Una silenziosa oscurità

Il convincente ritorno dei viennesi Radian

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Radian On Dark Silent Off
Thrill Jockey

Riaffiora dopo un silenzio durato sette anni (se non consideriamo l’estemporaneo lavoro realizzato insieme allo statunitense Howe Gelb nel 2014) una tra le band più stuzzicanti della scena avant-rock europea. E lo fa ribadendo la propria natura programmaticamente concettuale: il nuovo album dichiara in maniera esplicita quale fonte d’ispirazione l’astrattismo minimalista dell’artista newyorkese Ad Reinhardt e prende titolo da un brano concepito in origine per sonorizzare il montaggio a collage su pellicola in bianco e nero Outer Space del filmmaker austriaco Peter Tscherkassky.

Siamo dunque in un’area musicale protesa verso orizzonti non ancora esplorati, entro cui i Radian si muovono conciliando libera improvvisazione e rigore matematico. Esempio efficace del metodo creativo praticato dal trio è l’episodio d’apertura, “Pickup Pickout”, dove il minaccioso incipit rumorista sfocia in un’ambientazione prossima ai confini del jazz sperimentale. Habitat, quest’ultimo, dal quale proviene lo svedese Mats Gustafsson: indiretto protagonista in “Blue Noise, Black Lake” con il diteggiare sui cuscinetti del sassofono. Le fonti cui il gruppo attinge per dare forma al nucleo delle composizioni sono in genere minime particelle di suono, ingigantite come fossero osservate al microscopio. Sulla carta tale procedimento potrebbe far pensare a un’espressività algida: ad animarla, viceversa, è l’approccio agli strumenti di Martin Brandlmayr (batterista fenomenale), John Norman (bassista dal timbro abissale) e Martin Siewert (ingegnoso chitarrista subentrato al fondatore Stefan Németh, altresì deputato a manovrare le apparecchiature elettroniche).

Ne è dimostrazione eloquente, in chiusura, “Rusty Machines, Dusty Carpets”: su un intelaiatura iniziale a base di echi e riverberi s’innestano sviluppi che riecheggiano l’attitudine “progressiva” dei Tortoise (effetto analogo a quello suscitato dall’enigmatico “Recreate Love Objects”). In altri tempi lo avremmo chiamato perciò “post rock”, facendo tuttavia torto alla complessità stilistica della formazione viennese.

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