L'anno delle donne?

Le nuove uscite di Weyes Blood, Shirley Collins, Hope Sandoval, Lisa/Liza e della coppia Smith/Ciani concludono un 2016 dominato dalle musiciste

Articolo
pop

Weyes Blood
Front Row Seat To Earth
Kemado/Mexican Summer

Shirley Collins
Lodestar
Domino

Hope Sandoval and the Warm Intentions
Until The Hunter
Tendril Tales

Lisa/Liza
Deserts of Youth
Orindal

Kaitlyn Aurelia Smith/Suzanne Ciani
Sunergy
RVNG Intl.

Avvicinandosi il momento dei bilanci di fine anno, abbiamo voluto portarci avanti col lavoro, iniziando ad abbozzare quella che potrebbe essere la nostra lista degli album preferiti del 2016. La scoperta che abbiamo fatto subito è che, molto più che in passato, sarà letteralmente piena zeppa di cantautrici e musiciste. Come non inserire, d’altronde, titoli come Emily’s D Evolution di Esperanza Spalding, il visionario Varmints di Ann Meredith, The Hope Six Demolition Project di PJ Harvey (qui la recensione), Familiar di Agnes Obel (qui la recensione, case/lang/veirs del trio composto appunto da Neko Case, k.d. lang e Laura Veirs, Next Thing di Frankie Cosmos, Blood Bitch di Jenny Hval (qui la recensione, Crab Day di Cate Le Bon (qui la recensione, Tempo di Olga Bell o Young In All The Wrong Ways di Sara Watkins?

Per non parlare poi di quel portento di Elza Soares, il cui clamoroso A Mulier do Fim do Mundo, pubblicato in Brasile nel 2015 ma uscito nel resto del mondo solo quest’anno (per la Mais Um Discos di Londra), ha finalmente avuto la celebrazione della stampa musicale che conta, mostrando a tutti che si può sperimentare anche a 79 anni.

Quando sembrava ormai che i (nostri) giochi fossero fatti, ecco uscire ancora altri cinque album davvero notevoli di donne bravissime, che hanno finito per scompaginare la nostra playlist provvisoria, a questo punto tornata in alto mare. Ve ne parliamo.

Il primo è Front Row Seat To Earth, il quarto album di Natalie Mering in arte Weyes Blood. Conosciuta per la sua collaborazione con Ariel Pink (in Mature Themes), la giovane cantautrice originaria della Pennsylvania ci regala 9 brani dolci e dolorosi allo stesso tempo. Celebrazioni dell’ambiguità dell’amore e della fragilità dell’esistere, vedono la sua bella voce (tra Joan Baez e Elizabeth Frazer) intrecciarsi a paesaggi sonori che, tra il calore e l’intimità dei suoni acustici e le aperture cosmiche dell’organo e del synth, si muovono in modo mai scontato tra prog-folk, psichedelia e riletture new age della musica celtica, come solo un’ammiratrice dichiarata di Incredible String Band, Syd Barrett e Enya saprebbe fare. Ascoltate le improvvise derive lisergiche di un pezzo come “Do You Need My Love”, la malinconia di “Used To Be” o i toni quasi misteriosi di “Can’t Go Home”: vi sentirete come se sul Paese delle Meraviglie incombesse una minaccia sconosciuta.

Se Natalie Mering è una giovane appassionata del British folk revival sviluppatosi tra anni Sessanta e Settanta, Shirley Collins quel movimento l’ha vissuto da protagonista, con tanti album che la vedevano da sola, con la sorella Dolly, Davy Graham, la Albion Band o l’allora marito Ashley Hutchins (Fairport Convention, Steeleye Span). Tra l’altro, il suo debutto, False True Lovers, era uscito nel 1959 per la famosa Folkways: 19 brani tradizionali, prodotti dal famoso etnomusicologo Alan Lomax e ancora oggi magici nella loro semplicità assoluta. Dopo 38 anni di silenzio, dovuti anche ad una grave forma di disfonia apparentemente inguaribile, la Collins ha recuperato la voce ed è tornata in azione, spinta anche da un amico non casuale (David Tibet dei Current 93). Prodotta da Ian Kearey, un protagonista dell’electric folk inglese (Oysterband), e aiutata da due musicisti dal curriculum decisamente sperimentale (Ossian Brown e Stephen Brown, già nei Coil e ora pilastri dei Cyclobe), ci offre una collezione di ballate dai testi spesso truculenti, da lei scovate nella tradizione britannica e americana e registrate (rumori della natura compresi) nel suo cottage nel Sussex. Accompagnata da arrangiamenti tanto essenziali e tradizionali (violino, mandolino, ghironda) quanto raffinati, la sua voce non è più limpida come un tempo ma risulta talmente emozionante e incantevole da rendere Lodestar un album moderno e antico allo stesso tempo.

