Affettuoso Herreweghe per il Vespro di Monteverdi

Al Bologna Festival, nella cornice della Chiesa dei Servi

Philippe Herreweghe al Bologna Festival
Philippe Herreweghe al Bologna Festival
Recensione
classica
Santa Maria dei Servi di Bologna
Vespro della Beata Vergine di Monteverdi
26 Ottobre 2017

Grande serata per il Bologna Festival! Il cartellone d’autunno Il nuovo / L’antico contrappone i due maggiori festeggiati dell’anno: Karlheinz Stockhausen, cui è stato dedicato il mese di settembre, e Claudio Monteverdi, che dopo tre serate di madrigali, canzonette e mottetti (La Venexiana, La compagnia del madrigale e Leonardo De Lisi in locandina) trionfa con il Vespro della Beata Vergine affidato al Collegium Vocale Gent diretto da Philippe Herreweghe.

In questo 450° anniversario monteverdiano, il Vespro è stato composizione gettonatissima in tutto il mondo, consentendo all’ascoltatore curioso di mettere a confronto ravvicinato anche approcci stilistici molto diversi. Per limitarsi a Bologna, è questa la seconda proposta in tre mesi, dopo quella estiva della Cappella musicale di San Petronio diretta da Michele Vannelli.

L’esecuzione di Herreweghe, ospitata nella suggestiva cornice della Chiesa di Santa Maria dei Servi, è tornitissima ma non rigida, sempre morbida, dolce, vorremmo dire “affettuosa”. Il suo gesto non-gesto, quasi mai mirato alla scansione del tempo, ma piuttosto al suggerimento di una modalità d’attacco, di un’espressione, presuppone esecutori vocali di grande esperienza, praticamente autonomi, impegnati fra l’altro in molte parti solistiche: voci belle, alcune bellissime, che emergono una ad una nei quattro Concerti seguenti ai Salmi, o si fondono coralmente alle altre nei Salmi stessi, mentre le Antifone gregoriane sono riservate a un sottogruppo canoro diretto con visibile piglio da Barbara Kabátková.

La varietà di stili concentrata nella partitura del Vespro, concepita come una rassegna sistematica delle tecniche compositive “moderne” allora in voga, garantisce l’interesse d’ascolto anche a un pubblico occasionale, immancabilmente attratto dal fulgore timbrico inatteso di cornetti e tromboni, dalla teatralità di melodie ipervocalizzate, dalla spazialità delle risposte in eco, tutti effetti sottolineati (ma con misura) dalla concertazione di Herreweghe, che ci regala così una serata di grande e raffinato piacere musicale.

Ciò che attendiamo ancora dai conclamati esperti del Barocco, specie da quelli formatisi nel Nord Europa, è una maggiore consapevolezza stilistica nei confronti del testo riproposto: se infatti la sonorità delle esecuzioni ha ormai raggiunto livelli ottimi, non sempre la decodificazione del segno scritto pare corretta (un limite tanto più grave nella riproposta di una partitura come questa che, si diceva, si presenta come un vero trattato teorico esplicitato nella pratica compositiva). Per fare un solo esempio comprensibile a tutti, il passaggio dai tempi binari (quattro quarti, due quarti) ai tempi ternari (tre quarti, sei quarti) non può essere lasciato alla fantasiosa libertà dell’esecutore, ma deve essere regolato da una proporzione matematica (la famigerata sesquiàltera) tanto nota a Monteverdi quanto ovvia per i suoi esecutori coevi; applicandola a dovere, i tempi ternari risulteranno assai più lenti e austeri di quelli rapidi e brillanti solitamente staccati dai direttori moderni, che inseguono effetti certamente più accattivanti per il pubblico, ma diametralmente opposti a quelli previsti dall’autore. Chi volesse toccare con mano la differenza, ascolti il primo ritornello strumentale del Magnificat (quello che avvia il versetto “Quia respexit”): Monteverdi prevede «sei istrumenti li quali si soneranno con più forza che si può», una prescrizione attuabile solo staccando il tempo gravemente rallentato che si ottiene se si applica la proporzione metrica suddetta (come oggi fanno Gini, Vannelli e pochi altri direttori) e non trasformando invece il passo in una danza rapida e leggera, come solitamente è dato di udire (da Herreweghe, Harnoncourt, Gardiner ed emuli vari), per quanto l’effetto brillante possa allettare all’ascolto, trasponendo poi magari il tutto all’acuto, per effetto di un’errata interpretazione delle cosiddette “chiavette”, altro problema teorico di notazione travisato da molti interpreti moderni nel riproporci il Vespro.

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