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Diario inglese 3 | Il teatro e la musica

di Enrico Bettinello
La delegazione di invitati del British Council (coccolata con discrezione e calore dai gentilissimi Cathy Graham e Paul Parkinson) incomincia a socializzare e incontro personaggi molto interessanti, da Odd Sneggen (che dirigerà un interessante festival il prossimo maggio nel Nord della Svezia, quando non tramonta mai il sole…) al clarinettista egiziano Sharif El Razzaz, passando per il responsabile musicale della Pro-Helvetia, Andri Hardmeier e molti altri con cui ci si scambia opinioni, progetti e biglietti da visita con un’intensità pari a quella con cui i ragazzini si scambiano le carte del Magic.

Dicevamo ieri della necessità di ridefinizione di forme, senso e spazi: una riflessione che emerge già nella musica strumentale, ma che si fa ancora più urgente e evidente nell’ambito del teatro musicale e dintorni. Non è forse un caso che la giovane e interessantissima compositrice Claudia Molitor inviti gli spettatori a una visione intima (massimo venti persone ammesse per volta) della sua "opera da scrittoio" "Remember Me", attraverso cui Didone e Euridice, ma anche Cenerentola, vengono evocate da gesti, video, sussurri e piccoli oggetti che escono dai cassetti di un vecchio scrittoio. È un lavoro non privo di qualche ingenuità drammaturgica (sorprende spesso come il mondo della musica ignori bellamente i migliori esiti del teatro performativo di questi anni) e che potrebbe osare di più nel coinvolgimento emotivo dello spettatore, ma che ha il pregio di iniziare a accorciare le distanze tra gli immaginari.

È comunque un lavoro che ha molte potenzialità per migliorare e acquisire maggior efficacia, mentre sono sembrati veramente tremendi i due "monodrammi" di autori finlandesi visti al Lawrence Batley Theatre: vecchi nell’impostazione, poveri nella drammaturgia, angoscianti nell’ostinata pervicacia a scrivere parti vocali che tutto evocano tranne il canto, sollevano in quasi tutti i presenti la domanda "ma chi dovrebbe essere il pubblico destinatario di una simile mancanza di senso"?

Perché una riflessione sul pubblico va fatta: quello di Huddersfield è numeroso e attentissimo, non proprio giovanissimo e comunque ci si muove sempre in un ambito "protetto" come quello di un Festival. Ma il resto del mondo sembra rimanere un po’ fuori e non abbiamo l’impressione che i ritrovati lavori per piano solo di Jean Barraqué (nonostante il fenomenale sforzo esecutivo di Nicholas Hodges) o i nuovi lavori per clarinetto presentati dalla bravissima Heather Roche abbiano il respiro per potere uscire, anche solo un po’, da un circuito di studiosi (nel primo caso) o di appassionati il cui ricambio generazionale suona piuttosto complesso.

Che poi il rovescio della medaglia è che diventino più "popolari" progetti come quello presentato dal sassofonista John Surman (ah, che lontani i suoi tempi gloriosi!), con organo, pianoforte e un massiccio coro maschile (prevalentemente di vecchiotti poco ardimentosi), davvero kitsch nel suo tentativo di unire il popolaresco e il colto, la suadenza della sua militanza Ecm e il clima da pub di alcuni temi.

Decisamente meglio il lavoro della Oslo Sinfonietta, specialmente quella Black Box Music architettata dal danese Simon Steen-Andersen in cui una cartoonesca partitura prevalentemente percussiva trova nelle mani di un percussionista/direttore (celate in una scatola nera interattiva ripresa in tempo reale e restituita su un grande schermo) il solista istrionico e sovvertitore della ritualità. Bellissimo.


Blackbox

Sapienza di scrittura, ma non troppo coraggio da nomi comunque interessanti come Rebecca Saunders, Rolf Wallin, il non più giovanissimo Hans Abrahamsen o ancora la Molitor e la Ratkje, tutto reso scintillante da complessi come l’onnipresente quartetto Arditti, il Cikada Ensemble o L’Ensemble Resonanz.

Finale di weekend in emozionante crescendo dapprima con la mirabile "classicità" della Vigilia di Rihm (già ascoltata alla Biennale qualche anno fa), poi con un bel programma che il Crash Ensemble ha dedicato a tre "American Originals" come Arnold Dreyblatt, Nico Muhly e soprattutto Glenn Branca, la cui "Thought" trasferisce al piccolo organico orchestrale la tagliente veemenza delle sue incursioni chitarristiche.

Rompere le convenzioni, fare superare al lessico i confini della condivisione emozionale prima ancora che quelli degli stessi elementi sonori (anche perché l’uso in molte nuove composizioni di tecniche non convenzionali già ampiamente esplorate suona spesso più vecchio di altri elementi): questa tre giorni a Huddersfield ci dà l’impressione che ci si stia comunque muovendo verso direzioni molto stimolanti – e mi spiace molto di non potere restare per il resto del Festival, specialmente per ascoltare musicisti come John Butcher, Rhodri Davies, un altro lavoro della Ratkje per coro e sei musicisti noise, e ancora la sfinente meraviglia di "For Philip Guston" di Feldman, Paul Lovens, Philip Corner e molto altro.

È però per me tempo di tornare, salutato da un’alba dai colori irreali mentre vado verso la stazione, stanco ma davvero felice di questa full immersion condivisiva e mai scontata. Di molte di queste cose riparleremo presto…




Per saperne di più: www.hcmf.co.uk
21 novembre, 2012 - 16:33
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