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Pentecoste scozzese a Salisburgo

di Stefano Nardelli

Nelle intenzioni il tema scelto da Cecilia Bartoli per l’annuale Festival di Pentecoste a Salisburgo era la Scozia protoromantica dei Canti di Ossian, che si prestava a giustificare la rossiniana Donna del lago e il balletto La Bayadère con il corpo di danza del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo. Anche il tempo particolarmente capriccioso, non dissimile da quello delle estati scozzesi, contribuiva a creare la giusta atmosfera nelle quattro giornate dense di appuntamenti musicali della cittadina austriaca.

Le divagazioni comunque erano molte, a iniziare dal concerto celebrativo per i 40 anni dal debutto salisburghese di Anne-Sophie Mutter, allora quattordicenne, proprio al Festival di Pentecoste su invito di Herbert von Karajan, ma anche, ambientazione scozzese a parte, dall’händeliano Ariodante, più affine agli ariosi mondi ariosteschi che alle brume ossianiche, così come il recital matinée di Max Emanuel Cencic al Mozarteum. Per il quarantenne controtenore di origine croata, si trattava della prima volta al Festival di Salisburgo e per questo debutto proponeva un programma interamente dedicato alla follia di Orlando con arie dall’Orlando furioso di Vivaldi (“Sol da te mio dolce amore”, “Sorge l’irato nembo” e “Nel profondo cieco mondo”), dall’Orlando di Händel (“Fammi combattere” e “Già l’ebbro mio ciglio” e “Cielo! se tu il consenti”) e dalla festa teatrale Angelica e Medoro di Nicola Porpora (“Ombre amene”, “Vanne, felice rio”). “Follemente” scalzo sul palco, Cencic privilegia ormai una linea di canto più introspettiva ed espressiva sin dalla scelta dei pezzi. Lo accompagna ancora una volta Armonia Atenea guidata da George Petrou, che sfodera un gran carattere e talenti individuali nei pezzi strumentali scelti come riempitivi: il Concerto per due violini RV 522, il Concerto per fagotto e archi RV 484 e soprattutto la travolgente sonata La follia RV 63.

Mai davvero popolare, l’Ariodante di Georg Friedrich Händel sta recuperando lentamente terreno e non soltanto nei festival specialistici ma anche nelle stagioni regolari di varie scene europee. Con la contemporanea Alcina, molto più popolare, condivide i geni ariosteschi nell’intrigo che vede “le donne, i cavalier, l’arme e gli amori” ma nessun elemento magico. Ariodante è un cavaliere di origine incerta amato all’impronta da Ginevra, figlia del re di Scozia, che per lui prova sinceri sentimenti paterni. L’opera comincia dove normalmente si finisce, ossia con un “happy end” matrimoniale (di “monotona beatitudine”, secondo Burney) se non arrivasse l’intrigo del perfido duca di Albany, Polinesso, che quella serenità vuole turbare facendo credere a Ariodante che Ginevra non gli è affatto fedele. Per rendere più credibili le sue parole, Polinesso convince Dalinda, damigella della principessa, a indossare gli abiti di Ginevra e accogliendolo nelle sue stanze, mentre Ariodante osserva celato. Qui davvero il dramma decolla e il genio di Händel si mette in azione. È una lunga notte, una “cieca notte” che offusca prima che gli occhi la mente dei protagonisti. In quella cieca notte Ariodante si dissolve e Ginevra, dopo una premonizione che non sa definire (“È gioia? È dolore?”), appresa la morte presunta del promesso sposo e ripudiata dal padre, sprofonda in un sonno agitato da sogni che non le danno tregua (“misera me! non ponno aver quiete mie pene anche nel sonno”). È una notte “atra e funesta”, che il “più vago sole” non cancella del tutto, e quella gioia che “empie la terra” quando Ariodante ricompare, l’intrigo viene svelato e Polinesso ucciso in duello da Lurcanio, fratello di Ariodante, è incrinata da un velo di malinconia.

