Maisie, le maledette rockstar della canzone italiana

Tornano dopo nove anni i Maisie, con 150 minuti di disco tra De Andrè e Barbara D'Urso: la nostra chiacchierata con Alberto Scotti (e l'ascolto del disco)

Maisie - Maledette Rockstar
Articolo
pop

Atteso, rimandato, annunciato, glorificato, il ritorno dei Maisie è roba da fare impallidire il figliol prodigo! Nove anni nove sono passati dalla pubblicazione di Balera Metropolitana. Ora si scatena sui campi della musica italiana, benefica e necessaria come una pioggia dopo la siccità, la magniloquente tormenta di Maledette Rockstar: doppio disco, 150 minuti di canzoni, un libretto illustrato di oltre 50 pagine, una lista di ospiti e collaboratori davvero sontuosa (sono una settantina, da Bruno Dorella degli Ovo/Ronin a Antonio Gramentieri dei Sacri Cuori, passando per Andrea Tich, Simon Balestrazzi e molti altri) e la paziente produzione di Emiliano Rubbi.

Il disco è una bomba che manda gambe all’aria un bel po’ di luoghi comuni e piccolezze della musica di casa nostra: ironico, eccessivo, teatrale, spesso geniale nei testi, è un lavoro in cui la mancanza di figure autorevoli viene smascherata e messa in scena tra mille tranelli e squarci di miserie quotidiane. Stilisticamente piove nel calderone Maisie ogni genere di ortaggio, dall’urlo post-punk al gorgheggio pop-folk, dalla ostentata gigioneria musical-core alle continue sbandate metrico-melodiche che non fanno mai tirare un sospiro di sollievo (in fondo al pezzo trovate l'ascolto).

Dopo nove anni nove e con tutto questo bendiddio, ci sembrava giusto importunare Alberto Scotti (che con Cinzia La Fauci e tutta la colorata banda Maisie lavora a questo progetto e all’etichetta Snowdonia con indomito e irrealistico ardore) per una poderosa chiacchierata. Eccola!

Maisie - Maledette rockstar
Alberto Scotti e Cinzia La Fauci

Partirei dal nuovo disco, Maledette Rockstar. Sono passati 9 anni dal precedente Balera Metropolitana, cosa avete fatto in questi 9 anni e come sono nate e si sono stratificate le canzoni del disco?

«Abbiamo semplicemente lavorato ogni santo, benedetto giorno. La fase di scrittura è sempre stata semplice, i nostri pezzi nascono di getto, da un’urgenza comunicativa, cerchiamo (vanamente, of course) di combattere le cose che non ci piacciono con le canzoni. Ciò che ci richiede molto tempo è arrangiare. Andiamo per tentativi, buttiamo giù idee, le raffiniamo, aggiungiamo, lasciamo decantare, poi ci torniamo su, modifichiamo, raffiniamo ancora, sottraiamo eccetera... Il mio cervello non può fare a meno di rimuginare costantemente, 24 ore su 24, sulle canzoni dei Maisie. Mi metto a letto  e, invece di pensare alle belle ragazze, penso a cose tipo: “No, là bisogna metterci una chitarra alla Richards, là togliamo il sax e lo sostituiamo con un clarino. Ma chi potrebbe essere il clarinettista giusto? Chi? Chi?”. Stesso procedimento al mixaggio. A Emiliano Rubbi, il nostro produttore, abbiamo fatto vedere i sorci verdi e infatti lui  giustamente ci ha odiati tantissimo. Considera che la stragrande maggioranza dei pezzi sono stati riaperti anche dieci volte dopo che erano stati considerati definitivamente chiusi:  “Emiliano, per favore lo riapri il pezzo? Ho pensato che vorremmo dargli più un suono alla Pacific, gas & Electric”. “Ma ragazzi, l’ho già aperto nove volte”. “Dai Emiliano, per favore, questa volta è davvero l’ultima e poi è una cosa da niente, ci mettiamo mezza giornata”. Quella mezza giornata poi si trasformava, regolarmente, in due settimane minimo.

Nei testi di questo lavoro emerge una forte – e ironica – critica ai modelli di comportamento e di comunicazione di questi anni, denunciando la mancanza di figure di riferimento, le “rockstar” del titolo. Io però vorrei provare a spostare un po’ il fuoco di questa riflessione e mi pare – anche dalla feconda attività social tua, Alberto – che più che la mancanza di figure di riferimento (che oggi sono usa e getta, quotidiane) si senta la mancanza di un artigianato “serio”, un po’ folle e visionario, comunque incardinato in un, per quanto marginale, processo di sostenibilità sociale e economica. Sbaglio?

