Ortodossia ed esistenzialismo

Un'intervista a Massimo Zamboni, a trent'anni dai CCCP, e a venti dai CSI

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Settembre 1983. Un volo di linea coreano viene abbattuto - scambiato per un aereo spia statunitense - per ordine dell'allora segretario del Partito Comunista Jurij Andropov. "Spara Jurij", cantano i CCCP.

Fedeli alla linea "anche quando non c'è", filosovietici dalla provincia più filosovietica dell'Impero Americano - l'Emilia rossa - i CCCP di Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti ridisegnavano, in quell'inizio di anni Ottanta, le storie e le geografie del rock italiano. Anzi, del "Nuovo Rock Italiano", come si prese a chiamarlo: una "rivoluzione copernicana", nelle parole del critico Alberto Campo, dove Reggio Emilia, periferia di Berlino, poteva diventare il centro del mondo: «In realtà, noi siamo al centro del mondo come chiunque altro, perché il centro del mondo non esiste più, se non nella testa della gente», rispondevano allora gli interessati. Una svolta mentale, prima che musicale, non da poco.

Salto di dieci anni, settembre 1993 - vent'anni fa. Sono finiti gli anni Ottanta, è finito l'URSS, finiscono i CCCP. «Per quel che riguarda noi - spiega oggi Zamboni - fu inevitabile. Alla fine del secondo piano quinquennale, come ogni regime sovietico che si rispetti, era giusto implodere. Fortunatamente si è liberata la possibilità di andare avanti in maniera molto forte, e imprevedibile...». «Era arrivata la musica», spiegò qualche tempo dopo Ferretti. Il centro del mondo ora è in Bretagna, dove il Consorzio Suonatori Indipendenti (CSI, acronimo ora post-sovietico) si inventa ex novo registrando il suo primo album, Ko de mondo. Arrivano nuovi musicisti, si apre un ciclo che procederà per tutto il decennio attraverso album memorabili, fino ad una rottura umana, prima che artistica, e alla dispersione: Zamboni da solo, gli altri sotto la sigla PGR- Per Grazia Ricevuta.

Poi, ancora un'altra fine, e vari percorsi personali.
«Per quel che mi riguarda - racconta Massimo Zamboni - c'è stata una lunga stagione solitaria che ho raccolto in un libro, Prove tecniche di resurrezione, e in una raccolta che si chiama Canto l'isolamento: queste sono le parole con cui mi sono trovato a convivere per una decina d'anni. Poi l'incontro con Angela [Baraldi], e con Nada, e con tanti altri, mi ha allentato queste morse e sento la possibilità di un continuare molto più collettivo. Mi consegno a questa collettività abbastanza fiducioso, per i prossimi anni». In particolare, il rapporto con Angela Baraldi ha dato vita, un paio di mesi fa, ad un disco cointestato di inediti, Un'infinita compressione precede lo scoppio (Upr), seguito ideale di Solo una terapia: dai CCCP all'estinzione, dell'anno scorso, che riprendeva con la voce femminile e teatrale della cantante proprio il vecchio repertorio. Il primo segno di un nuovo ciclo?
Negli ultimi mesi - anche indipendentemente dal doppio anniversario che qui celebriamo - le canzoni di CCCP e CSI stanno tornando, se mai se ne erano andate. Un progetto di MusicRaiser ha finanziato la ristampa integrale, in vinile, di tutti i dischi dei CSI. Zamboni ha aperto il suo tour estivo di "Trent'anni di Ortodossia", sempre con Angela Baraldi alla voce, anche ad alcuni dei soci storici: il bassista Gianni Maroccolo, il tastierista Francesco Magnelli, e il chitarrista Giorgio Canali. «Avevamo pensato di terminare l'anno scorso - spiega Zamboni - e poi non ci siamo riusciti: è anche bello cedere a quello che succede, viste le richieste e il gradimento... La vox populi aveva ragione, più di me che ero un po' restio».

Come vi siete trovati a suonare di nuovo insieme?
«Ci siamo in realtà ritrovati per musicare Il fantasma dell'opera, che stiamo portando in giro [sarà anche a MITO Torino il 13 settembre], ed è cresciuta un'idea di "perché no?" - nessuno è riuscito ad opporre un motivo valido per non farlo. Pian piano ci stiamo concedendo quello che ci siamo proibiti per anni, e che era anche necessario che ognuno di noi macinasse per conto suo. Perché non ci guardiamo a vicenda, non ci osserviamo, non proviamo a fare le cose assieme?».

Che tipo di pubblico viene a sentire, oggi, le canzoni di CCCP e CSI?
«Sono canzoni che coprono un arco di età molto vario, che va dai ragazzini molto giovani - anche bambini a volte - a persone molto adulte, quelli che quando abbiamo composto "Emilia paranoica" avevano una quarantina d'anni, e ora ne hanno settanta. Li vedi sotto il palco che urlano ancora "Due tre quattro plegine!"... [versi da "Emilia paranoica", 1985]. Cose che magari si vergognerebbero di dire in altre occasioni...»

