Siria, la musica in tempo di guerra

Intervista con Missak Baghboudarian, direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Siriana, nel XXV anniversario dalla fondazione

Orchestra di Damasco, Siria
Articolo
classica

L’Orchestra Sinfonica Nazionale Siriana compie venticinque anni di ininterrotta attività, che ha celebrato con un concerto alla Damascus Opera House il 15 gennaio scorso. Abbiamo intervistato il direttore Missak Baghboudarian.

Dal balcone del mio hotel si ode distintamente il rimbombare cupo dell’artiglieria, che dopo due anni di relativa calma è tornata a farsi sentire a Damasco. «Sono i russi – mi dicono – in risposta ai colpi di mortaio lanciati due giorni fa dai ribelli su Bab Tuma, che hanno fatto dei morti». Bab Tuma è un quartiere del centro storico con molti ristoranti elegantissimi, realizzati all’interno di antiche case. Ignaro di recarmi in una zona sotto tiro, io c’ero andato la sera dopo l’attacco, e i ristoranti erano pieni, così come normalmente affollatissimi erano i suk e le strade. Come pieno avrei trovato il Teatro dell’Opera, esaurito in ogni ordine di posti, che sono millecentotrentacinque. Piuttosto mi sarebbe parso normale il contrario, ovvero trovare strade deserte e ristoranti chiusi, per non parlare del teatro.

«Il comportamento delle persone e la funzione della musica in tempo di guerra: ecco una buona domanda da fare a Missak Baghboudarian, il direttore stabile dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Siriana».

Il comportamento delle persone e la funzione della musica in tempo di guerra: ecco una buona domanda da fare a Missak Baghboudarian, il direttore stabile dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Siriana, che mi aspetta nel suo ufficio in conservatorio – più un camerino, vista la grandezza – dove insegna direzione d’orchestra e analisi musicale. Qui gli impieghi pubblici sono cumulabili, e si capisce anche perché: un professore d’orchestra, che prima della guerra guadagnava il corrispettivo di 500 dollari, ora guadagna 40.000 lire siriane, che adesso ne valgono tra gli 80 e i 90. Invece come insegnante di conservatorio la paga è di 600 lire siriane all’ora: cioè un euro. Si può fare il raffronto col costo della vita sulla base di alcuni indicatori casuali: le lezioni private costano dalle 3.500 alle 6.000 lire all’ora, mentre per quelle in conservatorio gli allievi pagano il corrispettivo di due dollari a semestre; un chilo di carne costa 5.000 lire (8.000 se di agnello), una lattina di coca-cola 250 lire, il biglietto del cinema 2.500 lire, il biglietto per i concerti all’Opera House dalle 500 alle 1.000 lire.

Missak Baghboudarian, direttore orchestra di Damasco, Siria
Missak Baghboudarian, direttore dell'orchestra di Damasco

Il maestro Missak Baghboudarian, 45 anni, è siriano di origine armena, quindi con un doppio passaporto che gli consente una certa libertà di movimento. Parla perfettamente italiano, perché ha studiato al Conservatorio di Firenze e a Milano con Julius Kalmar. Per questo ha molti contatti e dirige spesso in Italia (prossimamente, il 13 febbraio al teatro Diego Fabbri di Forlì all’interno della stagione organizzata dall’Orchestra Maderna). Siccome in Siria il direttore viene eletto dall’orchestra, di cui diventa anche il manager, Missak si è recentemente iscritto al corso in Performing Arts Management dell’Accademia della Scala.

Come dicevo, volevo iniziare l’intervista con una domanda intelligente, e invece – programma del concerto alla mano e memore dei rimbombi dell’artiglieria – rompo il ghiaccio con una stupidata:

Ho visto che fate 1812 di Čajkovskij: certo che a voi i cannoni non mancano!

