La musica dei vecchi?

Nel 2016, il festival Desert Trip mette insieme sullo stesso palco Rolling Stones, Bob Dylan, Who, Roger Waters, Paul McCartney e Neil Young

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Pete Townshend e Neil Young: 70 anni. Mick Jagger, Keith Richards, Roger Daltrey e Roger Waters: 72. Uno in più per Paul McCartney. Le primavere di Bob Dylan sono invece 74. L’età media è all’incirca quella di un nonno con dei nipotini già grandicelli, di un pensionato statale o di qualcuno che in un paese come l’Indonesia o la Bielorussia, statistiche alla mano, è già morto o poco gli manca.

Il prossimo ottobre i nomi sopra elencati, in veste solista o con le sigle (Who, Rolling Stones) che li hanno resi famosi in tutto il mondo a partire più o meno dalla metà dagli anni Sessanta, si ritroveranno per un weekend di concerti in California che sembra davvero non avere precedenti – a meno di non tornare con la memoria all’epoca in cui questi artisti, ancora giovani e ignari di un futuro da pensionati del rock, si ritrovavano dalle parti di Woodstock o dell’isola di Wight per tentare in qualche modo di cambiare il mondo, e a patto di non considerare le fugaci esibizioni di eventi come il Live Aid negli anni Ottanta.



Cosa pensare di una simile iniziativa, che per la prima volta mette assieme praticamente tutti i principali superstiti della prima grande generazione del rock? (Elvis e soci, nei fifties, furono in fondo più che altro la miccia che avrebbe permesso al fenomeno di esplodere a livello planetario). Operazione nostalgica o esclusivamente commerciale? Nutrimento per morti viventi, buono soltanto per chi ha smesso di ascoltare musica nuova nel 1975? Un’ultima occasione per vedere tutti insieme alcuni dei nomi che hanno contribuito a rendere indimenticabile la musica del Novecento? Tutte queste cose insieme? O forse nessuna di queste? Tra chi, dalle nostre parti, alla periferia dell’impero, si straccia le vesti perché non potrà assistere allo spettacolo (troppo caro, troppo lontano), e chi invece la butta sul sarcasmo, giurando che mai e poi mai prenderebbe parte a un teatrino tanto pietoso, la verità forse sta nel mezzo.

Partiamo innanzitutto da quello che dovrebbe essere l’aspetto principale della faccenda: la qualità della musica. Chi ha avuto l’occasione di vedere dal vivo, in questi ultimi anni, i nomi in questione o anche solo alcuni di essi, potrà dire che, nostalgia a parte e per motivi diversi, si è trattato in generale di concerti di alto livello. Se la furia dei tempi migliori ha ovviamente issato bandiera bianca, al suo posto è subentrato un professionismo, un “saper fare”, un mestiere che solo raramente si vedono tra i gruppi più giovani. Per non parlare del repertorio: anche per chi non è un nostalgico, è chiaro che poter ascoltare dal vivo "Let It Be", "Gimme Shelter" o "Rockin’ in the Free World" è un’esperienza come poche ce ne sono al mondo, perché poche al mondo sono le canzoni di questo spaventoso livello qualitativo. Poi certo, come al cinema esiste un ben noto meccanismo psicologico chiamato sospensione dell’incredulità, condicio sine qua non per godersi davvero il contenuto spesso improbabile delle immagini, allo stesso modo quando si ha davanti un Bob Dylan che quasi non si regge in piedi o un Roger Daltrey che l’urlo di "Won’t Get Fooled Again" lo fa come potrebbe farlo uno qualsiasi tra i fan presenti nel pubblico, bisogna accettare che il tempo passa per tutti, e che ciò porta delle conseguenze.

Insomma, inutile sperare di vedere lo stesso spettacolo di quarant’anni fa: meglio godersi ciò che di buono, invece, il tempo può aver fatto su queste canzoni. "Old Man" di Neil Young, per esempio, è secondo alcuni molto più toccante adesso che il canadese vecchio lo è davvero, mentre "Hey Jude" cantata in coro da ventimila persone che quella canzone l’hanno ascoltata per interi decenni, tramandandola come un cimelio di famiglia di generazione in generazione, e a cui magari si sono appoggiati nei momenti di gioia o disperazione delle loro vite, be’, è una cosa veramente da lacrime agli occhi, ancor più della versione originale. Se si lascia da parte l’idolatria e un esasperato giovanilismo, insomma, concerti come quelli del Desert Trip (questo il nome del mega-evento, già malignamente ribattezzato "Oldchella") possono ancora trasmettere qualcosa di autentico e memorabile. A patto, certo, che quel giorno Bob Dylan non si sia svegliato di cattivo umore, e Keith Richards non si sia fumato troppa roba e azzecchi una volta tanto l’attacco di "Satisfaction".



Ma c’è di più, c’è un discorso che va oltre la qualità della musica proposta e che tocca il concetto stesso del live in questione. A chi si indigna o storce il naso per l’età di questi anziani cantanti si potrebbe chiedere: siamo poi proprio sicuri che il rock sia una “musica da giovani”? Chi l’ha detto? E perché? Se si considera che – esclusi i sopracitati eroi della breve epopea del rock’n’roll – la prima, vera generazione del rock, quella degli anni Sessanta, è ancora in piena attività, è facile giungere alla conclusione che le regole devono ancora essere scritte.



O meglio, che gli artisti in questione le stanno ancora scrivendo, in tempo reale, davanti ai nostri occhi: i Rolling Stones suonano ancora dal vivo a settant’anni? Benissimo, vuol dire che il rock è una musica che può essere suonata anche a quell’età. Per ogni Brian Jones, Jimi Hendrix o Jim Morrison che ci ha lasciati troppo presto, ci sono dieci, cento tra i loro compagni di avventure che invece quell’epoca di eccessi e bizzarrie l’hanno sfangata, trascinandosi più o meno bene fino ai giorni nostri e continuando a suonare in giro per il mondo. E non è nemmeno una cosa così inedita, se si pensa a quanti bluesmen degli anni Trenta-Quaranta – vittime pure loro, per così dire, di un certo giovanilismo agli esordi, con tutti i riferimenti sessuali e con tutto il machismo delle loro canzoni: un conto è cantare "Mannish Boy" a vent’anni, un altro in età da Viagra, se allora fosse esistito il Viagra – ancora suonavano negli anni Settanta, idolatrati proprio da coloro che oggi consideriamo dei dinosauri. Non si può dire che manchi la coerenza.

Il rock sta forse diventando una musica per tutte le età, o meglio senza età. Tocca rassegnarsi.

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