Da maggio 2008 è in edicola il nuovo "giornale della musica", la prima rivista italiana che, programmaticamente, supera le divisioni tra i generi e sceglie di occuparsi di tutte le musiche di cui meriti parlare. Unendo l’esperienza dei "vecchi" "giornale della musica" e "world music magazine", il nuovo mensile EDT, con le sue quattro sezioni (o anime?) classica, jazz, pop e world, è un aiuto per non perdere la strada nel mare magnum delle musiche del nuovo millennio.
Per un ragionamento più informale sul nuovo progetto per i lettori di "Leggìo", abbiamo pensato di utilizzare le tecnologie con cui facciamo il giornale: chat, skype, mail...: alle mie domande hanno risposto simultaneamente Daniele Martino (condirettore del giornale), Stefano Zenni (editor delle pagine JAZZ), Alberto Campo (editor delle pagine POP) e Marcello Lorrai (editor delle pagine WORLD).
MARTINO: i numeri del "giornale della musica" di classica e di "world music magazine" erano i numeri di giornali specializzati. Quando ho pensato questo progetto "incredibile" (letteralmente, prima che lo facessimo) guardavo quei volti intelligenti, di generazioni cresciute nella mescolanza dell’ascolto, che vedevo ai concerti di Glass o di Brunello, di Jarrett o di Capossela. Le variegate facce di chi la musica se la gode senza tanti problemi di nicchia e di rango, e che vuole una analisi critica intelligente su quello che sente. In un certo senso, grazie alla convinzione della nostra casa editrice, EDT, e al fondatore del "giornale della musica" Enzo Peruccio, abbiamo realizzato il giornale che mancava per un pubblico che già c'era.
LORRAI: Da diversi anni le carte si sono rimescolate: è vero, sembra (e ci è sembrato) naturale e ovvio offrire un giornale fatto così, anche se una formula di questo tipo non è affatto ovvia e naturale, sul mercato nazionale.
ZENNI: Io credo che l'ascoltatore settoriale - quello che ascolta un solo genere e basta - non sia mai esistito, se non nelle astrazioni alla Adorno. Anche il più intransigente dei puristi classici poteva essere colto sul fatto mentre guardava Canzonissima. Il cambiamento sta nel crollo delle gerarchie, nel fatto che la musica "classica" non detiene più, nella percezione generale, il monopolio della legittimità, e così non ci si vergogna più di apprezzare sia John Eliot Gardiner sia i Radiohead. "Il giornale della musica" si rivolge al lettore che si sente libero di scegliere tra tutto ciò che gli piace.
CAMPO: Chi era che diceva che la musica si divide solo fra buona e cattiva (forse usava un termine un po' più forte...)? Da ragazzino ascoltavo il rock di Per Voi Giovani. Più in là, free jazz, europeo anziché afroamericano. Poi è arrivato il punk. Dopo di che la techno dei rave. E ultimamente, di mattina, quando leggo i giornali, mi sintonizzo su Radio Classica. Non vedo, né conosco, confini tra le musiche. E mi spiace per chi li considera e rispetta in quanto tali. Come se uno, in senso gastronomico, si cibasse solo di cucina piemontese. E la Toscana? La Puglia? La Spagna? Il Giappone? L'esperienza della vita è così breve, in proporzione alla quantità di cose da conoscere, che sprecarla a diventare "espertissimo" di chissà quale bugigattolo infracondominiale mette tristezza solo a pensarci. Ragion per cui, per quanto teneramente dissennata come la carica di Don Chisciotte contro i mulini a vento, trovo che l'impresa del nuovo "giornale della musica" sia entusiasmante. Che io sappia, in giro per il mondo non c'è nulla di simile. Avventurarsi in una storia del genere ha valore in sé. Vada come deve andare.
CAMPO: Se uno si mette in rete trova recensito tutto. Anche i dischi che nemmeno immagina esistano. Con buone capacità di navigazione, è possibile persino non smarrire la rotta. I giornali, finché dureranno, sono un'altra cosa. Definiscono la propria identità sulla base delle notizie che scelgono di pubblicare e della gerarchia in cui le collocano. Hanno successo o fanno fiasco per questo: la capacità di selezionare. E di imbastire, attraverso la selezione, discorsi, ipertesti o semplici giochi d'analogia. In fondo, una specie di forma d'arte non dichiarata. Perciò fare selezione è attività nobilissima: delinea un piano senza renderlo esplicito. Suggerisce visioni. Fornisce pretesti. Stuzzica la curiosità. Un po' come nei locali notturni, dove conta la musica, la qualità del bar e il valore estetico degli arredi, ma se si commettono errori nella selezione alla porta e si lasciano entrare le persone sbagliate la serata rischia di precipitare. Chiamiamoci allora buttafuori, anziché "critici".