«Noi viviamo in un eterno presente dove è stata cancellata, forzatamente e violentemente, l’idea di futuro: la parola “futuro” la senti solo in campagna elettorale, in bocca a politici cialtroni. Ciò che dava forza all’arte era l’idea che, essa stessa, potesse entrare a far parte di un processo collettivo di presa di coscienza, finalizzata al cambiamento. L’arte aveva senso quando voleva e pensava di poter cambiare il mondo. Tu dirai: “E allora le tante meravigliose canzoni d’amore? Le grandi commedie? Mica esiste solo l’arte impegnata!”. Ottima obiezione. Il discorso è il medesimo. Vivere in questo eterno presente ti ammazza ogni entusiasmo, ti succhia vitalità. Anche l’amore diventa qualcosa di mediocre, di quotidiano. Si scrive in fretta, sciattamente, solo sul presente, sull’immediato, sapendo perfettamente che ciò che tu crei verrà consumato/bruciato alla velocità della luce. Ogni espressione artistica si è trasformata in passatempo usa e getta: film per far passare la serata, musica per non ascoltare il silenzio mentre ti rechi sul posto di lavoro precario e malpagato che lascerai solo per un altro lavoro precario e malpagato. Perché la vita di oggi questo è: un forsennato, frenetico girare a vuoto su sé stessi, stordendosi di suoni, immagini, notizie per non pensare alla schifezza di realtà in cui sei immerso».

«Vivere in questo eterno presente ti ammazza ogni entusiasmo, ti succhia vitalità. Si scrive in fretta, sciattamente, solo sul presente, sull’immediato, sapendo perfettamente che ciò che tu crei verrà consumato/bruciato alla velocità della luce».

«È da pazzi “perdere” nove anni della propria vita su un disco, con la consapevolezza che sarà ascoltato distrattamente, da pochissime persone, spesso e volentieri con mezzi di fortuna. È da pazzi impazzire per mesi su un certo suono, sapendo che poi la canzone sarà ascoltata, spesso, con casse da 10 euro o cuffiette da 5. La regola è: fare cose velocemente, a cazzo di cane, per un pubblico di fruitori distratti che, al massimo, vogliono essere intrattenuti per un po’. In uno scenario così, nessun artigianato è possibile. Significa solo buttar via tempo e soldi (che non hai). Insomma, come avrebbe detto il buon Mike: “ALLEGRIAAAA!”».

Veniamo al materiale musicale di Maledette Rockstar. Le canzoni hanno un impianto dichiaratamente teatrale e narrativo, una sorta di mondo popolato di personaggi strambi e assurdi, comunissimi e sinceri. Come nascono le canzoni e come avete lavorato con i tantissimi ospiti e collaboratori del disco?

«Come dicevo sopra, le canzoni nascono quasi sempre da un sentimento di rabbia nei confronti della realtà nella quale viviamo o dall’irrefrenabile bisogno di spernacchiare certi personaggi o stili di vita. Oppure, al contrario, da un forte desiderio di omaggiare qualcuno o qualcosa, di manifestare entusiasmo, ammirazione e affetto. Per farti un esempio, “L’atroce vendetta del nanetto PinPing”, una delle canzoni più “violente” del disco, è nata da un impeto di rabbia. successo che una sera, mentre stavo cenando, c’era la tv accesa su Canale 5 e ho visto Barbara D’Urso nel suo Show dei record che abbracciava l’uomo più basso del mondo (il PinPing della canzone) stringendogli il viso, ad altezza tette, trattandolo come fosse un gattino o un peluche. Mi è sembrato un simbolo universale del cinismo dei media, della mancanza di rispetto e sensibilità, un freak show assurdo. La rabbia e il fastidio provati per quella scena, mi sono rimasti dentro. Quando poi, tempo dopo, ho letto la notizia della morte di PingPing , ho preso carta e penna e in 3 minuti è nato il testo. Scrivevo e pensavo: “Mo’ ti aggiusto io, pezzo di stronza!”».

