Le canzoni da camera di Julia Holter

Il fascino della raffinata cantautrice statunitense stilizzato in un concerto “finto”

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Julia Holter In the Same Room Domino

Rifacendosi in modo esplicito alla gloriosa tradizione delle BBC Sessions, l’indipendente londinese Domino ha concepito la serie tematica Documents, affidandone il varo a Julia Holter.

Si tratta della registrazione di un concerto simulato in assenza di pubblico nell’agosto scorso, all’interno dei RAK Studios di Regent’s Park. L’ambiente acusticamente perfetto valorizza come meglio non si potrebbe l’architettura acustica del suono: viola, contrabbasso e percussioni a sostenere la protagonista, di suo impegnata alla voce e al pianoforte. Tecnicamente la dovremmo chiamare “cantautrice”, termine che tuttavia non restituisce in maniera appropriata la dimensione cameristica della musica di cui è artefice, apprezzabile in questa circostanza più ancora di quanto sia nei quattro dischi da dove provengono le 11 canzoni del lotto, tra le quali non figura quella che dà titolo alla raccolta, inclusa nel secondo album, Ekstasis (2012), altrimenti non rappresentato in scaletta, mentre dall’esordio – Tragedy (2011), ispirato all’Ippolito di Euripide – proviene la sola “So Lillies”, il cui carattere astrattista sembra evocare l’avant-pop di Laurie Anderson.

Sono viceversa le opere recenti a fornire la gran parte del repertorio: Loud City Song (2013) e Have You in My Wilderness (2015), in modo particolare quest’ultima, che ha avuto il merito di esporre la trentaduenne compositrice e interprete statunitense all’ascolto di una platea più vasta.

Non a caso apici della sequenza sono episodi appartenenti al lavoro edito due anni fa: il sofisticatissimo “Feel You”, l’ambizioso “Vasquez” – qui l’analogia pertinente è Kate Bush – e “Betsy on the Roof”, ballata ad altissima intensità emotiva. Depurati dall’originario corredo elettronico, in sé per altro discreto, evidenziano l’estrazione accademica del personaggio e contribuiscono a definirne il profilo con maggiore nitidezza. Essendo In the Same Room un passaggio interlocutorio nel suo cammino discografico, gli spettava essenzialmente quel compito: missione compiuta, dunque.

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