Nuove avventure yiddish

Gabriele Coen e il suo secondo disco per la Tzadik di John Zorn: «La sfida è proporre una nuova musica ebraica»

Articolo
jazz

Gabriele Coen
Yiddish Melodies in Jazz
Tzadik

È dai tempi dei Klezroym che Gabriele Coen è tra i musicisti più rappresentativi della scena new klezmer italiana. Nel 2010 il primo disco del suo quintetto Jewish Experience (con Pietro Lussu al pianoforte, lo svedese Lutte Berg alla chitarra, il contrabbasso di Marco Loddo e la batteria di Luca Caponi), Awakening, è uscito nella collana Radical Jewish Culture dell'etichetta Tzadik di John Zorn, cosa che suona un po' come una specie di imprimatur nel mondo del jazz di ricerca. È ora fresco di stampa, sempre per la Tzadik, il nuovo Yiddish Melodies In Jazz, e abbiamo approfittato dell'occasione per incontrare il sassofonista e clarinettista romano, per farci raccontare come sia nato questo disco.

«Dopo un lavoro molto personale ed emotivamente esplosivo come Awakening, che è stato una tappa fondamentale nella mia ricerca musicale, volevo che il mio nuovo disco fosse all'altezza della sfida continua che Zorn lancia a tutti noi, invitandoci a proporre una nuova musica ebraica capace di raccontare il passato e allo stesso tempo di proiettarsi verso il ventunesimo secolo. Ho concepito questo disco come un diario di bordo delle mie avventurose scoperte attraverso le geografie sonore della musica ebraica e del suo incontro con il jazz. Con Yiddish Melodies In Jazz ho voluto infatti raccontare, reinterpretandola e giocando con la cifra stilistica che appartiene al mio gruppo, una parte importante del jazz moderno, il suo debito segreto alla musicalità ebraica annidata nelle sonorità del mainstream americano. In particolare ho studiato e stravolto le versioni di brani di origine ebraica di alcuni grandi solisti, dalla Original Dixieland Jazz Band a Shelly Manne, passando attraverso Ella Fitzgerald, Benny Goodman, Cab Calloway, Billie Holiday e molti altri».

Sebbene si tenda spesso a semplificare e a incasellare i generi, il rapporto tra musica ebraica e jazz è sempre stato molto stretto e fondamentale nello sviluppo stesso del linguaggio afroamericano.
«Esistono dei punti di contatto innegabili tra la musica degli immigrati ebrei e le prime forme di jazz degli afroamericani. Prima di tutto, i musicisti di entrambe le tradizioni provenivano da ambienti socio-economici e culturali dominati dallo strapotere dell'America bianca e protestante. Sul piano più strettamente musicale gli organici strumentali sono accomunati da una massiccia presenza di ottoni su cui domina il solismo del clarinetto. Se gli ebrei portarono a casa gli strumenti che avevano imparato a suonare nelle bande delle armate zariste, i musicisti afroamericani si impossessarono di trombe e tromboni abbandonati dopo la fine della Guerra Civile americana. Lo stesso approccio vocalizzante, l'uso del vibrato e dei glissati, il gusto per la varietà timbrica caratterizzano questi due mondi musicali, più vicini di quanto si possa immaginare. Poi la presenza ebraica nel jazz ha sempre costituito un fil rouge imprescindibile, attraverso l'opera di solisti come Benny Goodman e Artie Shaw, fino a Lee Konitz, Stan Getz, Steve Lacy e Dave Liebman, tutte personalità con un rapporto personale anche difficile con le proprie radici ebraiche».

Sei un attento studioso della musica klezmer e della tradizione culturale ebraica, per questo motivo sono curioso di sapere quali - secondo te - possono essere gli ulteriori sviluppi dell'unione tra quella tradizione e la ricerca contemporanea.
«Ho studiato a lungo questi nessi, che poi ho voluto raccontare nel libro, scritto a quattro mani con Isotta Toso, Musica Errante [Stampa Alternativa, 2009]. Credo che la musica ebraica possa ancora dare molto al linguaggio musicale contemporaneo, sia in ambito jazzistico che "colto". Recuperare un'anima antica e alcune sonorità ancestrali sono operazioni essenziali che possono aiutare la contemporaneità a recuperare la capacità comunicativa che a volte si è persa per strada».

Quali sono stati gli strumentisti che ti hanno più influenzato e quali quelli attivi oggi che ti sembrano più interessanti?
«Il sax soprano è lo strumento che preferisco e che ho maggiormente approfondito. Per suonare una musica di frontiera è senz'altro ineguagliabile, trasformandosi a volte in un oboe classico, altre volte in una ciaramella o in un oboe indiano.Tra i sopranisti che amo e che continuo ad ascoltare ci sonoJohn Coltrane, Wayne Shorter, Dave Liebman, Jan Garbarek, John Surman e Paul McCandless. Solo successivamente ho scoperto il clarinetto e il clarinetto basso, strumenti estremamente versatili con una forte identità sia nel repertorio classico e contemporaneo che nel jazz e nella musica popolare, in particolare est-europea. Qui i miei riferimenti sono Gabriele Mirabassi, Don Byron, ma anche la formidabile Anat Cohen».

Quali sono i tuoi prossimi impegni e progetti?
«Sto pensando contemporaneamente a due nuovi progetti molto diversi: il primo è una libera interpretazione del repertorio di Kurt Weill, andando a pescare in tutta la sua preziosa opera, non solo l'Opera da tre soldi e Mahagonny. Il secondo è un progetto fatto di dieci brani originali scritti da me che ruotano attorno alla mistica ebraica, e alle sonorità che partono dal jazz rock alla Miles Davis... Speriamo non mi rubino l'idea!».

(Articolo pubblicato sul "giornale della musica" 302, aprile 2013)

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