«Veniamo agli ospiti. Il più delle volte funziona così: c’è una canzone da arrangiare e io per giorni cerco di immaginarmela, poi tiro giù una bozza e a quel punto penso “Qua ci vorrebbe un sassofonista con una sensibilità alla Coltrane”. Allora inizio a pensare a qualcuno da contattare. Gli scrivo, gli chiedo: “Ciao, siamo i Maisie, stiamo facendo un nuovo disco, ci piacerebbe molto averti come ospite su un pezzo”. Alle volte diventa un calvario, perché ci si mettono di mezzo i soldi: “Ok, fantastico, quanto mi dai?”. “Ehm, no, c’è un equivoco, è una roba tra amici, budget zero, non abbiamo un soldo, già non sappiamo dove prendere quelli per stampare il disco. Non c’è lucro per noi, solo perdite. Ma tanta passione e gioia”. “Ah, no, mi spiace, io sono un professionista”. “Ok, scusa il disturbo, ciao, grazie lo stesso”. Si va avanti così finché arriva quello gentile e disinteressato che ti risponde: “Wow, dai, facciamolo!”. Questo chiaramente per gli ospiti che non conosciamo e invitiamo ex novo. Poi ci sono i tanti amici che conosciamo da anni e lì è facile: “Aldo, c’è un pezzo che ha assoluto bisogno del tuo inconfondibile tocco country rock”. “Pronto, eccomi, mandatemi tutto”.

Dal punto di vista prosodico, pur essendo voi dei ferventi ammiratori della struttura canzone classica, assistiamo a versi che eccedono la loro naturale (o percepita) ritmicità, quasi che la abituale struttura della canzone italiana venisse sempre deformata, dilatata. Che mi dite di questo?

È verissimo. Giuro di fronte a Dio che, volendo, sono capace di scrivere in metrica. Il punto è che la cosa non mi diverte. Quasi sempre le canzoni nascono “classiche”, metricamente “perfette”, poi però le riascolto e mi scatta l’impulso irresistibile di seviziarle, qualcosa di simile a ciò che succede nella testa di un serial killer che non può fare a meno di uccidere. Così aggiungo parti di testo, aggiungo accordi, le dilato, le rendo adorabili (almeno per me) creature deformi. Sia chiaro, ho il massimo, totale, amore e rispetto per la canzone classica. Passo le giornate ad ascoltarle: semplicemente non mi diverto a farle, non fa per me. Non posso che prenderne atto». 

Tra le figure (dis)sacrate nel disco troviamo Fabrizio de André, che sembra un po’ un intoccabile e che mi pare invece venga villipeso quotidianamente da tributi a spropositi (ultima in ordine di tempo pare questa serie tv con Luca Marinelli) . Qual è il vostro rapporto con De André e con il cantautorato storico di quegli anni?

«Il rapporto è di devozione totale, la canzone italiana per noi è più che una religione. Certamente i cantautori ma anche la musica leggera, spessissimo portatrice di un carico di passione, umanità, grazia, bellezza, genialità di fronte alla quale non ci si può che genuflettere e ringraziare. La canzone che citi nasce dalla rabbia per il modo barbaro, tristissimo, squallido, con il quale la cultura “pop” odierna ci restituisce quell’immenso patrimonio: musealizzato, distorto, edulcorato, privato di forza, di passione, di valenza politica, di carica “eversiva”».

Maisie - maledette rockstar

La presenza di una cover come “Che Fico” di Pippo Franco, mi sembra emblematica: dopotutto, anche se molte persone associano Franco solo al penoso spettacolo del Bagaglino, non possiamo dimenticare dischi bellissimi come Cara Kiri e altre sue canzoni in cui lo sguardo sui tic giovanili (come in “Che Fico”) è ironico e tagliente, penso a “Vendendo la foto di Bob Dylan”, geniale!

«Io sono comunista (e per comunista intendo “comunista”, non quelle robe di piddì e progressisti rosé vari ed eventuali) e mi dispiace enormemente per ciò che sto per dire. L’egemonia culturale che abbiamo esercitato per più di un quarantennio ha avuto effetti enormemente positivi, ha portato la cultura di massa a livelli oggi inimmaginabili, però ha anche umiliato, offeso, ridotto ai margini tutto ciò che non rientrava in certi rigidi canoni estetici e di contenuto, un po’ come succedeva, con risultati sicuramente più “pesanti”, nei paesi dell’Est, dove registi sublimi come Sergej Iosifovič Paradžanov (cito lui per tutti) si vedevano regolarmente censurare le opere perché non rientravano nei canoni del realismo socialista. Da noi hanno subito questo genere di trattamento (ribadisco: con tutte le debite differenze) tantissimi artisti geniali, preziosi per la storia del nostro spettacolo e della nostra cultura, perché ritenuti “leggeri”, disimpegnati, troppo popolari o semplicemente perché non schierati dalla parte giusta. La lista è lunghissima: Battisti era un fascio, Califano un delinquente buono per i tamarri, Totò era considerato un guitto, finché non è stato sdoganato da Pasolini. Ecco, Pierpaolo Pasolini, sicuramente il più grande intellettuale del dopoguerra, era un grande estimatore della cultura popolare (pensiamo anche al suo amore per i grandissimi Franco e Ciccio)».

