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Gli esami (in Conservatorio) non finiscono mai

di Emanuele Arciuli
Il Conservatorio italiano vive una delle sue fasi più delicate, e più critiche. Al punto che c’è chi ritiene che gli ultimi sviluppi (soppressione dei corsi inferiori, che saranno affidati a scuole medie e licei a indirizzo musicale) suonino come un de profundis. Troppo spesso il Conservatorio ha sacrificato ad altre finalità la formazione – artistica e professionale – degli studenti. E oggi, con i bienni di specializzazione, pieni di materie spuntate come funghi e insegnate da esperti dell’argomento, germogliati d’incanto anche loro, siamo al redde rationem. O alla comica finale. Entrambi ampiamente prevedibili, e dunque non del tutto immeritati. Ma la cosa più divertente – perchè il lato divertente va trovato – è il “momento della verità”, che nei Conservatori è rappresentato dagli esami. Nei quali, inutile negarlo, si verificano episodi surreali, si materializzano meravigliosi paradossi. I dieci e le menzioni speciali, soppiantati progressivamente dai più “universitari” trenta e centodieci (sempre con lode, ovvio), non sono la segnalazione di un talento fuori dagli schemi, ma la certificazione dell’autorevolezza dell’insegnante. Autorevolezza che non ha più da dimostrarsi sul campo che sarebbe di sua pertinenza, ma piuttosto in quello del potere (che non sempre coincide con la qualità né con l’onesta intellettuale). In questi anni ho visto di tutto. Un esame di diploma pianistico di virtuosità nel quale il laureando ha fatto accomodare dei suonatori di bongo, che lo avrebbero accompagnato in un repertorio afrocubano. Un altro, in forma di lezione-concerto, verteva sulla produzione cameristica di un oscuro compositore locale, salvo concludere che – di cameristico – il poveretto non aveva composto nulla; da far impallidire Ionesco. Oppure esecuzioni di qualità ordinaria spacciate per rivelazioni di folgoranti talenti naturali. Per contro, prove brillanti penalizzate da commissioni improvvisamente molto severe. E le prove di cultura? Valga quella di uno studente di ottavo corso di pianoforte. Domanda: “Quante Sonate ha scritto Beethoven?” Risposta: “Tre Volumi”. Il docente ribatte, ironico: “Mah, veramente io ne possiedo solo due”, e l’alunno, solerte: “Guardi, non si perda il terzo, è bellissimo!”.
07 luglio, 2010 - 11:14

Commenti

da aldezabal
Milano | 14 luglio, 2010 - 18:32
Interessante articolo, del tutto condivisibile specialmente da chi come me si è trovato, ormai grandicello, a reiscriversi al biennio superiore a distanza di più di vent'anni dal suo diploma del vecchio ordinamento. sarebbe interessante però capire qualcosa in merito alle cause di tutto questo o meglio alle concause. siamo alle solite, io credo, la dissennata privatizzazione, di fatto o di sostanza, di qualsiasi cosa nel nostro paese ha creato una situazione in cui ciascun Conservatorio si mette sul "mercato" cercando di offrire agli studenti (anzi ai clienti, ovviamente) il maggior numero di prodotti formativi. aggiungiamoci il sistema dei crediti, il tradizionale nepotismo all'italiana, gli amici degli amici, le scarse retribuzioni dei contrattisti (spesso pure percepite con grande ritardo) e in generale la scarsa propensione dei docenti già in ruolo e il gioco è fatto. Come del resto nella maggioranza delle università italiane chi resta a insegnare è, nella maggioranza dei casi, un mediocre che spesso sta lì perché altrove nessuno lo vorrebbe. E a questo si aggiunge spesso la gravissima mediocrità culturale di insegnanti che spesso sono usciti dal Conservatorio o dal vecchio liceo musicale e non sono neanche minimamente all'altezza del ruolo di docenza universitaria che gli compete destando ilarità e scarso rispetto in allievi (giovani e meno giovani) ce spesso sarebbero in grado di insegnare le stesse cose meglio di loro.
da ET
Bonn | 15 luglio, 2010 - 21:58
Però, mi perdoni, ma anche la domanda "quante sonate ha scritto Ludovico" mi pare al livello della risposta.
da Emanuele Arciuli
Bari | 18 luglio, 2010 - 17:50
Il fatto è realmente accaduto, anche se - per la verità - mi è stato riferito da un collega (un pianista molto bravo e noto, di cui taccio il nome) e non l'ho vissuto in prima persona. Mi pareva una maniera di concludere con leggerezza un articolo che parla di cose serie e - a mio avviso - drammatiche. Ad ogni modo non credo affatto che chiedere quante Sonate ha scritto Beethoven sia demenziale. Però mi rendo conto di aver infranto la regola che mi ero prefissato, e cioè di non intervenire mai - a meno che non vi sia una domanda diretta cui debba rispondere - riguardo ai commenti dei lettori. Cui posso solo augurare buone vacanze.
da ET
Rigel | 19 luglio, 2010 - 10:48
Un blogger deve intervenire, credo. Cmq sì, la domanda non è "demenziale". Parlando seriamente diciamo allora che la "demenzialità" della risposta del candidato è la conseguenza del nozionismo fine a se stesso in cui l'insegnamento crede per introiezione di modelli autoritari e reazionari. Potremmo poi allargarci parlando delle "edizioni" delle 32 sonate (la mia Henle è in due volumi, ma l'italiana Curci è in tre), o in generale delle edizioni a stampa in uso nei conservatori di questo paese (magari nel frattempo la situazione è migliorata?), da quell'ormai sempre più osceno Bach/Mugellini ai vetusti solfeggi parlati del Pozzoli, prima causa dell'odio per la musica sviluppato dai pianisti in erba. Meglio farsi una canna. Meglio ascoltare ELP, KC, Zappa, Zorn. Buone vacanze anche da parte mia. E grazie per il video di Carter sul sito di MilanoMusica.
da Giacomo
Castel bolognese | 21 luglio, 2010 - 09:08
Purtroppo questa riforma porterà i ragazzi ad una scelta difficile: o l'Università o il Conservatorio. La doppia-frequenza non è ancora stata approvata e chi vorrà fare le due cose sarà un abusivo. Chissà se la seconda laurea viene condonata? Saluti!
da Marino Lagomarsino
Genova | 22 luglio, 2010 - 12:58
L'articolo inizia prefigurando un cupo futuro ai conservatori italiani - "siamo al redde rationem. O alla comica finale" -, descritti nel mare di ridicola mediocrità nel quale sarebbero immersi e vieppiù costretti dagli ultimi sviluppi legislativi. Si prosegue con una gustosa aneddotica relativa agli esami, nella quale tutto si impasta in una miscela agrodolce di surreale ignoranza e ridicola supponenza. Avendo frequentato il conservatorio svariati lustri fa potrei raccontare allo scrivente dozzine di aneddoti relativi agli esami più vari (veri, vissuti in prima persona, non riportati da terzi), accaduti sotto il vecchio ordinamento, quando tutti facevano il proprio mestiere, i corsi erano quelli consueti, i voti erano espressi in decimi, i treni arrivavano e partivano in orario e i docenti lavoravano il doppio. Dunque? Il massimo che si può ricavare da queste parabole è che tutto sia rimasto uguale, il minimo che si dovrebbe capire è che il malcostume, l'ignoranza, la supponenza e l'arroganza sono vizi che nessun ordinamento può di per se scongiurare. Il gusto per l'aneddotica fine a se stessa è comunque significativo del discredito globale dal quale poco o nulla sembra salvarsi in questo paese, e questo ha, purtroppo, le sue sante ragioni.

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