Until the Hunter è invece la terza (riuscita) puntata della collaborazione tra Hope Sandoval, voce fascinosa dei Mazzy Star, e Colm O’Coisog, batterista dei My Bloody Valentine. Non aspettatevi, ovviamente, il magma rumoroso di questi ultimi: a parte il lungo pezzo introduttivo, ipnotico e psichedelico (il bellissimo “Into The Trees”), l’atmosfera che prevale è tranquilla, elegante e notturna, in bilico tra folk, country, blues e raffinata musica radiofonica (come nel sorprendente duetto con Kurt Vile di “Let Me Get There”. A colpire come al solito è la notevole performance vocale della Sandoval, che probabilmente riuscirebbe a rendere speciale anche un pezzo mediocre. Dato che qua, invece, il livello è comunque alto (ascoltate anche solamente “Day Disguise”, “The Hiking Song” e “Isn’t It True”, essenziali e avvolgenti), potete immaginare facilmente la notevole qualità del risultato finale.

Eterea, sognante e deliziosamente sussurrata fino alla semi-impercettibilità è al contrario la voce di Lisa/Liza, pseudonimo di Liza Victoria, cantautrice folk di Portland, Maine, che s’accompagna con la sola chitarra acustica e in questo suo debutto ufficiale s’interroga su quanto del passato rappresenti una risorsa importante per la propria vita. Ispirati alla natura che circonda la città in cui vive (l’oceano, i boschi), i sette brani (in totale 39’) sono registrati in casa, intimi e autunnali, di una bellezza e di un’autenticità imprevedibili. Se l’etichetta definisce la musica di Liza un mix tra psichedelia, folk degli Appalachi e dream pop, lei tra le sue passioni cita sì Elliott Smith e Nick Drake, ma anche sorprendentemente Patsy Cline e Connie Francis. Vince Staples e Jenny Hval, poi, sarebbero gli artisti con cui amerebbe collaborare. Comunque sia, basta ascoltare l’iniziale (e mozzafiato) “Century Woods” per capire che questa piccola raccolta contiene gemme imperdibili.

Niente voce invece in Sunergy, onirico frutto della collaborazione della trentenne Kaitlyn Aurelia Smith e della settantenne Suzanne Ciani. La prima, nata in un’isola dello stato di Washington, è uno dei nomi di punta dell’elettronica USA. Il suo ultimo album solista (EARS, uscito a inizio anno: bellissimo – qui la recensione) era fortemente ispirato dalle possibilità offerte da un vecchio sintetizzatore, il Buchla 100 Series Modular Electronic Music System, costruito negli anni Sessanta da Don Buchla (1937-2016), ovvero colui che, contemporaneamente a Robert Moog, inventò letteralmente questo tipo di strumenti. Se per Kaitlyn Buchla rappresenta una sorta di nume tutelare, per Suzanne Ciani, di origini italiane tra l’altro, è colui che negli anni Settanta la trasformò da pianista di formazione classica in acclamato pioniere della musica elettronica. La "Diva del Diodo" – questo il suo soprannome – ha infatti ricevuto 5 nomination al Grammy per i suoi album new age e ottenuto successo grazie a celebri sound effects usati sia in pubblicità (Coca Cola, General Electric) sia nella musica (per esempio, nella famosa versione disco di Star Wars fatta da Meco nel 1977). L’incontro casuale e l’immediata sintonia creatasi tra le due musiciste (a una festa in California) hanno portato a quest’album, prodotto dall’etichetta RNVG di Brooklyn per la sua serie FRKWYS, dedicata a incontri tra artisti appartenenti a generazioni differenti. Due lunghissimi brani e un altrettanto esteso bonus track dove i synth modulari Buchla sono usati per un viaggio mentale e spaziale di fascino estremo, in cui è meraviglioso perdersi. Tra l’altro, su YouTube, potete recuperare un documentario dove la creatività delle due è mostrata in mezzo a bellissime immagini di quelle coste deserte del Pacifico, che probabilmente hanno ispirato Sunergy.

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