Le canzoni a cuore aperto di Julien Baker

Julien Baker, giovanissima cantautrice di Memphis, al suo secondo album con la Matador

Julien Baker, Turn Out the Lights
Disco
pop
Julien Baker
Turn Out the Lights
Matador
2017

C’è un momento preciso del disco in cui si condensa il pathos che lo pervade, alla fine di “Sour Breath”, quando Julien Baker grida nel silenzio la frase chiave della canzone: “Più mi sforzo di nuotare/più affondo velocemente”.

È tutt’altro che un facile ascolto il secondo lavoro della ventiduenne artista originaria di Memphis: non tanto nelle forme, quanto nella sostanza. Come già nel precedente e acclamato – al punto di valerle un articolo sul “New York Times” – Sprained Ankle (2015), mette in scena sé stessa e i propri tormenti senza filtro alcuno: educata al cristianesimo e dichiaratamente lesbica, per affrontare nell’adolescenza i conflitti interiori fece ricorso ad alcol e droghe, arrivando sulla soglia del baratro (“La via d’uscita più semplice”, definisce il suicidio nella conclusiva “Claws Your Back”). Pacificata non lo è ancora, ma se non altro ha trovato nella scrittura musicale una forma di terapia, affinando al contempo le proprie qualità espressive.

Essenziale fino all’estremo nell’album d’esordio, questa volta ricorre a un armamentario strumentale più ampio: anzitutto il pianoforte, che guida alcuni dei brani migliori, da “Televangelist” a “Hurt Less”, e inoltre – benché a piccole dosi – archi, fiati e organo. Registrato nei leggendari studi Ardent, dopo la stipula del contratto con l’indipendente newyorkese Matador, Turn Out the Lights dà risalto al suo talento, indiscutibile nella toccante ballata “Shadowboxing”, ad esempio. Tra gli 11 episodi svetta per intensità “Appointments”, madrigale costruito su un timido arpeggio di chitarra nel quale la voce prende man mano forza esprimendo le contraddittorie convinzioni che animano la protagonista: “Forse tutto andrà per il verso giusto/e anche se so che non è così/devo credere che lo sia”.

Qui più che altrove l’effetto è simile a quello di un inno religioso, solenne nonostante sia incrinato dall’incertezza. Sensazione confermata poi da “Happy To Be Here”: “Ho sentito che tutto può essere riparato/perché non io, allora?”, canta rivolgendosi a Dio, sulla cui esistenza non ha comunque dubbi (porta tatuata sui polsi la scritta “God exists”).

I testi delle canzoni disegnano il profilo dell’autrice in maniera talmente schietta (“So di essere il Male”, in “Even”, addirittura) da porre l’ascoltatore nella condizione descritta in passato dal “New Yorker” con queste parole: “Ti senti un intruso che origlia le preghiere di qualcun altro”. Al tempo stesso vulnerabile e coraggiosa, Julien Rose Baker crea musica perché non può farne a meno.

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