Siamo nel momento delle "reunion": si è parlato di retromania, dell'incapacità della musica di oggi di entusiasmare, di essere presente... Che senso ha per te questa operazione?
«La nostalgia di per sé non spiegherebbe nulla. Vanno cercati altri valori. Il pubblico ha bisogno di un conforto in questo momento, perché viviamo in un Paese allo sfacelo. Io non mai vissuto così male come nell'Italia degli ultimi anni, e non credo di esser l'unico. Si ha bisogno di vedere persone che ci sembrano simili, di non essere soli, di trovare piccoli segnali di collettività che ci leghino agli altri, anche intorno a cose sciocche come una canzone. E molte volte è più facile trovarli in percorsi noti. È una voglia che in fin dei conti trovo molto giusta, molto umana».

Le canzoni dei CCCP erano davvero "qui ed ora"... Che senso ha cantarle oggi? Si può urlare "spara Jurij spara!" nel 2013?
«Spesso non sentiamo le parole, non le capiamo, come con le canzoni in inglese: capiamo un'inflessione della voce, il suono delle chitarre, capiamo il mondo che ci vogliono raccontare. E tante volte la verità vera di una canzone, quello che ci vuole veramente raccontare, non è data dalla somma delle parole, ma da tutte queste intenzioni nascoste che arrivano all'ascoltatore. Quell'urlare "spara", oggi, vuol dire "sono stanco di vivere in un Paese che mi offende", "sono stanco di non trovare lavoro", "sono stanco di stare male", sono stanco di tutto questo. Ho bisogno di fare questo urlo, che magari significa tutt'altro. È un'espressione molto umana del nostro essere. Ai tempi noi eravamo molto seri, per nulla giocosi, quando portavamo in giro queste canzoni. Oggi lo siamo di più: ma paradossalmente sembra che la situazione del Paese si sia sviluppata in situazione opposta. Quello che allora era un atteggiamento anche intellettuale, è diventata situazione reale per tanti, e dobbiamo ancora convivere con questi testi. Gli anni Ottanta sono interpretati come rigonfi di promesse fondate sul niente, su modelli di arricchimento che non avevano senso. Credo che in quegli anni sia cominciato l'incupimento in cui viviamo adesso, sostanzialmente».

Il passaggio dagli Ottanta ai Novanta, da CCCP a CSI, fu anche una convergenza verso la canzone, verso un modo diverso di fare rock... più "d'autore".
«Vero al cento per cento. Tutta la generazione dei cantautori precedenti - ma anche quella contemporanea, per certi versi - a mio gusto è inascoltabile: così grande cura dei testi, e così poca attenzione musicale. Credo che i CSI siano stati tra i primi a poter coniugare i due aspetti: testi di straordinario spessore, e una musica che esprimeva la stessa cosa che esprimevano i testi. Se togli il testo alla maggior parte dei brani dei CSI, la musica dice la stessa cosa, con la stessa forza. Noi siamo rimasti affascinati dal punk tedesco non solo perché le parole erano in tedesco - ed era già prendere cognizione del proprio esistere, del dove si è: noi eravamo abituati al punk angloamericano... - ma perché anche gli strumenti cantavano in tedesco! Avevano cognizione della loro storia. Allo stesso modo, i pezzi dei CSI sanno parlare di Jugoslavia, di Mongolia, delle grandi tragedie degli anni Novanta... Basta chiudere gli occhi per rendersi conto che la musica dice esattamente quello».

Dovendo scegliere una "etichetta" per definire la tua musica, oggi?
«Io ne ho confezionata una adatta a me: "esistenzialismo elettrico", credo si possa chiamare. Prima c'era anche "punk d'autore", ma io mi identifico meglio con dei colori che non con dei suoni, visto che quello che faccio di solito è colorato con delle sfumature che vanno dal grigio, al viola, al blu notte, al nero scuro. Non perché io sia così nella vita - perché per la metà del mio tempo faccio il contadino, attività che prevede ben altri colori - ma se devo dare qualcosa agli altri - e comporre vuol dire dare qualcosa agli altri - voglio metterli di fronte ad uno scenario che non sia né rassicurante né sollevante, né leggero. Mi sembra di dare il meglio quando esco da questi termini e vado in questo blu notte, che spero faccia riflettere, e trovare delle essenze comuni, molto più della sola voglia di ballare. Non avendo nessuna capacità tecnica non ho nessun divertimento nel suonar la chitarra e nel cantare, è molta più la fatica, lo scontro con lo strumento che non la voglia di utilizzarla».

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