Suoni valdostani

La tre giorni del Festival Ététrad

(foto Roger Berthod)
(foto Roger Berthod)
Recensione
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Ététrad Charvensod
19 Agosto 2016
L’intensa tre giorni valdostana, oggi valorosamente diretta dal figlio d’arte Vincent Boniface, interamente dedicata alla musica popolare (in specie alla musica da ballo), al folk e a tutte le sue possibili declinazioni, mediazioni e reinvenzioni, è giunta quest’anno alla diciannovesima edizione. Boniface, insieme al più “anziano” fratello Remy, è l’erede di una stirpe di musicisti, almeno per parte di padre (Sandro Boniface), e di una cultura profonda, quella occitana, così come sviluppatasi nel trobadorico ambiente franco provenzale valdostano. Con il padre Sandro, la madre Liliana Bertolo e (appunto) il fratello Remy, V.B. è da tempo (tra i molti impegni) componente stabile degli storici Trovatori valdostani (i Trouveur valdotèn), che a partire dai primi anni ’80 del ‘900, si sono resi interpreti di una nuova riscoperta della musica popolare in Val D’Aosta, così intrisa di morbide danze francesi, finendo meritevolmente per ideare l’ormai celebre Ététrad , dove la tradizione è qualcosa di attuale e continuamente in fieri. Tra gli oltre trenta appuntamenti musicali, sul palco si sono avvicendati il magistrale trio bretone Oriaz; il piemontese e delicato Baia Trio; il poeta dell’organetto e della ricerca popolare in Veneto Roberto Tombesi (già fondatore dei Calicanto); l’energico e cantautorale folk rock degli Horage dei fratelli Boniface; l’electro balfolk francese degli istrionici Astoura; una superlativa e intensa Lucilla Galeazzi; e il trallallero della genovese Orchestra Bailam, impastato con sonorità ottomane, direttamente provenienti dal quartiere genovese di Istanbul (il famoso Galata). Tutte musiche del nostro tempo, ancorate ad un passato ancora davanti agli occhi (non mitico o leggendario), e proiettate verso il futuro e un’illuminata contaminazione.

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