Indiani metropolitani

Nuovo disco per Four Tet, un raga elettronico in due facciate: musica del futuro?

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Four Tet
Morning/Evening
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Non va più di moda indovinare la musica del futuro, ma questa volta faremo un'eccezione: ecco, è molto probabile che la musica del futuro assomigli a quella di Four Tet oggi. Non la musica del futuro più lontano, ma proprio quella dei prossimi decenni.

Morning/Evening è l'ottavo titolo a nome Four Tet per il londinese Kieran Hebden, e arriva ad un paio d'anni dall'ottimo Beautiful Rewind. A differenza del precedente, è composto da due sole tracce da venti minuti l'una, un lato a e lato b da manuale. In effetti, un "Morning Side" e un "Evening Side". Il legame circadiano riguarda sicuramente una certa idea di musica elettronica (e di stereotipi musicali in generale), con il "mattino" più solare, e la "notte" più pulsante e cupa, ma la struttura va collegata allo stesso tempo con i cicli di un raga (seppur stilizzato). Four Tet aveva già in passato pagato omaggio alle sue origini indiane (indiana è la madre), ma mai così esplicitamente, e per un minutaggio del genere.



L'intero lato ha infatti come protagonista la voce in loop di Lata Mangeshkar, grande voce del cinema bollywoodiano, con all'attivo migliaia di registrazioni. Il canto entra subito, su un discreto intrico di pattern ritmici, e con lei entrano l'harmonium (o un simil-harmonium), e poi gli archi, e una patina sonora quasi vintage. Qui e là spezzano il flusso inserti arpeggiati di poche note di synth. Il tutto fila lentamente verso la sera, mentre i beat si rarefanno poco a poco. Il lato b si apre su un gorgoglio ritmico su cui intervengono poche note con ampio delay. Ritorna la voce, ma lontana, filtrata e irriconoscibile, e il brano scorre notturno e delicato, con movenze new age e una pasta sonora melancolica e cinematografica.

Ma perché allora "musica del futuro"? Bè, intanto, proprio per questo, per la capacità di suonare senza tempo mescolando con gusto synth vintage, ritmi digitali, strumenti acustici, voci. E poi, soprattutto, per la naturalezza con cui Hebden filtra e mescola elementi musicali "altri" - indiani, in questo caso. Un movimento dell'elettronica verso la world music è qualcosa a cui si assiste negli ultimi anni. Hebden è già all'avanguardia di questa tendenza, e non a caso ne prodotto ha uno dei profeti, Omar Souleyman.



La world music, da annunciata rivoluzione degli anni Ottanta del secolo scorso, non ha mai veramente superato la dimensione post-colonialista, riproponendo spesso una versione occidentalizzata ed esoticizzata delle musiche che si ascoltano veramente nel "resto del mondo". È forse presto per sperare che Hebden, e i suoi colleghi musicisti elettronici "aperti", sappiano progettare una nuova world music, la musica della società globalizzata, la musica delle grandi metropoli multietniche. Per intanto, registriamo un piccolo passo avanti.

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