Rompere la canzone d'autore

Iosonouncane arriva - dopo cinque anni - all'atteso secondo disco

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Riassunto delle puntate precedenti: sono passati cinque anni dall'uscita di La macarena su Roma, il disco con cui Iosonouncane (alias Jacopo Incani - in quel momento il moniker cinofilo era, pare, piuttosto di moda) debuttava sulla scena della canzone italiana. Quel cd, marchiato Trovarobato (di per sé una garanzia, per quanti si interessano delle vie di fuga possibili della canzone italiana), non esplose immediatamente. Poi, poco a poco, grazie ad una fitta attività dal vivo e ad alcuni momenti "di rottura" - un memorabile live al Premio Tenco che chi c'era ricorda in maniera molto chiara, una partecipazione al Dottor Djembé su Radio3, il premio Fuori dal Mucchio... - quella piccola produzione si è fatta strada fino ad essere riconosciuta fra le più importanti in Italia nel campo della canzone d'autore dell'ultimo decennio.



Al di là della qualità di scrittura, dell'ironia graffiante di molti brani, della capacità di riprendere una certa idea di "impegno" sul modello della canzone d'autore anni Settanta senza mai scadere nel populismo, era chiaro da subito che il punto di forza del progetto erano i live. Una sorta di versione 2.0 del cantautore "classico", in cui Jacopo si presentava sul palco da solo, alternando brani alla chitarra con brani elettronici costruiti con campioni vocali, loop, suoni sintetici. Un concerto economico, in ogni senso: Iosonouncane si è sempre mosso in treno, con chitarra e valigia degli effetti. Un concerto adatto ai tempi di oggi, in ogni senso.

Dunque, il secondo album era piuttosto atteso. DIE (che esce sempre per Trovarobato) non delude le aspettative, e - anzi - lascia spiazzati. Non è un disco di canzoni ma una suite, un concept che dilata in sei episodi un momento e un rapporto fra un uomo e una donna. Ha spiegato l'autore: «il giorno è alto sulle rive e un uomo in mezzo al mare teme di morire. Nello stesso istante una donna guarda dalla terra ferma gli ultimi scoppi di burrasca al largo vivendo il terrore di non rivederlo mai più. DIE è il racconto dei loro pensieri in una manciata di secondi».
È un disco di canzone d'autore? Sì, ma non solo. I testi - asciutti, scarni - rimangono spesso in secondo piano, missati all'indietro e sopraffatti dal suono. Elettronica "povera", beat, cori (anche "a tenore", in richiamo alle origini sarde di Iosonouncane) non sono un vestito per le canzoni ma una componente narrativa potente, e che si prende tutto lo spazio che le serve. Quasi un rifiuto delle aspettative evocate dalla figura del cantautore - ma la forza e il coraggio di rompere i cliché è l'unico modo in cui evolversi artisticamente oltre il già detto. Cosa che a DIE riesce benissimo.



Abbiamo rivolto a Iosonouncane qualche domanda.

Prima domanda di rito: ti avevamo lasciato a un singolo un paio d'anni fa, e all'onda lunga delle moltissime date di La macarena su Roma. Cosa è successo nel frattempo?
«Nell'ottobre 2012, dopo un'infinità di concerti, ho deciso di fermarmi, tornare a casa e riprendere in mano il materiale appuntato nell'anno precedente. Ho individuato i brani che sarebbero finiti su DIE fra i tanti appuntati e ho scritto quelli che mancavano per completare l'architettura globale che fin dal primo momento ho avuto. Parallelamente ho steso gli arrangiamenti, arrivando ad avere fin troppo materiale. Così, nel gennaio 2013, sono entrato al Vacuum Studio per lavorare con Bruno Germano, e con lui registrare nuovamente un grossa parte di strumenti e fare un lavoro di cernita fino ad arrivare al missaggio del disco. Nell'arco di questi tre anni ho ovviamente lavorato ai testi, quotidianamente, per i primi due anni circa raccogliendo appunti su appunti e successivamente sintetizzandoli fino alla forma finale».

DIE suona "strano" nel contesto italiano, almeno per un disco di "canzone d'autore" (alla quale tu sei sempre stato accostato). È molto suonato, è una suite, la voce è spesso missata molto indietro... è una scelta voluta, quella di distaccarsi da quel modello di cantautore? Che rapporto hai con il modello della "canzone d'autore", e con quel mondo?
«La canzone d'autore è per me un riferimento fra tanti. Col primo disco quell'influenza è emersa maggiormente, forse perché i testi erano più lunghi e narrativi, forse perché il suono globale del disco dava particolare risalto alla voce».

Ti vorrei invece chiedere a chi hai guardato in quanto a modelli di suono, di lavoro sull'elettronica e sui campioni, alla composizione del tutto...
«È difficile rispondere a questa domanda perché c'è stato poco d'intenzionale, in questo senso, durante la lavorazione del disco. Per quanto riguarda la campionatura posso dirti che il lavoro di Focus Group (in particolare quello fatto per il disco con i Broadcast) o quello di EL-P sono sicuramente sono due riferimenti importanti».



Mi dici qualcosa sulle collaborazioni, e in particolare su quella con la chitarra sarda preparata di Paolo Angeli? Come avete lavorato con i musicisti?
«La stragrande maggioranza delle persone che hanno suonato in DIE sono amici di vecchissima data, musicisti non per mestiere ma per sensibilità. Paolo Angeli è un musicista che adoro, ci siamo conosciuti nell'estate del 2013 quando, con alcuni amici, organizzammo un suo concerto. Nei mesi successivi ci siamo sentiti via mail, fino a quando Paolo non mi ha proposto di fare qualcosa insieme. Gli ho mandato la base dell'ultima parte di "BUIO", gli ho chiesto di improvvisare sul lungo sostenuto finale dandogli pochissime indicazioni. Lui ha risposto con una meravigliosa sequenza di dieci minuti circa dalla quale ho estrapolato i minuti iniziali. Ho trattato il suo materiale facendolo passare dai miei campionatori, ho cambiato le carte modificando l'armonia di impianto, e l'ho fatto virtualmente duettare con un coro a tenore sardo».

Il tour di La macarena su Roma era un capolavoro di DIY, con te da solo sul palco con chitarra e campionatori. Come porterai in giro questo DIE?
«Sarò da solo sul palco ma con un set allargato rispetto a quello del tour precedente. Alla regia dei suoni ci sarà Bruno Germano».

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