Il tradizionale di Filippo Gambetta

Il disco Otto baffi dell'organettista genovese vince il Premio Loano per la musica tradizionale italiana

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Filippo Gambetta, genovese, figlio d'arte (il padre, Beppe, è fra i maestri riconosciuti della chitarra flat picking) appartiene a quella che è ormai davvero la golden generation dell'organetto italiano, quella degli “eredi” di quei musicisti che per primi si approcciarono a uno strumento “riconquistato” e riscoperto con idee e intenzioni compositive. Otto baffi è il suo quarto disco solista, che si aggiunge ai lavori incisi con i Liguriani e con il progetto Chocochoro, e ha vinto il prestigioso Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana.
Abbiamo chiesto a Filippo di raccontarci qualcosa del suo nuovo lavoro.

Cominciamo dalla categorizzazione che dà iTunes del tuo disco: “tradizionale”. Davvero? In che misura?
«A eccezione del brano “Tapan”, ispirato dai pulsanti rintocchi dell’omonima percussione bulgara, tutta la musica che trovi in Otto Baffi è nata a partire da forme, strutture e fraseggi che affondano le loro radici in alcune delle musiche tradizionali che ho negli anni studiato e proposto: la musica tradizionale italiana, quella francese… fino ad arrivare in Brasile. iTunes ci propone un “file under” direi azzeccato per la maggior parte delle tracce: tra valzer, polke e bourrée, ho voluto proporre un disco essenzialmente melodico, con un suono trad».



Un progetto sulle danze in cui, parole tue, segui “un percorso sonoro incentrato sulle melodie”. Io aggiungerei che la componente armonica è particolarmente forte: ecco, come si gestiscono i tre elementi fondanti della musica tenendoli comunque tutti e tre in primo piano?
«L’organetto otto bassi ha possibilità armoniche esigue, perciò negli arrangiamenti mi sono limitato ad “amplificare” i pochi accordi raddoppiando le parti di armonia in particolare con pianoforte, chitarra e quartetto di clarinetti, divertendomi a giocare con le diversità timbriche. Alla sinistra ho usato sovente rivolti, per uscire dal cliché della reiterazione della posizione di fondamentale nell’accompagnamento. La componente ritmica è molto forte nell’organetto, lo è di sicuro molto nella musica suonata con l’otto bassi: l’“apri e chiudi” è molto caratterizzante e sovente “suggerisce” accentazioni e figurazioni di accompagnamento sia nel repertorio di tradizione che in quello di composizione. Melodia, ritmo e armonia sono stati posti in primo piano in questo lavoro, per stimolare la voglia di danzare questi brani. La musica da danza di alcune aree (come il Centro Francia, l’Irlanda, la Bretagna…) si articola su melodie dal forte portato ritmico; in vari brani del disco mi muovo in quella direzione, con quell’intenzione».

Ventidue ospiti e un suono che non “esagera” mai: come hai gestito le collaborazioni?
«Ho cercato di bilanciare il più possibile i momenti di pieno sonoro con quelli rarefatti, alternando quindi musiche suonate da piccoli organici (come la mazurka “Zigoela”, in trio violino organetto e chitarra classica, o il brano “Agata”, suonata con il quartetto di clarinetti Mademi) a brani più densi e timbricamente cangianti (come “Berzezi/Garbanzo/Aquilone”, le gighe del disco). Ho scelto di non dare molto spazio all’improvvisazione e di mettere al centro la melodia, con il profondo desiderio di fare emergere una matrice tradizionale alla radice di molti brani (la ritroviamo tra polke e mazurke così come nelle “valse” e nelle “bourrée” dal sapore alverniate), e di proporre una musica genuina e semplice e allo stesso tempo non scontata».




L’otto bassi è lo strumento “base” del disco… Non mi imbrogli, da insegnante quando c’è di didattico in Otto Baffi? «L’idea di comporre nuovi brani per organetto otto bassi è nata dalla volontà di condividere la mia musica con altri suonatori di questo strumento. Sono stimolato a portare un mio contributo nell’universo della didattica per l’organetto diatonico a due file, e spero che l’immediatezza di molte di queste melodie unita a vari elementi musicali (l’uso dei rivolti alla sinistra di cui ti parlavo prima è uno di questi) incuriosisca e arricchisca altri suonatori lungo il proprio percorso musicale».

  Tra organetto, mandolino e percussioni, c’è uno strumento da cui parti a comporre? I diversi pezzi di Otto Baffi nascono tutti dall’organetto? 
«I brani di Otto Baffi sono tutti nati sull’organetto, suggeriti dai suoi limiti che sono anche le sue virtù. Nascono sull’organetto e possono essere suonati anche senza l’apporto di altri strumenti». 

Domandaccia: tra tanti strumenti e tanta abilità melodica, come mai niente voce?
«Si dice che il clarinetto sia lo strumento che meglio possa evocare la voce umana. Io ne ho sempre adorato il timbro, e in alcuni momenti l’ho utilizzato, in questo disco, in maniera “corale” (penso alle note lunghe di “Embraud”), ho “dato voce” a questo strumento...»

Una domanda al musicista di palco: ora che i riflettori sulla world music si sono se non spenti, piuttosto affievoliti, e che il panorama dell’offerta è decisamente inferiore, beh, com’è suonare in Italia?
«Portare avanti con passione, ricerca e competenza i mille piani che vanno dallo studio all’attività concertistica a quella didattica, a quella creativa, è l’unico modo per me per continuare a fare il mio lavoro con soddisfazione e motivazione. La spending review non aiuta i Comuni, che per anni hanno proposto rassegne musicali e che oggi si vedono impossibilitati a portarle avanti. Nel contempo vediamo prendere piede con crescente vigore nelle nostre piazze un’aggregazione “situazionista” che parte dal ballo (swing, tango, bal folk..) che sta indubbiamente giocando un ruolo positivo per ciò che concerne una “diffusione dal basso” di patrimoni musicali e coreutici.
Contestualizzando la tua domanda alla mia ultima produzione, direi che c’è da parte mia la volontà di ricercare un nesso con questa realtà. Mi piace confrontarmi di nuovo, dopo tanti anni dedicati alla musica d’ascolto tout court, con il repertorio da danza tradizionale. In Italia questo può sicuramente continuare a rappresentare uno dei veicoli per ridare attualità alla musica acustica e tradizionale. Essere duttili e aperti a collaborazioni su più fronti musicali (nel mio caso vado dalla mia musica a quella di tradizione ligure, passando per lo choro, la musica tradizionale da danza e la canzone d’autore) mi permette di fare questo mestiere, mestiere che in Francia e altri paesi europei gode ancora di maggiori ammortizzatori sociali che rendono “l’arte di arrangiarsi” una virtù meno necessaria per chi esercita una professione artistica». 

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