«Il concerto di questa sera è un omaggio alla storia dell’orchestra e ai suoi musicisti in occasione del venticinquesimo anniversario della sua fondazione, a incominciare dal maestro Solhi Alwadi che l’ha fondata nel 1993: dei video ripercorreranno questa storia, inframezzati ai brani musicali».

«Prima della guerra la musica era vissuta come un semplice momento di intrattenimento per il pubblico e di lavoro per noi, ma con la guerra abbiamo capito di quanto la musica fosse necessaria».

«Le musiche sono state estratte da programmi significativi del nostro repertorio: l’ouverture 1812 era stata eseguita nel 2004 per l’inaugurazione della Damascus Opera House, allora con cannoni registrati, oggi con la grancassa».

La boutade mi dà però l’occasione di parlare dell’esperienza dell’orchestra e del suo pubblico durante la guerra.

«Prima della guerra la musica era vissuta come un semplice momento di intrattenimento per il pubblico e di lavoro per noi, ma con la guerra abbiamo capito di quanto la musica fosse necessaria. Data la situazione, avevamo pensato di diminuire il numero dei concerti, ma subito la gente ce ne ha chiesto conto e abbiamo ripreso l’attività normale, scegliendo però un repertorio più drammatico che esprimesse lo stato d’animo dei musicisti e della società, ma che riflettesse anche la speranza nel futuro: non potevamo più proporre i valzer di Strauss o altri brani leggeri. Per esempio, abbiamo eseguito i Kindertotenlieder di Mahler, la Terza e la Quinta di Beethoven».

E la gente veniva ai concerti?

«Nel gennaio del 2015 la città era sotto il fuoco costante dei colpi di mortaio. Il giorno del concerto dicono i giornali che ne fossero caduti centocinquanta. E in teatro c’era il pubblico ad aspettarci. Se delle persone, a rischio della propria vita, escono di casa per sentire il concerto per violino di Sibelius e pagano pure, questa per me è la prova che la musica svolge una funzione sociale più importante di quella che si tende ad immaginare. Non posso dimenticare la gratitudine della gente della martoriata Homs, che ci implorava di tornare al più presto dopo il nostro concerto del 2016. Per questo cerchiamo di organizzare concerti anche fuori Damasco: molto significativo per noi è stato il concerto a Palmira dopo la liberazione nel maggio 2016, per suonare proprio sul palcoscenico che mesi prima era stato la scena di un massacro di soldati siriani da parte del ISIS. Con il nostro concerto invece l’antico teatro romano riapriva alla civiltà, alla cultura, all’arte, alla vita».

«Nel gennaio del 2015 la città era sotto il fuoco costante dei colpi di mortaio. Il giorno del concerto dicono i giornali che ne fossero caduti centocinquanta. E in teatro c’era il pubblico ad aspettarci».

«E il prossimo 17 marzo di quest’anno saremo ad Aleppo, su invito del Terra Sancta Organ Festival – l’unico festival internazionale attivo in Siria con la guerra in corso – per un concerto in occasione dell’ottavo centenario dell’arrivo dei Francescani in Medio Oriente».

Voi siete un’orchestra statale: non hai mai ricevuto provocazioni da parte di chi vi considera “orchestra del regime”?

«Purtroppo sono stato attaccato molto, non solo all’estero ma anche da amici siriani, sia su Facebook che per e-mail. Ho ricevuto insulti perché – a loro dire – stavo “pulendo l’immagine di un dittatore e di un regime”. Costoro non capiscono la differenza tra fare musica per missione e fare musica per propaganda. La musica è il nostro lavoro: attraverso la musica noi contribuiamo ad accrescere la qualità della vita della nostra società, a maggior ragione in questi tempi difficili e a prescindere da qualsiasi considerazione politica. E ci attiviamo non solo con i concerti: abbiamo svolto attività sociali, al posto dei biglietti abbiamo chiesto agli spettatori di portarci vestiti e indumenti, che poi abbiamo consegnato ai centri di accoglienza dove vivevano le famiglie che hanno dovuto lasciare le loro case a causa della guerra. Abbiamo invitato i bambini alle prove e gli abbiamo fatto suonare i nostri strumenti. Io faccio parte di un progetto del Comune di Damasco per recuperare i bambini dagli effetti negativi della guerra su di loro, anche attraverso la musica».

