Un peccato molto originale

Il nuovo lavoro dell’australiano Oren Ambarchi: tra minimalismo elettronico e jazz futurista

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Oren Ambarchi Hubris Edition Mego

Dovessimo interpretare con pignoleria filologica il titolo dell’album, ci toccherebbe indagare sul “peccato originale” da cui discende la sventura odierna. Applicando viceversa un simile rapporto di causa ed effetto all’opera in sé e al suo autore, potremmo immaginare che Hubris sia in qualche modo conseguenza dei trascorsi da jazzista “libero” che segnarono gli esordi del compositore e polistrumentista australiano, all’epoca – e parliamo dei tardi anni Ottanta – batterista.

L’enfasi percussiva nella terza e ultima parte della suite omonima, che esaurisce il disco nell’arco di 40 minuti e 16 secondi, sembrerebbe confermare tale interpretazione. Lì convergono le energie di alcuni tra i collaboratori impegnati nell’impresa, in particolare il geniale chitarrista Arto Lindsay e il dj e produttore techno Ricardo Villalobos (altresì responsabile di una "Variation" del tema tipicamente minimalista, edita in vinile 12 pollici), contribuendo a generare musica situata all’estrema frontiera avveniristica del jazz, appunto.

Il primo movimento, che occupa una metà abbondante dello sviluppo complessivo e ne costituisce l’apice, si snoda invece in un crescendo elettronico contagiosamente ipnotico su cadenze che ricordano tanto la cosiddetta motorik dei kraut rockers Neu! quanto le impercettibili progressioni proprie di certe partiture di Steve Reich, con un sinistro bordone di fondo e fiati sintetici da "Quarto Mondo" (direbbero Brian Eno e Jon Hassell), che conferiscono all’insieme un tono al tempo stesso esotico e minaccioso.

In funzione di raccordo tra le due sezioni principali sta infine un breve interludio basato su un semplice arpeggio di corde. In un certo senso imparentato con i precedenti Sagittarian Domain (2012) e Quixotism (2014), Hubris tende però a distanziarsene elevando il livello dell’amalgama fra i vari elementi costitutivi del patrimonio creativo accumulato da Ambarchi in tre decenni di attività sul fronte dell’avant-garde.

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