«L’egemonia culturale esercitata dai comunisti per più di un quarantennio ha avuto effetti enormemente positivi, però ha anche umiliato, offeso, ridotto ai margini tutto ciò che non rientrava in certi rigidi canoni estetici e di contenuto».

«Poi c’è tutta quella cultura che nasceva dal basso, non mediata, su cui non si poteva mettere le mani per politicizzarla: penso a un fenomeno come Mario Merola, attore e cantante dal magnetismo unico, portatore di un patrimonio di grandissima ricchezza e fascino. O anche tutto il nostro cinema di genere (che fortunatamente ha avuto un po’ di giustizia postuma per merito di Quentin Tarantino). E poi ancora la grande musica leggera (che, come recentemente ha ammesso Francesco De Gregori, in termini di poesia e “vita”, ha saputo dare più di quello che hanno dato certi rinomati cantautori). Oggi i comunisti non ci sono più, ma nei loro nipotini degeneri, nei sinistrati rosé di oggi è rimasta intatta quella spocchia “razzista”. Sono spocchiosi senza peraltro avere un briciolo della cultura e dell’intelligenza dei loro nonni».

«Abbiamo gente convinta che leggere un libro di Augias sia cultura e ascoltare Pippo Franco sia passatempo trash (“guilty pleasure” lo chiamano i maledetti asini). Abbiamo gente convinta che uno qualunque di questi cantautori indie di moda sia cool e Fiordaliso robetta. Che Dio li maledica! Una volta mi sono trovato ad avere uno scambio di opinioni illuminante con un tuo collega, di cui non faccio il nome. Lui tesseva le lodi di Giuseppe Tornatore, dicendo che il suo era grande cinema popolare. Io gli risposi che Raffaello Matarazzo era grande cinema popolare. Lui replicò: “Matarazzo chi? Quello che faceva film per donnette?”. Ci siamo capiti? Inversione totale di canoni estetici: ciò che è mediocre,  ma che sembra rientrare in certi canoni, è considerato fantastico. Ciò che è bello, geniale, pieno d’anima, di vita, ma che non rientra in certi canoni, viene considerato serie B, serie Z, spazzatura».

«Abbiamo gente convinta che leggere un libro di Augias sia cultura e ascoltare Pippo Franco sia passatempo trash. Abbiamo gente convinta che uno qualunque di questi cantautori indie di moda sia cool e Fiordaliso robetta. Che Dio li maledica!».

«Pippo Franco è un genio della canzone e della comicità. Così come Franco Califano è il più grande paroliere italiano di sempre. Mi fermo qui, altrimenti vado avanti per un paio d’ore. Tanti, troppi sono gli artisti in attesa che venga riconosciuta la loro grandezza».

La figura di Padre Pio ricorre nel disco… raccontatemi un po’ che ruolo ha quest’uomo nella vostra esistenza?

«Per noi del sud Padre Pio è una figura imprescindibile, si insinua nel nostro immaginario fin dalla più tenera infanzia. La sua immagine la trovi praticamente in tutti i negozi e poi ci sono le statue in strada. Padre Pio sorveglia, protegge, ammonisce. Tu pensa che in un bar a due passi da casa mia alla parete c’erano appesi tre enormi ritratti: quello di Gesù Cristo, quello di Padre Pio e quello di Moana Pozzi. “Padre Pio kung fu master” l’ho scritta insieme al mio amico palermitano Dario D’Alessandro, dei grandissimi Homunculus Res (folle gruppo avant rock che vi straconsiglio). Anche lui, da sempre, ha la medesima mia ossessione per il frate santo».

Un ruolo particolare, nella produzione, lo ha avuto Emiliano Rubbi, vi va di dirmi qualcosa su come ha provato a mettere ordine nelle vostre follie?

«Lo dicevo sopra quanto ha penato a causa nostra! Ma io, Emiliano, dopo averlo conosciuto bene nel corso di questi anni di lavoro, non lo considero un semplice produttore ma un amico, un fratello, un membro della famiglia Maisie in pianta stabile. Lui possiede quel tocco magico che solo quelli che lavorano con passione, e non pensando solo al denaro, hanno. Emiliano è quel genere di produttore che puoi coprirlo d’oro, ma se il progetto non lo convince, rifiuta di occuparsene. Dove lo trovi obiettivamente nella scena di oggi uno così? Emiliano ha investito su di noi anni del suo tempo e del suo lavoro, sapendo bene che, a livello economico, il passivo sarà nettissimo. Sempre perfetto, attentissimo a tutto, non si è mai tirato indietro di fronte a nessuna delle nostre richieste, anche quelle che gli sembravano più bizzarre e maniacali. Gli vogliamo tantissimo bene a Emiliano. Posso dire che grazie a lui sono finalmente riuscito a fare un disco esattamente come lo volevo».