La regia di Christof Loy si spinge anche più in là mostrando la stessa danza arcadica che chiude con grazia il primo atto decomposta in movimenti disarmonici di ballerini e pastorelle “en travesti”. “En travesti” è anche il protagonista Ariodante, alla ricerca di identità che è soprattutto un’identità sessuale che si materializza in scena nella metamorfosi da cavaliere a donna dopo il sogno di Ginevra, che rinvia a quello dell’Orlando di Virginia Woolf (e la stessa Ginevra si risveglia mutata in Ariodante o viceversa). Passi del libro della Woolf vengono anche letti dalla voce off della protagonista, Cecilia Bartoli, dopo l’ouverture e all’inizio del terzo atto. Evidentemente il tema dell’identità sessuale sta molto a cuore al regista (vedasi il suo recente Edward II di Berlino) ma qui lo si avverte piuttosto come una forzatura. Piuttosto dell’Orlando della Woolf resta il senso del viaggio nel tempo, che Loy realizza visivamente grazie all’apporto del contenitore scenico di Johannes Leiacker spoglio ma con fondali dipinti e quinte pittoriche di gusto archeologico e aicostumi di Ursula Renzenbrink, fra crinoline settecentesche e business attire contemporaneo. Intellettualismi registici a parte, lo spettacolo è condotto con una certa abilità, un buon passo e una certa dose di umorismo, fondamentali per reggere le oltre quattro ore (con due pause). Grande anche il lavoro sui singoli personaggi che serve benissimo i formidabili interpreti visti e ascoltati sulla scena della Haus für Mozart. Curiosamente barbuta fino alla completa transizione da cavaliere a donzella, Cecilia Bartoli (Ariodante) fa sicuramente la parte del leone e illumina con la sua naturale solarità anche i lati più notturni e pensosi del suo personaggio, cedendo a una certa esuberanza scenica oltre che in quella vocale, che continua a dominare con grande perizia tecnica e freschezza di mezzi: sciorina le agilità di “Con l’ali di costanza” con grande spigliatezza e regalando al pubblico una spiritosa gag alcolica e espone la sua ultima aria “Dopo notte” con l’insolenza del futuro regnante (e fumando un gran sigaro preso a prestito da Groucho Marx). Kathryn Lewek (Ginevra) cresce sulla distanza sfoderando un’intensità drammatica che conquista così come il grande temperamento vocale. Sandrine Piau conferma il suo eccezionale talento di interprete elevando al rango di coprotagonista la sua Dalinda. Il comparto maschile contava sulla prestanza scenica di Christoph Dumaux (Polinesso) perfettamente aderente al ruolo del seduttore dall’anima nera, sull’intelligenza di interprete di Norman Reinhardt (Lurcanio) in un repertorio che probabilmente non è interamente nelle sue corde, sulla robusta presenza vocale di Nathan Berg (il re) e sulla puntuale caratterizzazione di Kristofer Lundin (Odoardo), che completava la locandina. Marcanti i brevi interventi del Salzburger Bachchor.

Ultima arrivata fra le orchestre con strumenti originali, nella buca della Haus für Mozart si ascoltano les Musiciens du Prince, creatura voluta da Cecilia Bartoli con la collaborazione dell’Opéra de Monte-Carlo e il sostegno dei reali monegaschi. Il suono è bello, agilissime le dinamiche e perentori gli interventi dei solisti (e bravissimi i due corni naturali, Christian Binde e Gilbert Camí Farràs, in scena per l’aria “Voli colla sua tromba”). Qualità che la brillantissima direzione di Gianluca Capuano esalta senza prevaricare il canto. Tempi perfetti e cura del suono sono i due pregi maggiori di una prova da lodare senza riserve.

Medesima compagine orchestrale e medesimo direttore anche per l’altro titolo operistico nel cartellone del Festival, La donna del lago di Rossini, presentata in versione di concerto. Les musiciens du Prince si presentano in un organico più denso, ma trasparenza e agilità di suono sono le stesse. Capuano conferma una predilezione per tempi brillanti e spediti (addirittura travolgente nel suo piglio marziale il bellissimo finale primo), che certo esaltano le capacità tecniche dell’orchestra ma soprattutto il virtuosismo di una un ensemble vocale che conta due primedonne assolute, ancora la Bartoli nel ruolo di Elena e Vivica Genaux in quello di Malcolm, affiancate da interpreti di notevole spessore vocale. «Eseguita da voci sorprendenti, è cosa stupenda» scriveva lo spettatore di eccezione, Giacomo Leopardi, della prima napoletana del 1823. E cosa stupenda è anche quella ascoltata nella Haus für Mozart grazie alle voci. Non si tratta certo di un match ma la Genaux si aggiudica il primo tempo con quel “Mura felici” che chiude con un vorticose variazioni di difficoltà crescente, mentre la Bartoli, un po’ costretta in un ruolo che tocca soprattutto le corde del patetismo, conquista tutti con il gran finale in solitaria del “Tanti affetti” nel quale può finalmente sparare i fuochi d’artificio vocali che il suo pubblico più fedele si aspetta da lei (impeccabili, come se il tempo non passasse). Messi un po’ in ombra dalle primedonne, i due tenori si difendono comunque molto bene: Edgardo Rocha (Giacomo V) è una versione moderna del tenore di grazia, di cui ripropone l’eleganza nel fraseggio, e Norman Rheinhardt (Rodrigo) domina con forza un ruolo che non risparmia le asperità tecniche fin dalla cavatina “Ma dov’è colei, che accende”. Bene anche il Douglas di Nathan Berg così come il Salzburger Bachchor in piena sintonia con l’agilità imposta dal direttore. Come per l’Ariodante, anche per la Donna del lago si ripete il trionfo con oltre dieci minuti di applausi a tutti ma specialmente alla Genaux e alla Bartoli, festeggiatissima dai colleghi e dall’orchestra, che le dedica variazioni di spirito rossiniano sull’“Happy Birthday” nel giorno del suo compleanno.

12 giugno, 2017 - 09:32
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