Mr. Young vs. Monsanto

Un intero disco contro le multinazionali del cibo: è il nuovo progetto di Neil Young, che solleva qualche riflessione sulla canzone di protesta oggi...

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Anche il fan più accanito di Neil Young ha ormai qualche difficoltà a stargli dietro: collezionista di auto, imprenditore di fallimentari competitor hi-fi dell'iPod, attivista...
Di oggi è la notizia che, nella sua battaglia a favore della qualità musicale, ha deciso di ritirare tutti i suoi brani dai servizi di streaming: «Non è per i soldi - ha spiegato in un messaggio diffuso via Facebook - anche se i miei introiti (come quelli degli altri artisti) era drammaticamente ridotti per via di cattivi accordi fatti senza il mio permesso. È per la qualità del suono».

Quando non combatte le sue battaglie pro hi-fi, per la sua seconda giovinezza il cantautore canadese ha scelto la sfrenatezza produttiva: prima ha rilanciato i suoi archivi, poi ha ripreso a suonare con i suoi Crazy Horse set-fiume in giro per il mondo. Più di recente ha registrato - fra le molte cose - un disco di cover a casa di Jack White (A Letter Home) usando tecnologia degli anni Quaranta, e ora ha confezionato un intero disco "politico", in cui se la prende contro le multinazionali dell'agricoltura (sia Young che la sua nuova compagna Daryl Hanna - che compare sulla cover del disco insieme al cantautore in una parodia del celebre quadro "American Gothic" - sono da lungo tempo attivisti ambientali, e Young ha anche dato il via al Farm Aid nel 1985. Dunque, niente di nuovo).

Che aspettarsi, da questo The Monsanto Years? È presto detto: un disco di Neil Young. Con batterie e ritmiche essenziali, con quei soli di chitarra insieme epici e sciatti, con i coretti e quegli accordi maggiori che solo lui si sa fare. In effetti, l'unica cosa che differenzia questo disco da molti molti altri è che invece di cantare "la la la" nei ritornelli, Young canta "Monsanto". Il nome della multinazionale, e bersaglio polemico preferito, compare svariate decine di volta, e viene fatto rimare più o meno con tutto.



Neanche la nuova band messa su per l'occasione sposta di molto la soglia della novità. I due figli del collega musicista e attivista Willie Nelson, Lukas e Micah, e i Promise of the Real (la band del primo) suonano più puliti dei Crazy Horse, ma non siamo lontani da alcune produzioni "classiche" di Young della seconda metà dei Settanta. Insomma, tutto fila senza scossoni, anche se - qui e là - si avverte la natura un po' raffazzonata dell'operazione: i testi non sono rifinitissimi, l'invettiva contro la cattive multinazionali scade in toni populisti ("la gente che lavora part-time al Wal-Mart non vede mai i profitti"), e - appunto - le tre sillabe di "Monsanto" diventano di canzone in canzone un mantra monotematico. Ci sono comunque episodi degni degli anni d'oro: l'iniziale "A New Day for Love", "People Want to Hear About Love", o lo shuffle fischiettato di "A Rock Star Bucks a Coffee Shop"...

The Monsanto Years, però, stimola qualche domanda. Non tanto sull'opportunità musicale di fare nel 2015 un disco così, e sulla sovraesposizione di Young negli ultimi anni: è un ricco musicista, e se vuole fare tre dischi all'anno senza un produttore registrando le sue session senza tanti fronzoli, è liberissimo di farlo: tra l'altro, a volte gli esce anche una buona canzone (con tutto che la sua cosa migliore degli ultimi anni è proprio uno dei suoi dischi più prodotti: Le Noise, con Daniel Lanois al mixer).
Piuttosto, è l'efficacia politica che lascia qualche perplessità.

Se si tiene fuori la stagione "storica" dei Sessanta e Settanta, quella del Neil Young "classico", il cantautore ha spesso inciso brani di protesta, spesso finiti nel dimenticatoio: alzi la mano chi si ricorda "Let's Impeach the President"!



In più, ci si mette quello strano destino (in realtà un fenomeno politico) per cui col tempo alcune le canzoni perdono di significato, e la loro carica polemica si spegne: non passa quasi anno in cui qualche patriota conservatore canti "Born in the USA" di Springsteen ribaltandone le intenzioni originali, e lo stesso è successo a Young con la sua "Rockin' in the Free World", i cui riferimenti contro Bush Sr. sono ormai oscuri al punto che il magnate repubblicano Donald Trump la ha potuta usata per il lancio della sua corsa alla Casa Bianca (è seguito naturalmente un cambio di rotta, dopo che Young ha ribadito il suo appoggio all'indipendente socialdemocratico Bernie Sanders).

Qual è la morale? The Monsanto Years solleva un problema importante per l'opinione pubblica americana, quello delle multinazionali del cibo, degli organismi geneticamente modificati, dello sfruttamento incondizionato delle risorse agricole di molti per il profitto indiscriminato di pochissimi. È bene che se ne parli, è bene che un prodotto a vasta diffusione come un disco di Neil Young tocchi il tema.

Ma che impatto avrà il disco? Chi si ricorderà di queste canzoni fra qualche anno? Fra il tono un po' superficiale di qualche testo (e del resto sono canzoni, non saggi brevi) e la sopraesposizione recente di Young, una battaglia politica finisce per essere solo - per rubare il titolo alla recente autobiografia del cantautore - l'ennesimo "sogno di un hippie", il residuo di un'epoca e di una musica che fu.

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