Prima italiana per Die Antilope dell’austriaco Staud

Bolzano inaugura la stagione operistica con il suo primo artist in residence Johannes Maria Staud

Prima italiana per Die Antilope dell’austriaco Staud
Foto Haydn Stiftung
Recensione
classica
Teatro Comunale di Bolzano
Die Antilope
02 Dicembre 2017

Tutto ha inizio da un tintinnio di vetri, un suono acuto e stridente che ci porta ad aprire gli occhi su un party aziendale: fermo immagine di una lunga tavolata, giovani eleganti e mascherati, una teoria di calici pronti per il brindisi. Ecco il rumore dei cristalli, anzi no. In realtà i bicchieri sono di plastica e la scena si anima di balli totalmente scollegati dalla musica che pervade il teatro. Ma allora, quel rumore, cos’è?

Comincia così l’opera Die Antilope (L’antilope) scritta dal giovane Johannes Maria Staud nel 2014 e che solo ora giunge in Italia per inaugurare la stagione operistica in Trentino Alto Adige. La produzione è quella di tre anni fa con la stessa regia (Dominique Mentha) e le stesse scene e costumi (Ingrid Erb, Werner Hutterli), cambia invece il cast vocale e la direzione musicale (Walter Kobéra con l’Orchestra Haydn) per la nuova coproduzione tra la Neue Oper Wien e la Fondazione Haydn di Bolzano.

Staud mette in musica il libretto del poeta Durs Grünbein e grazie alla sapiente regia di Mentha, che risulta forte ed incisiva anche in una scenografia praticamente spoglia, porta in scena con efficacia e profondità il grande male del mondo contemporaneo, ossia l’incomunicabilità e tutti i sentimenti ad essa collegati: indifferenza, disorientamento, solitudine, apatia. Tutto crea un evidente straniamento, come i gesti scoordinati delle persone (il citato balletto iniziale), i dialoghi dell’assurdo (meraviglioso quello tra una coppia la cui unica risposta ad ogni mezza domanda abbozzata è "Keine Ahnung/nessuna idea"), i linguaggi incomprensibili (un fantomatico “antilopico”, sintomo di una probabile depressione africana). Lo stesso tuffo dal tredicesimo piano di Victor, eroe-perdente di una società che respinge, porta l’infelice protagonista dell’opera di Staud a ritrovarsi in un'altra dimensione. Ma allora, la realtà, qual è?

Die Antilope - Haydn Stiftung
Foto Haydn Stiftung

In Die Antilope tutto funziona e tutto concorre a creare una buona drammaturgia musicale. La musica scorre in maniera lineare attraverso sei quadri utilizzando tre diverse modalità: ora è stridente nel tutto orchestrale, ora è straniante in pezzi garbatamente swing, ora commenta con singoli strumenti la parola. Il testo è cesellato e denso di significati e le qualità attoriali del cast sono lodevoli.

In tutto questo c’è però una parte debole, probabilmente quella che ha portato il pubblico di Bolzano a rispondere alla prima italiana con tiepidi applausi. Parliamo della parte vocale. Da un lato è mancato nell’opera di Staud uno spazio che valorizzasse i diversi personaggi nella loro vocalità. Solo Victor ha il suo piccolo momento di gloria nella scena iniziale, quando si esprime per la prima volta e riesce a comunicare, attraverso lo sconosciuto antilopico, tutta la solitudine del mondo (giusto plauso al baritono Wolfgang Resch). Dall’altro lato, tutti i cantanti hanno dominato a fatica la scena, non sempre riuscendo a raggiungere la platea con la loro voce. Musicalmente, spiccava l’Orchestra Haydn grazie alla direzione di Kobéra, che restituiva tutte le intenzioni dell’autore.

Foto Haydn Stiftung - Die Antilope
Foto Haydn Stiftung

Alla fine dell’opera, il viaggio di Victor nell’assurdo Paese delle Meraviglie, abitato da fidanzati annoiati, madri degeneri, medici pazzi e statue parlanti, volge al termine e lui rientra nuovamente – attraverso la stessa finestra nell’indifferenza generale! – nell’asfissiante party aziendale del tredicesimo piano. Torna la scena dell’inizio, la musica dell’inizio, le movenze dell’inizio. Il sipario si chiude sul viso scoraggiato e apatico di Victor, di quello che fu un bambino abbandonato, e allora torna quel rumore di cristalli e capisci, ora sì, cos’è che si sta frantumando: è l’anima, dentro di lui.

C’è stato un momento poetico in Die Antilope che vogliamo ricordare. Quando Victor si getta dalla finestra, in fuga dal mondo che lo circonda, tutto si fa buio, tutto è silenzio. A questo punto appare lentamente sul proscenio, nella penombra, un gruppo di persone (Wiener Kammerchor, Maestro del coro Michael Grohotolsky) ciascuna apparentemente assorta nella lettura di un giornale e comincia un canto a cappella nei registri acuti. E se questa fosse, veramente, la realtà?

Foto Haydn Stiftung Die Antilope
Foto Haydn Stiftung

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

L’opera di Zandonai presentata con successo all’Opéra du Rhin in un riuscito allestimento di Nicola Raab

classica

Il Teatro di Heidelberg continua il recupero di lavori dimenticati dell’opera napoletana

classica

Torino: la prima volta di Luisi con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai