Don Byron con Aruán Ortiz al Jazz Club Ferrara

Una musica austera, compassata, e un repertorio composito per il nuovo duo Don Byron - Aruán Ortiz

A Ferrara Jazz il duo Don Byron - Aruán Ortiz
Don Byron e Aruán Ortiz (foto Euriolo Puglisi)
Recensione
jazz
Torrione Jazz Club, Ferrara
Don Byron – Aruán Ortiz
02 Dicembre 2017

Una settimana dopo il quartetto Human Feel, che ancora una volta non ha deluso, e una settimana prima dell’allettante apparizione di Jen Shyu Song of Silver Geese, la mirata programmazione dell’attivissimo club ferrarese ha offerto la rara occasione di ascoltare il duo Don Byron – Aruán Ortiz, di recente formazione.

Al clarinetto, lo strumento che negli anni Novanta rivelò la sua genialità, l’ombroso Don Byron oggi sembra perseguire una pronuncia più controllata, un passo più misurato, una comunicativa schiva, senza rinunciare a finalizzati picchi improvvisativi. La narrazione discorsiva e moderatamente lirica al tenore invece talvolta sembra evocare un Ayler decantato e meditativo, talaltra sembra interiorizzare il senso del blues di certi tenoristi dello Swing.  

Nel pianismo del più giovane Aruán Ortiz, cubano d’origine, transitato in Spagna per poi stabilirsi a New York dove si è imposto nell’ambiente più creativo, traspaiono soprattutto i modelli di Monk, Tristano e Paul Bley. Ma il linguaggio dei maestri viene personalizzato da dissonanze armoniche, da insistenze ritmiche con sfasature claudicanti, da uno scampanio di intricate sovrapposizioni di note, che rendono le sue atmosfere claustrofobiche, livide, tutt’altro che ottimistiche.

Ma la pronuncia strumentale di per sé avrebbe poca rilevanza se non fosse messa al servizio della sinergia dell’interplay e di una visione musicale complessiva, critica e consapevole. Ecco che a tale proposito intervengono la scelta del repertorio e la sua esclusiva interpretazione. Nel concerto ferrarese, dove non sono mancati brani assai convincenti di entrambi i comprimari, la rilettura un po’ accademica di pagine bachiane da parte del clarinetto solo si è accostata alla rivisitazione di una composizione di Braxton degli anni Settanta, resa algida, geometrica e appunto di una cadenza classica. Uno standard come "Along Come Betty", depurato della vitalità hard bop, è sfociato in una breve citazione deformata, statica e quasi irriverente di "Girl from Ipanema", mentre più partecipata, protratta ed esplicita è risultata l’interpretazione dell’ellingtoniano "Black and Tan Fantasy".

In definitiva Don Byron e il suo partner hanno affrontato esempi di vari generi musicali, per decontestualizzarli, intrecciarli, interiorizzarli, facendone tasselli intercambiabili e neutri di un patrimonio musicale indifferenziato. In sintonia con la percezione prevalente di oggi, l’atteggiamento emotivamente distaccato, poco intrepido e propositivo, ma freddamente analitico di questo duo – che la settimana prossima entrerà in sala d’incisione – ha immaginato un percorso pluridirezionale, creando una musica austera, compassata, che certo non fa battere il piede, ma avvolge e fa pensare, stimolando suggestioni e relazioni inaspettate.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

jazz

A Fano Jazz by the Sea di scena Andy Sheppard, Bill Frisell e Federica Michisanti, inaspettatamente sul main stage

jazz

La favolosa musica del sassofonista, con il progetto Five Elements alla Casa del Jazz di Roma, si accende solo a tratti

jazz

A Villa Arnò per Albinea Jazz, in provincia di Reggio Emilia, il trio di Dave Holland, Chris Potter e Zakir Hussain