti a ragione: purtroppo l’Archive non li ha ancora caricati, e non ci permette di partire con il revisionismo), Young incide questo live. A Treasure, pubblicato nel 2011 a nome Neil Young International Harvesters, raccoglie le incisioni di un tour del 1984 con un gruppo di musicisti di country & western, perlopiù da Nashville. Un lavoro divertente, con un divertito Young, tutto da riscoprire. Pronti per il country?

9. 27 agosto 1988, “Crime in the City”

Versione elettrica di “Crime in the City (Sixty to Zero Part 1)”. In originale uno shuffle innocuo (e a tratti fastidioso) un po’ in stile Dire Straits, con tanto di solo di sax. Era incluso in Freedom, del luglio del 1988 – il disco dell’inno “Rockin’ in the Free World”, che rilanciò la carriera di Young dopo le sbandate degli anni Ottanta. In questo live registrato poco dopo a Jones Beach, NYC, a nome Neil Young and the Bluenotes, la band trascina il pezzo in 7 esaltanti minuti.

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10. 9 luglio 2010, “Angry World”

Neil Young ha certo fatto molti brutti album. Uno è passato alla storia per essere un brutto album – o meglio, è passato immediatamente senza quasi lasciare traccia – ma meriterebbe un riascolto a mente fredda. È LeNoise, il disco del 2010 prodotto da Daniel Lanois (come suggerisce ironicamente il titolo). Le canzoni sono puro Neil Young, nel bene e nel male. Ma Lanois ha il merito di provare a costruirci intorno un mondo sonoro diverso, pur lavorando con gli attrezzi della casa – ovvero le chitarre, qui caricate di distorsioni ed effetti che rendono il suono enorme, rifinitissimo, multidimensionale. L’ascolto in alta qualità ha, qui almeno, davvero senso, e "Angry World" ascoltata nello standard hi-fi del degli Archive permette di rendersi conto perfettamente.

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