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Il jazz secondo Umbria Jazz Winter

di Giorgio Cerasoli

All'ombra del Duomo di Orvieto, per la ventiquattresima volta, torna l'appuntamento invernale con Umbria Jazz, quest’anno con un programma nel quale progetti ed eventi di maggior richiamo vanno a braccetto con appuntamenti più di nicchia, questi ultimi dedicati a chi ancora nel jazz cerca i segni di una ricerca, di una sperimentazione che meno scenda a patti con esigenze – diciamo – più "turistiche". Ma da questo punto di vista è chiaro che tra Orvieto e il jazz il rapporto è virtuoso in entrambe le direzioni, perché il calendario preparato da Carlo Pagnotta, direttore artistico della manifestazione, aumenta le proprie capacità attrattive proprio grazie agli affascinanti spazi che la cittadina umbra mette a disposizione per i concerti.

Giornata inaugurale (28 dicembre) tutta concentrata sul doppio appuntamento serale al Teatro Mancinelli – i concerti diurni e pomeridiani sono iniziati il 29 – al quale è accorso tutto il pubblico di appassionati riversatosi a Orvieto. Cosa proporre a questo teatro pieno e in trepidante attesa? Semplice: qualcosa di antico – mi si perdoni il termine, ma il jazz ha ormai più di cent'anni – e qualcosa di moderno.

Chihiro Yamanaka arriva dal Giappone ma la sua formazione è anglo-statunitense, visto che si presenta al pianoforte insieme a Shaney Forbes e Dan Casimir, classico trio con contrabbasso e batteria che rimanda a tanti illustri precedenti. Giovane, minuta, già applaudita nell’edizione estiva 2016, Yamanaka annuncia con voce tenue i brani che esegue e nel suo approccio alla tastiera sembrano inizialmente insinuarsi anche i modi legati alla musica tradizionale del suo paese. Ma ben presto da questa delicata figura esce fuori un trascinante vortice di suoni, Forbes e Casimir la supportano più che egregiamente e il pubblico è conquistato: nessuno resiste a classici come "Summertime" o "The Entertainer". Ma non doveva essere uno sguardo sulle nuove tendenze del jazz nipponico-statunitense? Macché, arriva pure un nome sacro come quello di Ludwig van Beethoven: “Per Elisa” diventa lo spunto per una rilettura divertente e scanzonata di uno dei più gettonati brani del repertorio classico – attenzione, quello "classico" davvero, stavolta siamo andati non cento ma duecento anni indietro. Però l’effetto finale è quello che conta, in chiave jazz è possibile rielaborare qualsiasi musica esistente e Chihiro Yamanaka lo fa con un suo gusto personale raffinato e il suo virtuosismo pianistico non cede mai alle tentazioni del funambolismo.

A seguire, l’originale progetto Le rondini e la luna. Il jazz di Lucio Dalla e Fabrizio De André. Un titolo che sembrerebbe rimarcare ulteriormente l’idea della rielaborazione in chiave jazzistica: stavolta sono in ballo le canzoni di due mostri sacri della canzone d’autore italiana. Sul palcoscenico del Mancinelli Gaetano Curreri e Fabrizio Foschini si presentano insieme a due interpreti strepitosi come Paolo Fresu e Raffaele Casarano, ma il concerto ben presto si rivela piuttosto essere una struggente rievocazione, e dal cassetto dei ricordi escono le immagini sonore di brani indimenticabili.

Curreri riesce ad avvicinarsi in modo impressionante alla voce di Dalla, mentre alle prese con i testi di Faber chiaramente punta a reinterpretare. Gli affascinanti apporti della tromba e del flicorno di Fresu e quelli del sax di Casarano possono dare un inedito appeal a brani come “Caruso”, “Anna e Marco”, “La canzone dell’amore perduto”, “Via del campo”; il jazz però sembra essere rimasto in un altro cassetto. Il grande successo del progetto è comunque scandito dai lunghi applausi del pubblico e dalla continua richiesta di bis. Qualcuno tuttavia è perplesso: forse teme che – come capitato quest’anno – ospitare il vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo nella serata inaugurale di Umbria Jazz Winter possa diventare un appuntamento abituale.

Per gli appassionati di jazz poco disposti a compromessi, la giornata del 29 è stata viceversa densa di emozioni. Un vero e proprio viaggio alla scoperta di quegli strumenti che svolgono il ruolo di fondamento nell’impalcatura sonora di tanta musica jazz: ecco dunque al centro del palcoscenico il contrabbasso e il basso elettrico, con una serie di appuntamenti di alta classe, a cominciare da quello con l’instancabile Giovanni Tommaso. Il suo progetto Around Gershwin porta al debutto la formazione che lo vede in trio insieme all’impareggiabile Rita Marcotulli, al pianoforte, e ad Alessandro Paternesi alle percussioni, quest’ultimo pronto a mettere in campo tutta l’energia della sua giovane età. Vero e proprio "senatore" del jazz italiano, Tommaso si diverte a giocare con il repertorio dell’americano, alternando riletture e nuove composizioni proprie: da brani come "Un italiano a Parigi", ironica suite sulle melodie scritte da Gershwin, fino all’inedito “Random Five”, ostinato collage di cinque suoni organizzati su serie di cinque battute, esce fuori una visione del jazz, dove la raffinatezza dei modi e la carica ritmica più sfrenata riescono a fondersi in un modo che sembra essere tutto italiano.

Vira decisamente oltreoceano il linguaggio protagonista dell’appuntamento serale, sempre di giovedì 29, al Teatro Mancinelli. Il trio di Christian McBride è un turbine di energia, la verve del contrabbassista è impareggiabile ma non da meno sono i due giovani musicisti che si esibiscono insieme a lui: l’ottimo Christian Sands al pianoforte e lo scatenatissimo Jerome Jennings alla batteria. McBride abbraccia il proprio strumento in una sorta di danza che segue di volta in volta coreografie diverse, passando da collaudati standard a nuovi lavori, nei quali si protende fino alle note più acute che il suo strumento può produrre. Una lezione da grandissimo maestro che il pubblico del Mancinelli ha accolto con grande entusiasmo. Più "elitaria" la seconda parte del concerto, il John Patitucci Electric Guitar Quartet ha decisamente virato verso il blues e il soul, con un programma forse meno appariscente e variegato di quello della formazione che lo ha preceduto, ma denso di richiami alla migliore tradizione musicale statunitense. Non mancano B.B. King e Thelonius Monk: Patitucci li propone, tra gli altri, con una energia musicale da vero protagonista della scena, tirando fuori dai suoi due bassi elettrici sensazioni non meno profonde dei suoni che produce. Di alta levatura i musicisti che suonano insieme a lui, a iniziare dal batterista Ben Perowsky, portentoso nel sostenere ritmicamente l’intera formazione, per finire con i due chitarristi, Adam Rogers e Steve Cardenas.

Una portentosa serata "made in USA", ma l’appuntamento per i palati più esigenti è fissato al terzo giorno della kermesse (venerdì 30), con Patitucci e McBride fianco a fianco in un inedito duo di contrabbassi: è garantita un’immersione nelle profondità dei suoni più gravi.

02 gennaio, 2017 - 10:34
di Fabio Zannoni

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