Pelléas et Mélisande glaciali

Ad Anversa un discutibile nuovo allestimento opera-balletto

Pelléas et Mélisande
Pelléas et Mélisande
Recensione
classica
Opera di Anversa
Pelléas et Mélisande
02 Febbraio 2018 - 04 Marzo 2018

La musica di Debussy scorre fluida ben eseguita dall’Orchestra dell’Opera di Anversa, sul podio il maestro argentino Alejo Pérez, con i suoi silenzi intensi carichi di significato; il cast di voci è buono; quel che non funziona è sopratutto l’allestimento di Marina Abramovic, tutta basata su cerchi e altre fredde figure geometriche, proiezioni video di lontani spazi cosmici, dominata da cristalli giganti e punti luminosi di varia grandezza, con pupille come buchi neri e occhi-specchi o finestre sull’altrove, un’estetica molto anni Settanta che crea distanza, carica di espliciti rimandi simbolici là dove invece tutto dovrebbe essere, com’è nella musica di Debussy, quasi impalpabile, solo suggerito, accadere con suprema naturalezza. Come se non bastasse, il regista-coreografo belga-marocchino Sidi Larbi Cherkaoui ne ha fatto un’opera-balletto, e poteva essere una buona idea, ma in questo caso appesantendo ulteriormente il lavoro di Debussy: ballerini, solo uomini, tutti bellissimi e bravissimi, che con futuristiche corte maglie con cappuccio a scaglie metalliche tendono fili tra i protagonisti come tanti spider-men oppure si contrappongono alla partitura con le contrazioni dei loro corpi.  Il risultato è un lavoro ibrido dove c’è troppo, sopratutto nella prima parte, e che non convince perché vi si perde per la maggior parte del tempo lo spirito delle pennellate lievi di Debussy. I bei costumi della creatrice belga Iris van Herpen sono pure in linea con la visione spaziale-glaciale dell’opera, con sapore di medioevo futuro per le donne, più borghesi eleganti e rigorosi per i protagonisti maschili.  Tornando ai cantanti, quasi in secondo piano in una produzione che ha puntato più su decor e danza, si donano a fondo malgrado il regista sembra aver prestato ai loro movimenti davvero poca attenzione facendoli cantare quasi sempre con il viso di fronte al pubblico invece che interagire fra loro, peccato anche per la generale dizione francese poco comprensibile. Particolarmente intensa comunque l’interpretazione del sofferto Golaud da parte di Leigh Melrose, che si fa perdonare qualche debolezza di volume; l’enigmatica Mélisande è interpretata dal bravo soprano norvergese Mari Eriksmoen che ben sa esprimere uno struggimento interiore poco esteriorizzato, e da rimarcare anche Jacques Imbrallo come delicato Pélleas.

 

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