Muti torna alla Scala ma con la Chicago

Grande festa alla Scala per il ritorno di Muti alla guida della "sua" orchestra americana

Recensione
classica
Teatro alla Scala Milano
20 Gennaio 2017
Dopo il suo burrascoso commiato dalla Scala nel 2005 e la sua chiacchierata per l'inaugurazione della mostra al museo del teatro a lui dedicata nel 2016, Muti torna alla sala del Piermarini. Ma con la Chicago Symphony Orchestra della quale è direttore stabile dal 2010. Quarta tappa delle sette previste della loro tournée europea. L'avvenimento, attesissimo dai fans del maestro, ha fatto sì che la sala fosse piena zeppa, altamente reattiva e quindi il successo garantito. In apertura di serata Muti ha preso il microfono per dedicare il primo brano, Contemplazione di Catalani, a quanti hanno patito il terremoto e la slavina in centro Italia, ricordando anche che il 20 gennaio è l'anniversario della morte del compositore (peccato non abbia colto l'occasione di aggiungere anche quello di Claudio Abbado). Il dolente notturno ha subito mostrato di quali sottigliezze e violenze sia capace questa orchestra straordinaria. La possanza degli ottoni, che al Piermarini non hanno modo di espandersi come in una sala da concerto, piomba addosso con una veemenza inaudita. La si è provata anche nel successivo Don Juan di Richard Strauss dove l'organico ha dato prova di una elasticità e prontezza ammirevoli. Muti non si è trattenuto nei passaggi più enfatici della partitura generando un volume di suono impressionante, ma sempre dai contorni ben definiti in ogni settore dell'orchestra. La Quarta di Čajkovskji, a chiusura del programma, non ha fatto che confermare questi exploit. Nel terzo tempo il pizzicato degli archi e i concertini dei legni ne sono stati un esempio lampante. In tutte e tre le esecuzioni, questo è l'unico appunto, a volte si è avuta tuttavia l'impressione che non si sia andato oltre uno straordinario esercizio funambolico. Al termine, pubblico in piedi osannante, molte le grida d'entusiasmo dal loggione, poi il maestro ha chiesto silenzio. Ha avuto uno scambio di battute con una signora in prima fila, poi senza microfono ha ricordato che alla Scala non si chiude un concerto senza Verdi, che nel 1989 quando aveva i capelli neri ("mi accusavano di tingerli") aveva diretto Nabucco e ora, che si permette solo qualche méche, è giusto riproporre l'ouverture dell'opera simbolo del suo legame con la Scala. Dopo l'ultima nota però interrompe gli applausi con un "a domani sera". Perché il 21 è previsto un secondo concerto con altro programma: Konzertmusik op. 50 di Hindemith, In the South di Elgar, Una notte sul Monte Calvo e Quadri da un'esposizione di Musorgskij (Musorgskij/Ravel).

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