Quasi due ore e mezza di disco: come vi aspettate che la gente ascolti Maledette Rockstar? A salti? Prendendosi la giornata di ferie?

«Io vorrei semplicemente che il nostro disco finisse nelle mani (e poi nelle orecchie) di gente attenta, appassionata. Poi se parliamo di 20 persone e non di 20.000, ok, meglio pochi ma buoni. Io sono della scuola che un disco vada ascoltato su un impianto serio e che, quando si ascolta, non si debba fare nient’altro nel frattempo. Ma non dico così perché si parla del disco dei Maisie, sia chiaro: io la musica la sento sempre in quella maniera lì. Mi chiudo a chiave in stanza, metto il disco nello stereo, mi stendo sul letto, chiudo gli occhi e ascolto (o, magari, sto in piedi e ballo mentre ascolto, se il disco è di James Brown o di Armand Van Helden). È una cosa bellissima. Quasi meglio del sesso. Certo, mi rendo conto che ascoltare più di 150 minuti di musica di fila (tanto dura il nostro lavoro) può essere un’impresa ardua. Per cui consiglio 40 minuti al giorno, per 4 giorni, e passa la paura. D’altra parte, siamo stati silenti per 9 anni. Se ci pensate 4 dischi da meno di 40 minuti in nove anni non sono di certo un’esagerazione. Semplicemente noi invece di uscire alla spicciolata usciamo così, con il doppio ciddì».

Snowdonia, la vostra etichetta, ha sempre avuto uno sguardo visionario e anticonformista sulla musica italiana: da Bugo a Andrea Tich, passando per gli Aidoru e molti altri. Ma a voi di tutta questa nuova musica italiana, chi piace e perché? E cos’è che vi fa veramente schifo?

«Mi piace tantissimo Alessio Lega (che per me è degno di stare nell’Olimpo del cantautorato italiano), mi piacciono Musica per Bambini, Dino Fumaretto, Iosonouncane (soprattutto il disco d’esordio), i Camillas, gli X-Mary, i Perturbazione (vabbè, qui mi sono spostato più sullo “storico”), gli Sparkle in Grey, mi piacciono un sacco di gruppi prodotti dalla Lizard di Loris Furlan, i dischi solisti di Fabrizio Tavernelli, quelli del nostro amicone Bobby Soul, i grandiosi Mamuthones di Alessio Gastaldello, le produzioni Boring Machines, i nostri amiconi Klippa Kloppa, gli Airportmen, tutte le cose del grandissimo Simon Balestrazzi, gli Ovo… Adoro poi Matteo Castellano, il suo “Ezio” è uno dei dischi cantautorali più belli degli ultimi 20 anni. Il fatto che se lo siano filato in pochissimi è una cosa che grida vendetta al cospetto di Dio. Insomma, avrai capito che di artisti italiani, più o meno contemporanei, che mi piacciono ce ne sono un sacco. Ho detto solo i primi che mi sono venuti in mente e quelli che abbiamo prodotto come Snowdonia non li ho citati perché non mi sembra di buon gusto».

«Cosa detesto? Beh, so che dirlo potrebbe farmi sembrare vecchio (vabbè che ogni cosa che dico mi fa effettivamente sembrare vecchio) ma detesto il 99% dei cantautori indie dell’ultima generazione (sia maschi che femmine). Mi ripugnano tutte queste storielle intimiste, i baci sul divano con la tipa mentre si guarda l’ultima puntata di “Stranger things” e cose così su basi musicali di una banalità sconcertante. È tristissimo vedere così tanti giovani privi di idee, coraggio, così sciatti, allineati, conservatori. Praticamente la musica giovane di oggi è quello che negli anni Settanta poteva essere il pop più corrivo, fatto solo per essere consumato alle feste delle medie. Tutto questo è anche spiegabile a livello socio-politico ma sarebbe un discorso veramente lungo. Magari alla prossima intervista!».

Ma dal vivo, i Maisie quando si potranno riascoltare?

«Da marzo-aprile. Incrociamo le dita!».

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