In Italia hai mai avuto problemi?

«Personalmente no. E nemmeno in Europa. Solo nel 2012 a Londra, durante una conferenza sulla musica in Siria all’interno di un convegno, un signore mi chiese quale fosse la mia posizione nei confronti del partito Ba’th al governo. Gli risposi che la mie personali opinioni politiche non erano oggetto della conferenza,ma che gli avrei risposto in separata sede».

E che cosa gli hai risposto?

«Semplicemente che io sono il direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Siriana e ho fatto carriera in Siria senza essere iscritto al partito Ba’th».

Durante la guerra avete avuto defezioni da parte di orchestrali che sono fuggiti all’estero come profughi?

«Purtroppo diversi nostri colleghi sono partiti per l’estero e in orchestra abbiamo avuto defezioni soprattutto negli archi: venti violini, sei o sette celli. Ma non sono fuggiti, sono partiti: a Damasco non c’era un alto rischio, come in altre zone del paese. Hanno approfittato delle occasioni che venivano offerte dai paesi che offrivano asilo per scopi umanitari. Pochissimi infatti hanno chiesto asilo politico. Alcuni giovani invece sono scappati per evitare il servizio militare, ma la maggioranza era alla ricerca di una nuova vita e di nuovi orizzonti per loro e per le loro famiglie. Questo però ha messo ha messo noi che restavamo di fronte a una nuova sfida: come continuare? Allora abbiamo chiamato degli allievi del conservatorio per completare il nostro organico: i giovani avevano così l’opportunità di fare un’ esperienza effettiva nel mondo lavorativo e per tutti la musica continuava».

«Purtroppo sono stato attaccato molto. Ho ricevuto insulti perché secondo molti stavo “pulendo l’immagine di un dittatore e di un regime”. Costoro non capiscono la differenza tra fare musica per missione e fare musica per propaganda».

Quattro righe di recensione del concerto: la serata è iniziata con un video che ripercorreva la storia dell’orchestra. Poi, mentre sullo schermo veniva proiettata l’immagine del direttore-fondatore Solhi Alwadi (1934-2007) che nel 1993 saliva sul podio per dare il primo attacco alla neonata orchestra, Missak Baghboudarian dava lo stesso attacco in sincrono col video sullo stesso brano, che era l’Intermezzo da Goyescas di Granados, secondo l’orchestrazione di Alwadi, che comprende anche strumenti tradizionali arabi: interessante segnalare che solista all’oud era lo stesso sovrintendente del teatro Juan Karajoli, mentre alla viola c’era il direttore del conservatorio André Malouli. Oltre alla già citata ouverture 1812 e ad un brano composto da Solhi Alwadi, il programma conteneva l’ouverture dell’Egmont di Beethoven e il valzer dallo Schiaccianoci di Čajkovskij, durante il quale un altro video rendeva omaggio agli orchestrali attuali. Nel corso della serata è stato osservato un momento di silenzio per commemorare i morti della guerra, sono stati dati alcuni riconoscimenti ed è stato eseguito l’inno nazionale con tanto di bandiera, che per l’occasione era enorme ed occupava tutto il boccascena.

Purtroppo il video del concerto non è ancora disponibile; ma per farvi un’idea recente dell’ambiente (molto diverso dalle immagini attualmente circolanti sulla Siria) e dell’orchestra, vi segnalo un bel video reperibile sul canale You Tube del Terra Sancta Organ Festival, eseguito il 9 febbraio 2017 alla Damascus Opera House, con Eugenio Maria Fagiani all’organo.

Intervista realizzata presso l’Higher Institute of Music di Damasco il 15 gennaio 2018.

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