Jazz per la fine dell'estate

I 10 dischi jazz (compreso un libro) di settembre da scoprire (in comode pillole)

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Eric Revis, Sing Me Some Cry (Clean Feed)

Un suono potente e una naturale propensione a coagulare nei propri gruppi eccellenti forze creative sono tra le migliori caratteristiche del contrabbassista Eric Revis. Accade una volta ancora in Sing Me Some Cry, con Ken Vandermark alle ance, Kris Davis al pianoforte e Chad Taylor alla batteria. Succede un po’ di tutto nel disco, dai momenti più sperimentali al recupero creativo delle eredità post-bop. Succede un po’ di tutto, ma succede benissimo. Enciclopedico.

Riverside, The New National Anthem (Greenleaf Music)

Nel progetto Riverside troviamo la tromba di Dave Douglas, il basso elettrico di Steve Swallow e i fratelli canadesi Doxas a sassofoni e batteria. In questo nuovo lavoro l’attenzione è sulla musica di Carla Bley, di cui sono riproposti alcuni temi a fianco degli originali, prevalentemente a firma Douglas. Una musica di rigore quasi cameristico, ben controllata negli esiti timbrici, ma sempre pronta a fornire uscite dalla norma nei dettagli. Rigoroso.

Chris Speed Trio, Platinum On Tap (Intakt Records)

Originale riflessione del sax tenore di Chris Speed, che molti conoscono sin dagli anni Novanta come uno degli strumentisti più originali della scena creativa newyorkese. Originale perché in un elastico trio con Dave King alla batteria e Chris Tordini al contrabbasso, innesta un timbro e una condotta melodica che guarda all’era d’oro del tenore. Guai però a pensare a una delle tante operazioni nostalgiche! Il gioco di Speed, eccellente, rilegge il dna stesso del trio senza pianoforte e lo proietta, con una capriola sorprendente, verso il domani. Ritorno al futuro.

Francesco Massaro & Bestiario, Meccanismi di volo (Desuonatori)

Secondo capitolo di una serie dedicata ai bestiari (qui protagonisti sono gli esseri alati), questo disco del quartetto guidato da Francesco Massaro (sax baritono e clarinetto basso) svela un mondo artistico in cui “aleggiano” (è proprio il caso di dirlo) gli spiriti di Messiaen, Romitelli, Berio, Pärt. Grande attenzione al dettaglio timbrico quindi (il quartetto – nel quale spicca Gianni Lenoci al piano – è a volte espanso con chitarre e elettronica), ma l’impegno d’ascolto è ben ripagato. Copertine originali di Maria Teresa De Palma. Immaginifico.

Bill Evans, Another Time – The Hilversum Concert (Resonance Records)

Cassetti che si aprono. Dopo il meritato successo della “riscoperta” di alcune registrazioni inedite di Bill Evans con Eddie Gomez al basso e Jack DeJohnette alla batteria, ecco spuntare anche un live alla radio olandese del 1968. La freschezza del set (che comprende come sempre alcuni classici di Evans, da Very Early a Nardis) è tale da confermare il rimpianto per la breve durata del trio (il batterista entrerà poco dopo nel gruppo di Miles Davis) e l’inconfondibile acutezza solistica di Evans. Archeologico.

Trio Da Kali & Kronos Quartet, Ladilikan (World Circuit)

Un tuffo nelle sonorità meticce, con l’incontro tra gli archi del Kronos Quartet (da sempre sensibili alla musica africana) e il maliano Trio Da Kali, caratterizzato dalle sonorità del balafon, del ngoni basso e della voce di Hawa "Kassé Mady" Diabaté. Se l’operazione non ha in fondo nulla di particolarmente nuovo, la qualità dei musicisti e la sensibilità nel non “invadere” i rispettivi territori contribuisce a una piccola magia. Global.

Nate Wooley, KNKNIGHGH (Clean Feed) Non spaventatevi del titolo, che si pronuncia knife. In questo progetto, ispirato dalla poesia minimalista di Aram Saroyan, il trombettista Nate Wooley parte da frammenti brevissimi che consentono al quartetto (completato da Chris Pitsiokos al sax alto, Brandon Lopez al basso e Dre Hocevar alla batteria) di costruire infinite combinazioni di libertà. Come spesso accade con Wooley, la musica è tanto stimolante quanto impegnativa, ma fiammeggia di un’originalità che porta il classico quartetto di Ornette Coleman in una dimensione visionaria. Abbacinante.

Miya Masaoka/Zeena Parkins/Myra Melford, MZM (Infrequent Seams)

Tre meravigliose musiciste, con percorsi variegate e mai banali, si incontrano in questo triangolo fitto di corde. Quelle del koto della Masaoka, quelle dell’arpa della Parkins e quelle del pianoforte della Melford. Sfregate, percosse, pizzicate, intrecciate in percorsi mai banali, lontani dall’esotismo a buon mercato e piuttosto evocatrici di luoghi e tempi visionariamente fuori da ogni rotta. Un pulviscolo iridescente avvolge l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota. Telepatiche.

Clock’s Pointer Dance, Clock’s Pointer Dance (UR Records)

Ottimo quintetto di casa nostra, con Paolo Malacarne alla tromba, Andrea Jimmy Catagnoli al sax, Andrea Baronchelli al trombone, Michele Bonifati alle chitarre (autore della splendida "Ti voglio bene pupazzo di neve") e Filippo Sala dietro i tamburi. Tesi, nervosi, urbani, compositivamente con idee chiare e naturalmente propensi a un magnetismo timbrico che sgorga naturale. Questo loro disco è davvero un ottimo punto di partenza. Elettrico.

Luca D’Agostino e Luciano Rossetti, Immaginare la musica (Silvana Editoriale)

Si è chiusa da pochi giorni una splendida mostra, alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, che ha presentato 85 scatti, in bianco e nero e a colori, di due dei più talentuosi fotografi di musica italiani, Luca D’Agostino e Luciano Rossetti. Chi se la fosse perduta non perda il catalogo, che ci restituisce l’originalità dello sguardo dei due fotografi, in grado di cogliere nelle espressioni e nei gesti di tanti musicisti quell’attimo di magia che riesce a raccontare il suono anche senza audio. Suggestivo.

Nella foto: Riverside

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