ZENNI: L'illusione di poter abbracciare tutto perché tutto è significativo è un sottoprodotto del postmoderno: niente filtri, informazione orizzontale e indifferenziata, niente gerarchie di valori. In realtà la vita dell'ascoltatore, per fortuna, non funziona così, perché tutti abbiamo preferenze, scale di valori, selezioniamo, escludiamo e ci fidiamo dei nostri pregiudizi... E poi oggi i canali informativi sono più che abbondanti. Per questo "Il giornale della musica" offre ai suoi lettori una scelta di qualità, ma anche di rilevanza. Il lettore disorientato da un mercato ipertrofico troverà così una guida, mentre quello scafato e informato potrà confrontarsi con le nostre scelte e magari scoprire qualcosa di nuovo. È difficile fare un paragone con le riviste specializzate, il numero delle cose trattate è fatalmente più esiguo. Ma non è detto che questo sia un problema, perché così possiamo puntare non alla completezza ma ad una qualità selezionata. m_jazz è una sezione che segue l'attualità del jazz contemporaneo, e che al tempo stesso parte da essa per scendere in profondità attraverso riflessioni, panoramiche, aggiornamenti. Insomma, cerchiamo di stare in equilibrio tra informazione tempestiva e riflessione, tra attualità e storia, in reciproco, fecondo dialogo. In più, la sezione ha il vantaggio di "risuonare" nell'intero "Il giornale della musica", poiché dialoga a distanza anche con le altre sezioni. Come fa qualsiasi ascoltatore di oggi.
LORRAI: Per quanto riguarda la world music, la sezione world del "giornale della musica" rimane il punto di riferimento italiano del settore, proseguendo l’esperienza di "World Music Magazine". Spesso chi si occupa di world music su riviste o quotidiani proviene da altre esperienze, diversamente - ad esempio - dal mondo del jazz, che richiede e offre un grado di specializzazione alto. Così facendo, raramente si riesce ad andare oltre i soliti, noti, grandi nomi del circuito world, o episodici interessi (di moda?) per una particolare musica. "Il giornale della musica" riesce ad occuparsi dell’articolato e complesso "mondo" che è la world music con un grado di specializzazione e una tempestività unici nel settore.
ZENNI:
Gyorgy Ligeti - Studi per pianoforte (Pierre-Laurent Aimard)
Michel Legrand - Le Parapluies de Cherbourg
George Gershwin - Porgy and Bess
John Coltrane - A Love Supreme
Igor Stravinskij - La sagra della primavera (Pierre Boulez)
Duke Ellington - New Orleans Suite
Lester Young - Jazz Giants 57
CAMPO:
The Clash - Sandinista!
Miles Davis - In a Silent Way
Bob Marley & The Wailers - Babylon by Bus
Talking Heads - Fear of Music
The Velvet Underground & Nico - om.
Tom Waits - Swordfishtrombones
Robert Wyatt - Rock Bottom
LORRAI:
Modern Jazz Quartet – Space
Stan Getz – Sweet Rain
Ornette Coleman – Free Jazz
Miles Davis – Bitches Brew
Mahmoud Ahmed – Ere Mela Mela
Jimi Hendrix – Band of Gypsys
Franco - Mario
MARTINO: È un po' difficile dire cos'è musica buona e cos'è..., per dirla con Coleman. Per spiegarlo ci vorrebbero un bel po' di parole critiche e alla fine finiremmo con una cattedra di popular music da qualche parte in Inghilterra o in Canada... Poiché io sono un po' antichista, settecentesco, dirò che è una questione di gusto. Di gusto e di idee, e di genialità. Una musica che abbia gusto idee e genialità può essere l'ultimo disco dei Radiohead o una nuova incisione delle suite per violoncello di Johann Sebastian Bach, il Concerto alla Scala di Jarrett o una Gymnopèdie di Satie, Koyaanisqatsi di Philip Glass o i Tinariwen prodotti da Justin Adams, o un istant cd da un live degli Einsturzende Neubauten (e i 7 li ho detti). Ovvio, dietro ogni musica c'è un corso di studi e un sistema produttivo diverso, a tratti inconciliabile, ma questo è il bello della differenza. Noi che facciamo un giornale siamo i depositari di una selezione critica. Per questo oggi si comprano (poco, sigh) ancora i giornali: perché qualcun altro, di cui ti fidi, scelga e commenti per te qualche preziosità nel flusso dell'infinito. Siamo cercatori d'oro e facciamo un mestiere pazzescamente bello: raccontare le musiche che vale la pena ascoltare.