Tamerlano conquista La Scala

Grande allestimento dell'opera di Haendel, dirige Fasolis con la regia di Davide Livermore

Foto Marco Brescia e Rudy Amisano
Foto Marco Brescia e Rudy Amisano
Recensione
classica
Teatro alla Scala Milano
Georg Friedrich Haendel
12 Settembre 2017

Seconda e ottima prova del complesso barocco dell'orchestra scaligera, dopo Il trionfo del Tempo e del Disinganno della scorsa stagione, diretto da Diego Fasolis. Con l'organico quasi al livello della platea, i suoni netti e ben presenti in sala, senza sbavature, un piacere all'ascolto. Qualche problema lo ha dato invece la messa in scena, specie all'impatto del primo atto. Nella sua dichiarazione d'intenti il regista Davide Livermore ricorda giustamente come Haendel e il suo librettista facciano uso di nomi evocativi, non di personaggi storici, per tanto via libera ad altre trasposizioni. Ma lo spostare la strampalata vicenda di Tamerlano all'epoca della rivoluzione russa obbliga lo spettatore a uno sforzo immane, perché per noi è difficile ridurre lo zar Nicola, Stalin, Lenin a semplici nomi. Stesso problema lo danno le divise dei soldati zaristi e rivoluzionari. Difficilissimo insomma far svaporare la Storia che hanno alle loro spalle, così finiamo per essere continuamente strattonati da una sorta di realismo, del tutto contrario alla fantasiosa retorica originaria. Nel primo atto si ha spesso l'impressione di vedere un bellissimo film con una colonna sonora sbagliata, dopo di che, o per esaurimento della carica iconica o per assuefazione dello spettatore, le allusioni storiche si stemperano (non la prima scena del secondo atto con lo sventolio della bandiera rossa e il dittatore alticcio) e ci si libera del fardello delle allusioni storiche. In tutto questo Livermore si sbizzarrisce a giocare al cinema, con alberi innevati che scorrono, scoppi di bombe, turbini di cicloni, nuvole di forme varie, con spesso effetti di moviola al contrario (i soldati che attraversano il palco correndo e poi rinculano in tutta fretta) o di fermo immagine (i tableaux vivants sia dei cantanti sia delle comparse). E alla fine tutto si amalgama e funziona alla perfezione. Tra gli interpreti da segnalare per prima Maria Grazia Schiavo (Arteria dalla voce agilissima) e naturalmente i due controtenori, Bejun Mehta (Tamerlano dal timbro dolcissimo, che per fortuna con Stalin ha poco a che fare) e Franco Fagioli (Andronico, vocalmente sempre impegnato, un miracolo averlo retto con tanta disinvltura), poi Marianne Crebassa (Irene) che non cessa di stupire per la sua capacità di affrontare i repertori più disparati. Un discorso a parte lo merita Placido Domingo, che veste con coraggio i panni dello sconfitto Bajazet, qui tornato tenore. La sua voce non ha certo l'elasticità per affrontare il canto barocco, ma la sua lunga esperienza di mattatore gli permette una morte in scena che vale tutto il terzo atto. Calorosissima l'accoglienza del pubblico, dopo quasi quattro ore e mezza di spettacolo, sala piena zeppa. Ma continue e fastidiose claques alla fine di ogni aria, con reparti ben organizzati in loggione, davvero sgradevolissime.

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